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***Il futuro dell’Italia***
FAR VINCERE LE IDEE
di MATTEO PATRONE

febbraio 16, 2011 di Redazione 

Comunque la si pensi, il presidente del Consiglio attraversa il momento più difficile della sua vita politica. Per qualcuno coincide con il definitivo declino, per qualcun altro no, ma non è questo il punto: sta di fatto che oggi il Cavaliere è nel bel mezzo di una bufera, che in altri Paesi avrebbe già determinato uno switch enorme di intenzioni di voto a vantaggio della tanto decantata «alternativa».            

Nella foto, Matteo Renzi: «Eh, magari…»

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In Italia (al contrario!) questo non avviene. Perché non si può parlare di alternativa quando ci si riferisce al blocco del resto del mondo che unisce tutto e il contrario di tutto. E anche rispetto a quello, comunque, non c’è stato alcun travaso di consensi.

Il primo problema – e la differenza con quegli altri Paesi – è proprio che l’«alternativa» viene abbondantemente citata e non “raccontata” – tanto meno da Vendola che ha capito, prima di tutti, cosa è necessario fare ma non sembra in grado di sostanziare la tecnica con dei contenuti organizzati – e così, di fatto, non esiste.

L’altra differenza è che, anche quando qualcosa emerge, non “passa”: come nel caso del Lingotto-2 di Veltroni, un grande progetto Democratico di rilancio del nostro Paese che avrebbe meritato di essere discusso e invece (non) è “passato” (sotto silenzio), se si eccettua il “contorno”: la nuova discesa in campo di Walter, il riferimento allo «spirito del (primo) Lingotto» che però nessuno sa bene definire, perché nessuno parla di contenuti.

E invece la costruzione del futuro dell’Italia passa proprio di qui. E’ questa la linea di demarcazione con la politica autoreferenziale di oggi, di ogni parte. E il giornale della politica italiana mette a disposizione il proprio progetto a chiunque, nell’agone, volesse farlo proprio. Come – in pratica – ha già fatto Veltroni. Ma perché questo poi possa attecchire sono necessarie due condizioni ulteriori, che sconfiggano la cultura para-democratica – nata in questi sedici anni di personalizzazione, causa ed effetto di tutto questo – che impedisce di concentrarsi sui contenuti.

La prima è che, come dice il gruppo dei giovani del Pd, tutto questo sia accompagnato da una scossa (proprio) sul piano della personalità che tutto questo dovrà mettere in campo (e quindi, come dicono loro, della credibilità) così da consentire la comunicazione con il Paese. Giuliano Amato una volta ci disse che il rischio era però di nascondere i contenuti dietro la novità nominale. Gli rispondemmo che era vero, ma che in questa situazione l’unica possibilità è usare, per un’ultima volta, strumentalmente la personalizzazione per far passare le idee.

E questo, a nostro modo di vedere, lo può fare, oggi, Matteo Renzi o un altro giovane (ancora meglio se donna) completamente avulso della nostra politica autoreferenziale di questa Seconda Repubblica.

Ma la seconda condizione è che, una volta assurto al rango di leader, Renzi o chi per lui non si faccia trascinare nel vortice della personalizzazione e dell’autoreferenzialità: e, con onestà e responsabilità – e anche molta determinazione – sia capace di mettere al centro del confronto pubblico quei temi, a costo di sacrificare la propria primazia mediatica.

Deve – in altre parole – usare il proprio nome, la propria immagine, visibilità per far vincere (finalmente, anche da noi) le idee. E dunque deve in primo luogo partire, dentro di sé, da quelle. Ribaltare lo schema psicologico per cui prima vengono le persone, e solo poi i contenuti. E’ l’unico modo per salvare e rifare grande – in un unico tempo – il nostro Paese.

M. Patr.

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