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Ogni settimana al cinema con il Politico.it Apertura è (tutta) per La donna che canta E Ulivieri dà (ben) quattro stelle e mezzo Un film sull’orrore della guerra in Libano

gennaio 30, 2011 di Redazione 

Un film duro, che ci proietta in un mondo alieno per noi europei ed occidentali. Quello della guerra tra cristiani e musulmani. In Medioriente. Fondata sull’odio che genera un male indicibile. Raccontato dal film. Da vedere assolutamente. E’ il giorno del cinema sul giornale della politica italiana. Il giornale di Attilio Palmieri, il giovane e talentuoso critico de il Politico.it, tra i più brillanti giovani studiosi italiani. E di Fabrizio Ulivieri, autore della rubrica domenicale. Che ci propone, oggi, una tripletta. Dopo La donna che canta, Vallan- zasca – Gli angeli del male e Qualunquemente.

Nella foto, Lubna Azabal è Nawal Marwan

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La donna che canta

REGIA: Denis Villeneuve

ATTORI:
Lubna Azabal
Mélissa Désormeaux-Poulin
Maxim Gaudette
Remy Girard
Abdelghafour Elaaziz

TITOLO ORIGINALE: Incendies

GENERE: Drammatico

DURATA:130 min.

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di FABRIZIO ULIVIERI

Inizia lento e morbido il film, con una bella musica in sottofondo e una vallata immersa nel sole di un paese del medio oriente. Poi la camera piano piano si ritrae e ci porta all´interno di una stanza piena di soldati e di bambini che vengono tosati come pecore. Uno di questi ha gli occhi tristi e cattivi. L´odio lo ha già penetrato. Lo ha segnato con un tatuaggio su un tallone.

Poi cambia la scena. Siamo nell´ufficio di un notaio, in Canada, che legge il testamento di una donna morta, Nawal Marwan, ai due figli gemelli di lei: Jeanne e Simon.

La lettura del testamento contraria i figli. Secondo le volontà della madre i figli devono ritrovare il padre ed un fratello per consegnare a ciascuno una lettera. I figli non sapevano assolutamente di avere un fratello e sapevano per certo che il padre era morto. Si arrabbiano, soprattutto Simon. Litiga con la sorella perché è decisa a seguire la volontà della madre che non vuole nessun epitaffio sulla tomba fino al giorno che i figli non avranno adempiuto al suo testamento. E qui inizia la storia vera del film. Una storia dura, spietata che ci getta in faccia un mondo sconosciuto a noi occidentali.

La storia è suddivisa per narrazioni incrociate: la figlia che cerca le tracce della vita della madre in quel paese del medio oriente, una storia a lei ignota, che il film ci racconta alternandola con la ricerca della figlia. Un crossover ben dosato che salta dalla incredulità della figlia che via via scopre la vita disperata ed estrema della propria madre e le immagini crude di una guerra spietata fra faide di cristiani contro musulmani e musulmani contro cristiani che hanno punteggiato la gioventù amara della madre. Una gioventù vissuta in un mondo primitivo, duro e senza pietà.

Un film viscerale, fatto di corpi come carne da mattatoio, di sudore, sperma, sangue, rabbia. Odio soprattutto. Un modo magari un po´ vecchiotto di fare cinema ma che ha il fascino del documentario di guerra, che ti prende per mano e ti tira dentro in una storia angosciante ma che non ti angoscia. Ti fa suo e non puoi mollare, come quando leggi un thriller tutto d´un fiato.

Il finale è orrore completo. L´orrore di una verità che solo la guerra può generare in una formula matematica, figlia diretta del Male:

1+ 1 = 1

A voi scoprire il risultato della formula dell´odio cieco.

Questo non è un film mainstream, questo è uno di quei film che dura nel tempo. Fra dieci anni avrà ancora la sua forza d´impatto.

Voto: quattro stelle e mezzo.

FABRIZIO ULIVIERI

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