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Libia, oltre 600 morti in soli cinque giorni E l’Iran porta le sue navi davanti a Israele Ma popoli arabi adesso vogliono la pace E la democrazia se la “esportano” da soli

febbraio 22, 2011 di Redazione 

Le grandi masse popolari islamiche non hanno nulla a che vedere con estremismi che sono spesso più visibili perché detengono le leve del potere. Ma ciò è dovuto a storie controverse, segnate da dittature, mentre l’esplosione popolare di questi giorni dimostra il senso di fratellanza degli arabi comuni. Un Islam “reale”, maggioritario che viene finalmente alla luce e che non vuole “vedere”, nel proprio futuro, né l’occupazione occidentale né la reiterazione delle teocrazie. Ce ne parla la nostra responsabile per il Medioriente. di Désirée ROSADI

Nella foto, Mahmoud Ahmadinejad: i “nemici” dell’Occidente non sono gli islamici, ma i nemici degli islamici medesimi. Fronte comune, vittoria sicura

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di Désirée ROSADI

Oltre 600 morti in 5 giorni. È il bilancio del bagno di sangue che dilaga nelle piazze libiche di Tripoli, Zania, Sirte, Ras Lanuf, Bengasi, e così via. Ieri nella capitale i manifestanti contro il governo di Gheddafi hanno dato alle fiamme i palazzi del potere e la sede della tv e della radio di Stato, quei mezzi di comunicazione che da oltre quarantanni esaltano l´immagine e legittimano il ruolo di potere del “re” libico. A Bengasi, città invasa dagli insorti e dai militari anti-Gheddafi, che si sono messi dalla parte della popolazione, le vittime della rappresaglia governativa sono state più di 300. Nel nostro Occidente civilizzato lo chiamiamo “genocidio”. Cecchini che colpiscono volontariamente donne e bambini, come emerge dalle prime testimonianze, razzi lanciati tra la folla, centinaia di morti in un solo giorno. Gheddafi contro il suo popolo. Anche i capiclan lo hanno abbandonato: i veri detentori del potere locale, dei gruppi di potere libici, si sono dissociati dalle azioni violente di questi giorni. È segno che il suo ruolo di comando non è più legittimato, nonostante continui a restare nella sua residenza e a dichiarare guerra al popolo. La foto sui giornali di oggi dell´uomo che sbatte con rabbia le sue scarpe sulla gigantografia del colonnello è la prova dello scollamento tra il potere e il popolo.

Ecco cosa accade quando paesi elogiati dagli organismi sovranazionali per la loro “stabilità” – stiamo parlando della Tunisia, dell´Egitto e della Libia – ad un certo punto esplodono nella rabbia della popolazione, per decenni controllata da regimi polizieschi, a cui è stato negato ogni diritto di partecipazione democratica alla vita politica dello Stato. Abbiamo sempre valutato, da una postazione di controllo tutta occidentale, il “sud” del mondo dividendolo tra i paesi “buoni” e quelli “cattivi”. I primi hanno una certa crescita economica, delle preziose risorse energetiche su cui investire e si chiamano “repubbliche”, anche se autoritarie, mentre i secondi dimostrano una certa insofferenza al comando esterno e non accettano intromissioni nei loro affari, in particolare quando sono lesivi dei diritti umani. Oggi ci troviamo di fronte ad un paese come la Libia, che ha raggiunto una stabilità interna grazie a 41 anni di dittatura del colonnello Gheddafi, e che ha scelto di ovviare alle riforme sociali ed economiche aprendo il fuoco sulla popolazione inerme. Non solo la popolazione, ma anche i suoi ambasciatori lo stanno abbandonando e denunciano al mondo intero la violenta repressione.

Il mondo arabo non è mai stato così instabile. La Lega araba ha convocato per oggi una riunione d´urgenza, l´Egitto rafforza i controlli alla frontiera e l´Iran cavalca la rivolta popolare per condannare le violenze e dare fuoco alla miccia del fondamentalismo. Da noi ancora non ha provocato clamore la pericolosa mossa iraniana di queste ore: presi dagli eventi egiziani e libici ci siamo fatti “sfuggire” due navi con bandiera iraniana che stanno attraversando il canale di Suez e che sono dirette in Siria. Due navi che, secondo l´autorizzazione ricevuta dalla Repubblica islamica al passaggio, non porterebbero armi o sostanze nucleari e chimiche, eppure le imponenti imbarcazioni entreranno nel Mediterraneo per una missione di addestramento contro la pirateria somala. E passeranno proprio davanti alle coste israeliane. Una provocazione bella e buona per lo Stato ebraico, che in un momento così delicato per gli equilibri mediorientali sta lanciando l´allarme ai suoi alleati occidentali. Ma l´Egitto non ha scelta, lo dice una convenzione internazionale dell´88 che apre il canale a ogni tipo di imbarcazione, che sia militare o commerciale.

Una notizia, quella del passaggio delle navi, che dà respiro ad Hamas e ad Hezbollah, alleati dell´Iran, pericolo vero per il processo di cambiamento che stanno vivendo i paesi arabi cosiddetti moderati. Ahmadinejad si fa bello nei confronti di queste forze denunciando le violenze libiche, quando è stato lui il primo ad inaugurare la stagione degli scontri durante il movimento dell´onda verde. La settimana scorsa ha ordinato un attacco a casa del leader d´opposizione Karoubi che è stato arrestato, mentre Moussavi e la moglie sono agli arresti domiciliari. Non è questa la reazione in cui si riconoscono gli arabi di oggi, un popolo che sta dimostrando nelle piazze e per le strade delle capitali la sua forza, quella della fratellanza. Il popolo ha fatto passi in avanti nella percezione dei propri diritti, più di quanti ne abbiamo tracciati i loro governanti, e il pacifico movimento di massa dimostra come la società araba rifiuti la violenza, prerogativa di un certo islam “radicale”, e sia pronta per un vero processo democratico. Il futuro di questi paesi non dovrà essere né nelle mani del nostro occidente, né guidato da una teocrazia: essi hanno già al loro interno uomini e donne che possono dare vita ad un´alternativa sociale, che veda i principi dell´islam protagonisti della svolta democratica.

Désirée Rosadi

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