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Per la prima volta dal ’95(!) calano redditi Ciò è dovuto (ovviamente) pure alla crisi Ma anche Germania oggi vive (?) la crisi E disoccupazione è ai minimi da 18 anni Da noi 1/3 giovani non studiano/lavorano Se non invertiamo (ora) comincia declino Come la gerontocrazia danneggia l’Italia

febbraio 2, 2011 di Redazione 

L’istinto di sopravvivenza (è proprio il caso di dirlo) della nostra politica autoreferenziale di oggi indurrà i nostri uomini politici politicanti a far passare questi dati allarmanti come un normale frutto della congiuntura. [CONTINUA ALL'INTERNO]

Nella foto, il presidente del Consiglio: come il resto della “casta”, ride (e/o non fa nulla) mentre il Paese va a picco

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Del resto nel 2006 i redditi crescevano del 3,5%. Era il frutto della cura del governo Prodi, che il giornale della politica italiana indica da sempre come le sole parentesi di politica vera a cui abbiamo assistito negli ultimi sedici anni. Prodi che d’altra parte poteva contare ancora su un’Italia che, adeguatamente confortata, era in grado di (ri)trovarsi ancora in un discreto stato di salute.

Ora prendete un ammalato e provate a non curarlo per anni e anni; e vedete se dopo anche le stesse, buone cure che facevano crescere i redditi nel 2006 saranno sufficienti solo a mantenere un (buono) status quo.

La rendita lasciataci dai nostri padri – quelli veri, quelli costituenti, che generazionalmente sono in realtà i nostri nonni, mentre i nostri (veri – ?) “padri” sono coloro che hanno cominciato a sciupare proprio questa rendita, negli anni ’80 – non durerà per sempre; se oggi siamo ancora in grado di assicurarci un discreto benessere è solo perché partiamo dalla condizione di una delle maggiori potenze industriali del mondo che ci eravamo assicurati negli anni dopo la guerra.

Ma il “credito” sta per finire. E quando un’Italia ormai dimagrita comincerà a non poter più contare sulle proprie “riserve di grassi” che oggi le fanno sopportare le peggiori influenze, sarà il momento in cui ci ammaleremo davvero. E non basterà più la politica onesta e responsabile che oggi, da sola, può salvare e rifare grande l’Italia. Serviranno sacrifici; e comunque per lunghi anni non potremo riavere nemmeno la condizione dalla quale partiamo oggi, altro che la crescita.

E siccome da un lato gli altri paesi tengono il passo e ce ne sono alcuni (le economie emergenti) che viaggiano a velocità decuplicata rispetto alla nostra (sempre che, appunto, noi oggi possiamo dire di avanzare), il divario che finirà per crearsi potrebbe essere doppio. Come la nostra povertà diffusa.

E siccome, ancora, dall’altro lato abbiamo un debito altissimo che può mettere a rischio la nostra stessa tenuta (ovvero, non più il declino, ma una vera e propria “fine” immediata), rischiamo di non poter nemmeno contare su di un divario.

Tutto questo non è ineluttabile. Anzi. Come il Politico.it scrive da settimane, per noi la salvezza può (ancora) coincidere con il rilancio. Perché abbiamo risorse intrinseche che ci rendono capaci di grandi scatti di reni. Finché, naturalmente, le forze, appunto, ci sorreggono minimamente.

Ma perché questo sia possibile è necessaria una completa inversione di rotta; un completo ribaltamento di piano che, per cominciare, ricostruisca (o meglio smetta di smantellare) la strada davanti a noi. Perché se gli autisti sono vecchi e svogliati, se una strada abbiamo ancora davanti possiamo, con i sostituti più giovani – contando sul nostro motore da Formula1 – riprendere il cammino; ma se ai giovani viene tolto il lavoro, subito, e la capacità di svolgerlo in futuro, negando loro – anche attraverso la (negazione della) speranza – pure lo studio, allora il declino e la fine per default appaiono ancora una prospettiva rosea, a confronto con quello che ci aspetta.

Non servono (ora) riforme costituzionali che questa classe politica vecchia e autoreferenziale (e/perché poco onesta e responsabile) non è assolutamente in grado di assicurare al Paese. Serve, come abbiamo scritto stamattina, che l’Italia sia resa ai giovani, e nella nostra democrazia il modo per farlo è ancora quello, indolore (e anzi piacevole) dell’apertura democratica (democratica, e non cooptativa) delle sale del potere.

In questa luce persino le politiche giovanili sono una forma ipocrita di autoreferenzialità (e non a caso il ministro Meloni ha chiaro il concetto che il suo ruolo sia, oggi, mettere a sistema le politiche proposte dagli altri ministeri così che guardino al futuro): perché l’unica “politica giovanile” sensata e strutturale per questo Paese è LA politica, tout court, in mano ai giovani, che si occupino non di loro stessi ma anche di loro stessi attraverso quello che fanno per il loro Paese e quindi per tutti. Soprattutto i giovani. Di domani e dopo.

M. Patr.

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