Top

Rivolta della sponda araba Mediterraneo Egitto/ Tunisia, esplodono democrazioidi già segnate dalla corruzione e dalla fame (Non tanto lontana, alla fine, è poi l’Italia) Sono i giovani alla base di (ogni) rivalsa Ma si agita spettro del fondamentalismo

gennaio 29, 2011 di Redazione 

La storia del Medioriente insegna che laddove il governo di un paese, ancorché dittatoriale, va in crisi matura sfiducia nei confronti delle forze democratiche alimentando i movimenti estremi, al Cairo rappresentati dal partito d’opposizione dei Fratelli musulmani. Una capitale viva, giovane, che chiede riforme vere alla base della capacità d’insurrezione, dopo trent’anni di regime, sia pure mascherato da democrazia. Su una ideale cartina di tornasole sulla quale siano rappresentate le gradazioni delle democrazioidi mediterranee (che triste “fine”, ha fatto, quello che una volta era il centro del mondo) il nostro Paese è una democrazia sporca, i casi tunisino e egiziano dittature “democratiche”: un po’ al di qua e un po’ al di là del confine tra democrazia e dittatura, ma un (sia pure elaborato) paragone non è improprio. Se ne deduce che la chiave dei nostri problemi è la gerontocrazia, e che la soluzione può venire solo da un ribaltamento di questa sproporzione di potere tra giovani e vecchi. Giovani italiani, se ci siete, battete un colpo, ma possibilmente non alla porta del vecchio potente di turno. Il giornale della politica italiana è la vostra (vera) voce, perché il solo che abbia il senso della Storia e capace di elaborare una proposta per il futuro. Quello dell’Italia passa (soltanto) di qui. La nostra Désirée Rosadi, responsabile della rubrica mediorientale, torna per inquadrarci le rivolte in tutto il mondo arabo che si affaccia sul Mare nostrum, con questo pezzo da non perdere. di Désirée ROSADI

Nella foto, sagome (in controluce) di giovani egiziani conquistano un carrarmato e, con esso, simbolicamente, abbattono il regime

-

di Désirée ROSADI

Sunday bloody Sunday, cantava Bono Vox nel 1982, denunciando l’orribile carneficina di manifestanti irlandesi compiuta a Derry dall’esercito del Regno Unito.

Quattordici persone civili, disarmate, uccise, come le oltre cento vittime degli scontri di questi giorni per le vie del Cairo, come i ventuno di Tunisi.

È questo il January bloody January del popolo arabo. È la manifestazione della sovranità del popolo egiziano, dell’ira, della frustrazione di una generazione repressa da trent’anni di dittatura, perché di questo si tratta.

Tunisia ed Egitto, due democrazie che di democratico hanno, o meglio avevano, soltanto la libertà dell’omologazione ai peggiori valori occidentali, del capitalismo affarista e corrotto. Due dittature nella sostanza, che hanno insegnato ai loro figli le parole uguaglianza e libertà, ma privandoli dei loro diritti.

“E’ la collera degli affamati” esplode lo scrittore Tahar Ben Jellun sulle pagine de La Nazione di oggi: un’insurrezione spontanea, che segue quella tunisina, ma che nasconde dietro di sé pericolosi focolai di fondamentalismo islamico.

Questo ci insegna la storia del Medioriente. Nel momento in cui c’è una crisi del governo di un paese, seppur guidato a mo’ di dittatura, nasce la sfiducia nei confronti delle forze politiche che difendono il valore democratico, e avanzano i movimenti estremi, nel caso dell’Egitto il partito d’opposizione dei Fratelli Musulmani.

L’effetto-Tunisia si riscontra anche in Algeria, dove l’esercito tiene sotto controllo le proteste, e in Yemen, paese già diviso tra nord e sud.

La fuga non sarà la soluzione di Mubarak. Se Ben Ali è stato costretto a scappare, non è lo stesso per il presidente egiziano, ben saldo alla sua poltrona presidenziale da trent’anni. Non intende lasciare il potere, anzi promette riforme che contrastino la corruzione, quelle riforme mai arrivate che annuncia da sempre e che, se realmente applicate, colpirebbero il presidente in persona.

Il popolo oggi ha la forza di reagire, e nonostante le promesse, non dimentica i cento fratelli morti, uccisi dalle forze dell’ordine. Non siamo di fronte al popolo-gregge, ma persone che scandiscono slogan contro di lui, Mubarak.

La situazione è tutto tranne che sotto controllo nella brulicante città del Cairo, una città viva, giovane, che chiede riforme vere: detenuti che riescono a fuggire dalle carceri, persone che irrompono nei palazzi del potere, coprifuoco nelle vie centrali della città. La protesta si espande a macchia d’olio nelle altri città egiziane, Alessandria, Ismailyya, Suez, e anche qui si contano i morti negli scontri con la polizia.

Per quanto tempo dovremo cantare questa canzone, per quanto?

Désirée Rosadi

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom