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***Diario politico***
LA CONTROFFENSIVA DI SILVIO
di GINEVRA BAFFIGO

gennaio 28, 2011 di Redazione 

In quattro mosse: il Pdl ottiene il rinvio alla Procura di Milano gli atti del caso Ruby, cercando il trasferimento al Tribunale dei ministri; (ri)parte l’assalto (finale) a Fini rispolverando – attraverso addirittura le “risposte” del ministro degli Esteri in aula! – la vicenda della casa di Montecarlo; il Giornale è incaricato di applicare il metodo Boffo/Mesiano a Ilda Boccassini; Mauro Masi fa la figura del «poveraccio» telefonando ad Annozero dal quale è assente (per volontà “superiori”) Fabrizio Cicchitto. Una reazione blanda tanto quanto ridotte al lumicino sono le forze – leggi: le risorse e le energie – del premier a questo punto della storia. Significativo che tra gli “obiettivi” di Berlusconi – che indicano gli avversari più pericolosi – non ci sia, solo, il Partito Democratico. Si (è già) affossa(to) da solo? Ci racconta tutto, la nostra vicedirettrice. di GINEVRA BAFFIGO

Nella foto, Silvio: “spara” ai suoi (più temibili) avversari

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di Ginevra BAFFIGO

A tenere banco, sul finire di questa intensa settimana di politica italiana, troviamo ancora il caso Ruby. La Giunta per le autorizzazioni della Camera è teatro del blitz del Pdl per rimandare gli atti dell’inchiesta alla procura di Milano.

Una vittoria del centrodestra segnata sul filo di lana: undici “sì” contro gli otto i “no”. La proposta dunque, dovrà ora passare l’esame dell’aula ed ottenere come minimo una maggioranza di 316 deputati.

Come esplicita il pidiellino Maurizio Paniz, la competenza sull’inchiesta non può essere quella del Tribunale di Milano, bensì del Tribunale dei ministri. Questa la tesi: in quanto Silvio Berlusconi si sarebbe adoperato per Karima “Ruby” El Mahroug, fermata dalla questura di Milano, per motivi istituzionali, pensando infatti che questa fosse la nipote del presidente egiziano Mubarak.

Tesi che però si rivela da subito poco convincente per i banchi dell’opposizione. Secondo il presidente dei deputati del Pd, Dario Franceschini, una simile decisione è «una vergogna e un affronto alla credibilità delle istituzioni». Il Pdl, continua l’ex segretario Democratico, adotta «una linea da azzeccagarbugli che ha prodotto un atto illegittimo che non avrà alcun effetto perché non è il Parlamento che può stabilire di chi è la competenza giurisdizionale a giudicare un reato, come sanno benissimo quelli che l’hanno proposto e i magistrati stessi». Quanto ad Antonio Di Pietro la decisione della giunta è «un golpe, perché solo in un Paese antidemocratico il Parlamento si sostituisce alla magistratura per decidere la competenza territoriale o funzionale».

Ciò che è palese, che si creda o meno alle “ragioni istituzionali”, è che nel centrodestra vi sia stato un repentino cambio di tattica. Dal “fumus persecutionis” invocato dagli spalti pidiellini nei confronti del leader al centro della vicenda legale e mediatica, si è rapidamente sostituita la strategia della competenza del tribunale.

Vero è, che una non esclude l’altra: una volta passati gli atti al Tribunale dei ministri, si potrebbe sempre riproporre il sospetto di fumus persecutionis: la Procura di Milano, secondo il Pdl, avrebbe proceduto «ben sapendo di non essere competente», solo per «mero intento persecutorio. A quel punto – rimarcano dalla maggioranza – tutti gli atti della procura sarebbero nulli».

il Giornale della famiglia Berlusconi, intanto, si scaglia contro uno dei pm milanesi. «Ilda Boccassini, una degli accusatori del Cavaliere, nel 1982 fu sorpresa in “atteggiamenti amorosi” con un giornalista di Lotta Continua e finì al Csm».

La procura del capoluogo lombardo fa subito quadrato attorno al pubblico ministero, ed il procuratore di Milano, Edmondo Bruti Liberati, a proposito di questo articolo reagisce con una nota ufficiale: «Ogni attività della magistratura – e dunque anche quella della Procura della Repubblica di Milano – in un ordinamento democratico è soggetta alla valutazione e alla critica della libera stampa; le campagne di denigrazione e l’attacco personale ai magistrati si qualificano da soli, e in un sistema di civile convivenza devono essere un problema per chi ne è autore e non per chi ne è vittima». «In considerazione della delicatezza della vicenda – prosegue Bruti Liberati – il Procuratore della Repubblica segue costantemente e compiutamente tutta l’attività di indagine, di cui ha assunto personalmente il coordinamento e conseguentemente piena responsabilità. I due inviti a comparire (per Silvio Berlusconi e Nicole Minetti, ndr) firmati dai magistrati sono stati vistati dal procuratore – conclude – pur non essendo richiesto il visto per tale tipo di atti». Anche l’Associazione nazionale dei magistrati, il sindacato delle toghe, si stringe in difesa della Boccassini: «Il metodo Mesiano non ci intimidisce e non ci intimidirà – avverte Luca Palamara riferendosi agli attacchi già subiti da Raimondo Mesiano, il giudice del caso Imi-Cir che condannava il gruppo Fininvest – Da qui mandiamo la nostra solidarietà alla collega Boccassini, qui non si tratta di difendere un magistrato ma l’intera categoria».

L’intervento in difesa del pm milanese costa però a Palamara una dura minaccia recapatita via e-mail presso la Corte di Cassazione: «Sta per arrivare la vostra ora».

Leoluca Orlando in una nota esprime la solidarietà di Idv alla magistratura: «Il linciaggio mediatico nei confronti della Bocassini continua. I giornali di famiglia proseguono con il metodo Boffo nel tentativo di punire i magistrati e di intimidirli, partendo dal magistrato più esposto. La colpa della Bocassini? È quella di avere i capelli rossi così come la colpa del giudice Mesiano era quella di avere i calzini turchesi. L’Italia dei Valori – scrive ancora Orlando – esprime solidarietà e vicinanza umana alla Bocassini, ai suoi colleghi e a tutti i poliziotti costretti a fare da scorta alle escort di Arcore. Chiediamo anche un intervento dell’Ordine dei giornalisti affinché valuti se è deontologicamente corretto il pestaggio mediatico e se tutto ciò è informazione o semplicemente manganellate di regime».

La casa di Fini. In mattinata una informativa al Senato di Franco Frattini ha riaperto il fuoco: «Il primo ministro di Santa Lucia – scrive il titolare della Farnesina rispondendo all’interrogazione di un senatore Pdl – mi ha certificato l’autenticità del documento» che attesta Giancarlo Tulliani (fratello dell’attuale compagna del presidente della Camera) come proprietario dell’immobile di Montecarlo.

La linea del Pdl è quella di insistere con il pressing su Gianfranco Fini, affinché sia costretto a rinunciare alla presidenza di Montecitorio. Ma come riuscire in una simile impresa?

Sottolineare il «problema politico» nell’eventualità in cui non consistesse l’aspetto giuridico della vicenda, potrebbe convincere i più dell’incompatibilità tra il ruolo che Fini ha assunto come leader di Fli e quello che ricopre in qualità di presidente della Camera.

Che questo possa avere un riscontro nel prossimo futuro sarà da vedere. Quanto all’immediato presente, l’intervento di Frattini non poteva che far esplodere le polemiche.

Italo Bocchino, capogruppo dei finiani alla Camera: «Silvio Berlusconi – tuona il delfino di Fini – è il mandante di questa azione di dossieraggio, il manovale è Valter Lavitola». Il premier vuole davvero liberarsi di Fini? Bene, non ci resta che «andare al voto», minaccia Bocchino. «Andiamo subito al voto e il presidente della Camera sarà un altro – sostiene il capogruppo – Berlusconi ha paura del voto perché sa che sarebbe punito dagli elettori: non possono accettare che un leader moderato faccia quei festini ad Arcore. Ma sono certo che Berlusconi resterà asserragliato a Palazzo Chigi». Per Bocchino è inoltre «gravissimo» il comportamento del presidente del Senato Renato Schifani che, «anche lui come Frattini, si presta alle richieste di dossieraggio istituzionale da parte di Berlusconi». Quanto al titolare della Farnesina l’accusa è ancora peggiore: Frattini avrebbe infatti, a detta dei finiani, «infangato il ruolo e il prestigio della diplomazia italiana per la sua debolezza che non gli ha consentito di dire no a Silvio Berlusconi». Frattini, segue Bocchino, «ha commesso tantissimi atti molto gravi».

Quanto al caso Montecarlo, la difesa del finiano Consolo, legale del presidente della Camera, si fa adamantina: «La casa di Montecarlo non è del signor Giancarlo Tulliani. Abbiamo qui le carte, le ho portate. Carta canta, villan dorme». Ma il Pdl non intende ritirare le accuse: «Dica Fini se intende tenere fede alla sua promessa di dimissioni: la casa è del cognato. La prova ora c’è. Il nodo è politico».

Ginevra Baffigo

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