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Sabato al cinema con il Politico.it Omaggio a Eric Rohmer Salvatori

febbraio 21, 2011 di Redazione 

E’ stata un’altra grande settimana per il giornale della politica italiana. Una delle migliori di sempre per accessi e non solo. Ci ritagliamo allora un pomeriggio di divertimento e cultura con un nuovo speciale tutto dedicato al cinema. Il giornale di Attilio Palmieri, il giovane e talentuoso critico cinematogra- fico de il Politico.it, e di Fabrizio Ulivieri del quale leggiamo sotto due nuove recensioni cult, dedica l’apertura al grande intellettuale e regista francese scomparso il mese scorso a Parigi. Un pezzo firmato Pietro Salvatori. E sotto ecco L’uomo che verrà e Soul Kitchen, che potete trovare oggi in sala. Buon cinema con il giornale della politica italiana.           

Nella foto, Eric Rohmer

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di PIETRO SALVATORI

Come tutti i grandi eclettici del mondo aveva i suoi vezzi. Come tutti i grandi eclettici del mondo del cinema si ammantava di uno pseudonimo. Jean Marie Maurice Schérer si faceva chiamare Eric Rohmer.

Di interviste ne ha rilasciate sempre poche, la sua vita privata sempre mantenuta al di là del cono di luce dei riflettori. E se non è arrivato a poter nascondere il suo vero nome di battesimo, sui reali perchè di un tale pseudonimo non ha mai dato ragguagli.

La leggenda, diffusa tra i fans accaniti e tra quelli che mostrano di saperla lunga, vuole che sia una mescolanza tra i nomi dell’immortale regista Eric von Stroheim e dello scrittore britannico Sax Rohmer.

Nato a Tulle, piccolo borgo nel cuore vivo della Francia, lo studio della letteratura e l’insegnamento lo portarono a Parigi subito dopo la guerra.

Culla del fermento culturale del paese, la capitale francese è rimasta il ricovero nel quale si è nascosto e che l’ha reso celebre in tutto il mondo.

Prima come critico cinematografico, insieme ai ragazzacci dei Cahiers du Cinema, quei Truffaut, Godard, Rivette, Chabrol e compagni che, sotto l’attenta direzione di un mostro sacro quale André Bazin, usavano come ingredienti nella dissezione delle pellicole la letteratura, la storia dell’arte, la poesia, la storia, un pizzico di sociologia.
E via giù con l’etica della messa in scena, gli osanna ad Hawks, Hitchcock, Gance, Aldrich, la mitica politica degli autori.

Poi il salto collettivo dietro la macchina da presa. E le penne, che prima erano puntate a sigillare, scoperchiare, scavare nella celluloide altrui, gli si sono rivolte contro.

E’ successo per Il segno del leone, sua prima fatica cinematografica, che ottenne uno scarsissimo successo e fu massacrata dalla critica.

Poi fiumi di inchiostro si sono riversati sulle sue opere più acclamate, da La collezionista, che si aggiudicò il Leone d’argento a Berlino alla fine degli anni ’60, a La mia notte con Maud, forse il vero gioiello di una carriera schiva e preziosa, da Racconto d’autunno a La nobildonna e il duca, presentato nel 2007 a Cannes per celebrare la palma d’oro alla carriera ritirata dallo schivo Eric tra i flash della croisette.

Chissà cosa avrebbe detto il regista leggendo la marea di aggettivi che sono stati consumati per celebrarne la scomparsa, avvenuta lo scorso 11 gennaio, mentre si preparava a spegnere ben novanta candeline, il prossimo aprile.

Autore a tutto tondo, scrittore di tutti i suoi soggetti e di tutte le sue sceneggiature, che raramente lasciava contaminare dalla colonna sonora. Francese (caratteristica, questa, che, diciamocelo, lo rendeva già di per sè figura elitaria e sofisticata), cattolico, ambientalista, ha da sempre lasciato parlare, e bene, i propri film, permettendo sornione che su di lui si sprecassero parole, osservazioni, analisi, illazioni, senza mai sentire la necessità nè di stroncare il fantastico e arzigogolato gioco della critica cinematografica, nè di imbeccare mai il giornalista di turno con facili soluzioni.

Maestro anche in questo. Sulle sue orme figure ben più mainstream, come quel Robert De Niro che, presentando The Good Shepherd, si prese un buon minuto prima di rispondere al malcapitato di turno che gli aveva chiesto perchè aveva girato in quel modo e non in quell’altro proprio quella particolare scena. “Perchè era scritta così”, la laconica ed esauriente risposta.

“Addio a Eric Rohmer” e “Il rigore del moralista dalla grazia”, ha titolato il Corriere della Sera, che con Mereghetti lo ha definito come “il più raffinato, il più colto ed anche il più intellettuale” fra i cineasti formatisi ai Cahiers, cercando di “mascherare la sua anima da moralista dietro una grazia che si potrebbe definire settecentesca”.

Ha risposto la Stampa con “Il regista dell’amore”, leggero nel suo essere profondo, una formula coniata dalla Tornabuoni, che lo ha definito autore di “capolavori di grazia elegante e misteriosa”.

“Genio del cinema francese” per Rondi sulle colonne de il Tempo, o più prosaicamente “Papà della Nouvelle vague” sul Giornale, è indubbio che per l’ennesima volta, suo malgrado, Rohmer ha lasciato spazio al giudizio, all’analisi e all’immaginazione dei suoi esegeti.

Con la sua scomparsa si dice addirittura “Addio alla nouvelle vague”, secondo Il Fatto Quotidiano, la sua dipartita fa “Piangere il mondo” per l’Unità, sulle cui pagine Crespi ne celebra “la leggerezza, lo stile, il mistero”.

Chissà cosa avrebbe detto delle tante parole spese, dell’immenso carrozzone dell’apologetica che si è messo in moto da Parigi spandendosi a macchia d’olio, tra coccodrilli tirati fuori dal cassetto per l’occasione, o preparati in tutta fretta per essere mandati in stampa con l’edizione del mattino successivo.

Forse, tra tutti, avrebbe apprezzato le sincere, benevole e taglienti parole della Mancuso sulla prima pagina del Foglio: “Sapeva irritare i non adepti, deliziando invece i suoi fan: noi che stiamo nel mezzo, ogni tanto uscivamo dal cinema contenti per la sua bravura nei dialoghi fatti di nulla, ogni tanto uscivamo infuriati, per la sua ostinazione a costruire film intorno a maschi e femmine che nella vita cerchiamo di evitare”.

Ecco, se non avete mai capito quali sono le persone che vorreste tenere a tutti i costi distanti, e quali quelle che vorreste avere sempre con voi, forse è l’occasione buona per dare una rispolverata alla cinematografia di un autore che potrebbe avere qualcosa da insegnarvi.

PIETRO SALVATORI

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