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E’ il grande cinema su il Politico.it Shutter Island di Attilio Palmieri

febbraio 21, 2011 di Redazione 

Ha vinto – i nostri lettori di più vecchia data lo ricorderanno – il premio “Giovane e innocente” per la critica cinematografica 2009 con la bellissima recensione di Vincere di Marco Bellocchio che trovate qui. E’ uno dei più bravi e promettenti giovani studiosi italiani. Prima firma de il Politico.it sin dai nostri esordi, da qualche settimana è entrato a far parte anche della squadra di critici de Gli Spietati, forse la più prestigiosa – e seguita – tra le testate specializzate della rete. Attilio Palmieri torna questa settimana sul “suo” giornale della politica italiana per raccontarci autorevolmente quella che, ovvia- mente dopo Avatar, e con A serious man dei fratelli Coen, è probabilmente l’opera più importante di questo 2010 (almeno per ciò che riguarda le uscite nel nostro Paese) sul fronte del cinema americano (e quindi in assoluto). Per una settimana lo scrittore de il Politico.it, Fabrizio Ulivieri, lascia il campo libero alla nostra penna di maggior spessore per il cine- ma, che ci offre questo come sempre acuto ritratto del film di Scorsese. Buona visione con Palmieri e con il Politico.it.

Nella foto, Leonardo Di Caprio nei panni del detective Teddy Daniels in Shutter Island

Shutter Island

Un film di Martin Scorsese. Con Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson. Drammatico, durata 138 min. USA 2010

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di ATTILIO PALMIERI

Uno dei più minuziosi, precisi, attuali, oltre che appassionanti e complessi scrittori noir contemporanei risponde al nome di Dennis Lehane. La sua penna si presenta fin da subito estremamente cinematografica, generata per essere adattata, tradita da una forma all’altra, geneticamente audiovisiva. Con Mystic River ha offerto un romanzo straordinario a Clint Eastwood che gli ha permesso di realizzare uno dei suoi film più acuti, più complessi eticamente e narrativamente.

Gone Baby Gone è stato trasferito sul grande schermo da Ben Affleck, conosciuto più per i suoi pettorali che per la misura nel posizionare la macchina da presa. L’esordio dell’attore alla regia ci era sembrato però tutt’altro che negativo, intriso di grande ambiguità etica, degno interprete del noir americano contemporaneo.

Anche questa volta le pagine di Lehane dimostrano enorme attitudine alla trasposizione cinematografica. L’ultimo romanzo dell’autore, Shutter Island (tradotto in italiano con il titolo L’isola della paura) è stato scelto da Martin Scorsese per il suo quarto film con Leonardo Di Caprio, ormai attore-feticcio del regista ed elevato in questo modo al rango di interprete di grande qualità anche dai detrattori.

Il regista di Taxi Driver realizza un film anomalo, da un romanzo anomalo: Shutter Island, infatti, è – contrariamente ai precedenti – un’opera difficilmente adattabile sul grande schermo, per complessità narrativa e per certi versi incompatibilità strutturale tra la forma letteraria e quella audiovisiva. Il regista però non si spaventa e inietta nella materia letteraria enormi quantità del suo bagaglio storico-teorico cinematografico, mettendo in piedi, soprattutto nella prima parte, un calderone di citazioni cinefile che allacciano il suo ultimo lavoro al cinema noir degli anni quaranta e cinquanta (da Hitchcock a Lang, da Siodmak a Fuller). In questo modo stabilisce gli orizzonti assiologici di un film che fin da subito si allaccia alla tradizione iconografica del noir classico, senza dimenticare nemmeno il dettaglio più minuzioso: dal detective “duro dal cuore tenero” alla sua fidata “spalla”, dal classico impermeabile con cappello alla sua propensione alla violenza.

Poi, una volta definiti i confini di un’opera che sembra divenire ormai chiusa, coerente, circoscritta e, volutamente, già scritta, Scorsese con un imprevedibile trompe d’oeil decostruisce tutto ciò che aveva messo insieme, sfonda quei paletti tanto accuratamente, che si rivelano essere colonne erette esclusivamente per essere valicate. Da un noir che si poneva in modo così spiccatamente evidente agli occhi dello spettatore il film vira in modo perentorio verso un racconto estremamente soggettivo, un flusso di coscienza audiovisivo che sovrappone la macchina da presa alla mente del protagonista.

Dal tragico e misterioso episodio da districare il detective Teddy Daniels viene catapultato in uno psicodramma che lo coinvolge personalmente, collocandolo materialmente e metaforicamente al centro di un uragano, nell’occhio di un ciclone che se un lato si stringe sempre più dall’altro confonde in modo irreversibile ciò che c’è dentro e fuori di esso.

Se per il primo segmento del film i sogni del protagonista erano solo una peculiarità che lo contraddistingueva come personaggio turbato e con un passato da dimenticare, con lo scorrere della pellicola questi si confondono sempre di più con la realtà, in un organizzazione spaziale, temporale e drammaturgica sempre più complessa.

Solo in modo retrospettivo diventano comprensibili tutta una serie di soluzioni formali che inizialmente potevano apparire di discutibile gusto, in particolare nella resa del paesaggio antinaturalistica, e di un montaggio visivo e sonoro spesso sconnesso: l’intero racconto, fin da quella ambigua ed abbagliante prima inquadratura carica di luce bianca, si pone come uno sguardo soggettivo, predisposto ad una focalizzazione completamente interna, che trasforma il paesaggio reale in paesaggio mentale ed in modo analogo vanno interpretate le scelte di montaggio.

Martin Scorsese riesce ad utilizzare un romanzo così complesso per alimentare la ricerca personale attorno alle proprie tematiche preferite. Non solo riesce a mettere in scena una realtà quasi esclusivamente mentale e confusa, ma gira a proprio favore il racconto, trasformando quello che si presentava come un convenzionale thriller in uno psicodramma che indaga sul rapporto tra senso di colpa e espiazione della stessa, capacità di reggere il fardello di un passato insostenibile e la tensione inarrestabile a farla finita.

ATTILIO PALMIERI

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