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Economia non si rilancia (solo) con -diritti Non cresce (a lungo), si riducono ancora (Nostra) economia si rilancia con cultura Ma non (solo) grazie a ‘turismo culturale’ Ma perché cultura aumenta produttività

gennaio 24, 2011 di Redazione 

Abbiamo già sfatato il mito che la produttività dipenda solo da un costo del lavoro concorrenziale. Naturalmente si tratta di una componente probabilmente (almeno all’inizio) necessaria, che nell’ambito del piano complessivo – e giusto, e condiviso – per rifare grande l’Italia, specie in un momento di acutezza della crisi (non solo nella congiuntura economica, ma rispetto alla competizione con le grandi economie emergenti) deve poter essere preso in considerazione. In questo modo – giusto e condiviso – non ci sarebbe però bisogno di referendum lancinanti e di ricatti perché gli stessi lavoratori sarebbero disposti ad accettarlo. CONTINUA ALL’INTERNO

Nella foto, Marchionne esaltato: «Sarebbe fantastico»

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Perché? Intanto perché apparirebbe equo. Sarebbe parte infatti di in un piano di sacrifici che coinvolge anche i datori di lavoro – rispetto alla proporzionalità dei cui compensi è necessaria una riflessione che il Politico.it ha già sviluppato, e non solo per ciò che riguarda le stock options – E questo anche perché, soprattutto – seconda cosa – non sarebbero, i sacrifici, la sola “molla” (?) messa in campo.

La “pesantezza” delle condizioni più gravose sarebbe infatti “compensata” dalla leggerezza delle misure “d’attacco” – e non solo difensive – che verrebbero assunte dalla nostra politica (perché, come abbiamo già detto, questo è compito della politica e non dei singoli imprenditori, sia pure fatto salvo il principio della responsabilità – non solo sociale – di impresa, tanto più se essa stessa è stata assunta come bandiera attraverso promesse di modernizzazione, e non solo – o senza – annunci di tagli ai diritti).

Quali sono queste mosse, cosa può fare la politica?

Si tratta non (solo) di intervenire ad hoc sulle regole per la rappresentanza e nemmeno solo di favorire – come da esempio più volte assunto in queste settimane – la partecipazione agli utili e, soprattutto, alla governance dell’azienda dei lavoratori.

L’economia sociale di mercato è il modello (che funziona) tedesco ed è figlio, però, non della “necessità” (emergenziale) di trovare una soluzione ad una lenta decadenza, bensì di un impegno per un rilancio (complessivo, e duraturo) dell’economia, sola (forma di) intervento in grado di assicurare una crescita duratura e una reale competitività.

Come si fa?

Approntando quel progetto organico e complessivo per la costruzione del futuro dell’Italia di cui il giornale della politica italiana scrive da mesi, in cui – per cominciare – la «depressione» degli italiani raccontata dall’istat sia scacciata dall’entusiasmo per una ripartenza collettiva che abbia un ordine e una prospettiva.

La politica deve produrre e chiamare gli italiani a condividere un ritrovato impegno per fare grande l’Italia, non (appunto) chiedendo (solo) più sacrifici, ma proponendo un rinnovato impegno in nome di un nuovo nazionalismo (irregimentato nell’europeismo, ma necessario) che punti a rifare grande il nostro Paese.

E’ il primo momento di una rivoluzione culturale che deve passare poi per la scelta, strategica, di (ri)fare della cultura il nostro ossigeno.

La scuola e l’università, ed eventualmente la formazione permanente, devono diventare il motore della ripartenza, offrendo – attraverso le necessarie, e complessive, organiche al piano generale, riforme – una forza lavoro – manuale o intellettuale – più matura, consapevole, motivata e preparata (più ad hoc), e questo proprio attraverso la cultura.

Fatta dell’innovazione la nostra stella polare ci sarà (di nuovo) più bisogno di lavoratori dei mestieri intellettuali, ma la rivoluzione culturale prevede anche che si torni a riconoscere pari dignità a tutti gli altri mestieri, per i quali oggi c’è una domanda inevasa, contribuendo a risolvere il problema del lavoro (stesso) e così generando nuova soddisfazione e motivazione, perché ogni impiego è decisivo nel fare il nostro nuovo Rinascimento.

La bellezza del nostro Paese passa anche attraverso il rifiorire dell’artigianato, dei mestieri manuali in una comunità che non si rinchiuda nei centri commerciali ma torni a popolare le nostre città, determinando peraltro in questo modo anche cospicui effetti benefici sul fronte della sicurezza. E via, ancora, di circolo virtuoso.

Un Paese così è pronto a (ri)avere in campo, il suo, i migliori cervelli e anche le migliori risorse umane, e questo genera produttività sia direttamente – perché un italiano che viva queste ritrovate, e nuove, condizioni di benessere è un italiano che rende tre volte tanto – sia indirettamente, nel senso che la produzione torna a rifiorire anche sul piano dell’innovazione concettuale (il vero problema della Fiat) e, insieme ad una liberalizzazione generale del sistema che consenta l’esplosione di questo straordinario potenziale ricreato, determini le condizioni per una vera e propria rifioritura (ancora) della nostra economia, in tutte le sue parti.

E’ possibile. Basta avere le idee chiare. E volerlo. E l’Italia può conoscere un nuovo boom. Senza la necessità di passare per i (ciclici) disastri (ricostruttivi) della Storia.

M. Patr.

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