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Marchionne, ci hai “fregato” (ma la politica dov’è?) di R. Maraga

febbraio 14, 2011 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è stato il primo grande quotidiano a far notare come nella vicenda Fiat il grande assente fosse quel progetto organico e complessivo – tra cui la politica industriale – capace di creare le condizioni perché in Italia sia conveniente investire, e non solo per una riduzione dei diritti del lavoro (bensì salvando e rifacendo grande il nostro Paese). il Politico.it può avere sempre ragione perché, onesto e responsabile, è mosso dalla sola motivazione di perseguire il bene della nostra nazione. E così anche un grande economista come Tito Boeri finisce inevitabilmente per convenire. Ma in questa storia è mancata – manca – anche la responsabilità (d’impresa) dell’ad Fiat, che dopo avere sollecitato proprio quell’impegno – facendoci esultare di fronte ad un italiano che sembrava indicare la strada della modernità per il nostro Paese – ha rinunciato a dare il proprio contributo a quella stessa modernizzazione, che avrebbe avuto ricadute positive anche per la Fiat (proprio quelle invocate), preferendo la scorciatoia dell’utilità immediata e per la sola propria azienda, cessando di occuparsi del domani del nostro Paese. E allora promesse non sostanziate da un piano di investimenti che fosse reso noto e richiesta/imposizione tout court di sacrifici ai soli operai. “Fiancheggiato” (loro malgrado) da una parte della nostra politica, e in particolare del Pd, lasciatasi trarre in inganno. (Anche) di questo ci parla il nostro giovane studioso di diritto del lavoro: è qui che si ritrovano, si confrontano e danno il loro contributo i giovani (nati dopo il 1980) talenti della nostra politica che salveranno e rifaranno grande questo Paese. di RICCARDO MARAGA

Nella foto, Sergio Marchionne e il suo nuovo (vero) amore: l’America (degli aiuti statali e del sindacato – unitario – dialogante)

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di RICCARDO MARAGA

Possibile trasferimento della Fiat a Detroit.
Questa la dichiarazione di Sergio Marchionne che è tornata a far tremare la politica, i sindacati e il mondo del lavoro. E il Pd.

Nel merito, il trasferimento della testa della società in America, secondo quanto affermato dal quotidiano MF, potrebbe portare la società a un esborso da circa 4 miliardi di euro visto che, in caso di trasferimento, gli azionisti di minoranza avrebbero il diritto di chiedere il recesso dai titoli del gruppo.
Si tratta, quindi, di una decisione che metterebbe un enorme punto interrogativo sugli investimenti annunciati (senza alcun impegno preciso) da Marchionne e presentati come contropartita all’accettazione dell’accordo da parte dei lavoratori e dei sindacati.

Sul piano politico la dichiarazione dell’ad di Fiat si tramuta in un vero terremoto per i partiti, di maggioranza e di opposizione.

La maggioranza ha mostrato la sua totale incapacità di esprimere una governance forte ed autorevole dei delicati processi economici e sociali innescati dalla crisi e dai fenomeni di mondializzazione dei mercati.
Il presidente Berlusconi ha continuato a pensare come un imprenditore e a solidarizzare con la parte a cui continua ad appartenere. Ecco la gestione imprenditoriale dello Stato: dividere il mondo sindacale, favorire accordi separati, rifiutare ogni logica di concertazione e di dialogo sociale accettando in maniera acritica ogni decisione manageriale, anche se a farne le spese sono i diritti costituzionali dei lavoratori e la stessa permanenza degli impanti produttivi.

Non ne esce meglio il Partito Democratico. O meglio, alcuni suoi esponenti.

Hanno dimostrato lungimiranza e visione ampia dei fenomeni coloro che, come Fassina e lo stesso Bersani, hanno sottolineato la necessità e l’importanza di un nuovo impegno della Fiat in Italia in termini di investimenti ma hanno anche evidenziato come il management Fiat non avesse assunto alcuna responsabilità concreta, senza dire una parola sull’importo reale degli investimenti, sulle nuove produzioni, sull’innovazione, la ricerca. Ed hanno anche avvertito che quel modello non può che costituire un’eccezione, perché le sfide della competitività del sistema non si giocano erodendo i diritti costituzionali dei lavoratori o estromettendo dal circuito della democrazia sindacale e della rappresentanza le organizzazioni sindacali “scomode”.

Hanno fatto, viceversa, un grande danno d’immagine coloro che hanno tolto alla politica il suo compito, e cioè quello di inquadrare i fenomeni dall’alto, senza schierarsi aprioristicante, mostrando la capacità di sistemare interessi ed assetti anche confliggenti alla luce di un dato sistema di valori.
Sono coloro che, oggi, corrono ai ripari dicendo che Marchionne deve chiarire ma che fino a poco fa lo definivano un socialdemocratico, o, peggio, confondevano la tecnica del ricatto, la destrutturazione dei diritti dei lavoratori e la negazione della democrazia in azienda come il mirabile frutto della modernità e del progresso.

Basterebbe, almeno, l’umiltà di ammettere di aver sbagliato e, per il futuro, far parlare di certe cose chi se ne intende. E lo ha dimostrato.

RICCARDO MARAGA

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