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Ogni settimana al cinema con il Politico.it Ed è una domenica di bel cinema italiano Ulivieri è severissimo: una (sola) stella… Ma Into paradiso merita d’essere (ri)visto

febbraio 20, 2011 di Redazione 

E’ il giorno del cinema sul giornale della politica italiana. Il giornale di Attilio Palmieri&Fabrizio Ulivieri. Il talentuoso critico cinematografico de il Politico.it e de Gli Spietati, tra i più brillanti giovani studiosi italiani. E il critico e scrittore fiorentino, curatore della sempre più seguita rubrica domenicale. Per la quale ci propone, oggi, una doppietta di nostro cinema. Il primo film è un’opera prima, la cui autrice, Paola Randi, dovrà essere seguita con attenzione. Un (anziano) ricercatore chiede ad un amico candidato al consiglio comunale di fargli riavere il posto all’università. Ma l’uomo politico è corrotto e lo coinvolge in un “affare” con la camorra. Dunque (anche) una “nostra” storia (in tutti i sensi). Duro Ulivieri, ma la «favola moderna» sull’«accettazione dell’altro» (Alfonso D’Onofrio, il protagonista interpretato da Gianfelice Imparato, incrocerà la propria strada con quella di un gruppo di immigrati dallo Sri Lanka) della Randi è una novità preziosa nel nostro panorama proprio per quell’«esercizio di stile» che Ulivieri riconosce ma che non è (probabilmente) fine a se stesso. di F. ULIVIERI

Nella foto, Gianfelice Imparato e Peppe Servillo in una scena del film

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Into Paradiso

REGIA: Paola Randi

ATTORI:

Gianfelice Imparato
Saman Anthony
Peppe Servillo
Eloma Ran Janz
Gianni Ferreri

GENERE: Commedia

DURATA: 104 min.

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di FABRIZIO ULIVIERI

Proseguiamo la serie disastrosa dei film italiani di questo periodo.

Dopo “Femmine contro maschi” di Fausto Brizzi tocca ora a “Into Paradiso” di Paola Randi.

In un cinema praticamente deserto (6 persone compreso me), inizia il film.

Napoli! (ma con Peppe e non Toni Servillo questa volta).

Ma è Napoli o è Bombay, uscita da un film di Bollywood? Nonostante il dubbio il film avanza con un grande dispiego di mezzi stilistici, da subito: grande musica, grandi colori, rumori a tutta càllara (per dirla alla Pasolini), suoni di strada assordanti (mi pare persino di sentire gli odori…) idiomi asiatici che si intrecciano con l´italiano napoletano (alla Alejandro González Iñárritu), e con tanto di sottotitoli (come in Gomorra).

Il film, dopo il dispiego notevole di stilemi, ci parla di Alfonso D´Onofrio, dottore che studia il modo di comunicare delle cellule e che viene licenziato su due piedi dal laboratorio dove presta opera come ricercatore.

Così, con un pacchetto di sfogliatelle in mano (altro stilema) si ritrova ad elemosinare una raccomandazione da Vincenzo Cacace, imprenditore di successo che ora tenta la scalata in politica. Vincenzo Cacace è però in combutta con la camorra e alle dipendenze di un capo camorrista (don Fefè) a cui deve sottostare.

Cacace si approfitta della buona fede di Alfonso e lo inguaia in una storia che è al di sopra delle possibilità di tutt´e due…

Il film oscilla fra un´atmosfera che ricorda molto il surrealismo di Sorrentino e quello dei mitici Squallor, rivestito di un´atmosfera molto Batik, che servono a costruire un rococò assai tribale, in cui la regista dà largo sfogo al suo oleografismo multietnico e alla sua pochezza narrativa, cosicché, alla fine, bello lo stile ma la noia è mortale: 104 minuti di puro esercizio stilistico sono un po´ troppi. 15 ne sarebbero bastati ed avanzati.

Una stella.

FABRIZIO ULIVIERI

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