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***Il discorso***
PCI, CHE NOSTALGIA
di RICCARDO MARAGA

gennaio 21, 2011 di Redazione 

21 gennaio 2011: ricorrono i novantanni dalla nascita del glorioso partito della sinistra italiana. Il giovane studioso di diritto del lavoro ed esponente, oggi, del Pd lo ricorda affettuosamente, proiettandone l’eredità nel futuro Democratico. Un futuro che – dopo le divisioni di cui proprio il Pci rappresentò una delle incarnazioni – vede oggi di nuovo «tutti coloro che sognano una società più giusta, senza privilegi, con un’allocazione più equa delle risorse, con più dignità e dove la persona sia veramente al centro, prima del mercato e dell’iniziativa economica», uniti sotto le insegne di un solo partito, senza distinzioni tra laici e cattolici. Un’opportunità da non sprecare. di RICCARDO MARAGA

Nella foto, il simbolo del Pci

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di RICCARDO MARAGA

Un Teatro San Marco gremito ospitava, novanta lunghi anni fa, la nascita del Partito Comunista d’Italia.

Oggi del Teatro, colpito dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, non resta che qualche muro. Del Partito neppure quello.

Resta, tuttavia, una bella iniziativa: una mostra per i novant’anni dalla nascita del Pci, inserita nelle iniziative per i 150 anni di Unità nazionale.

Con un significato univoco: il Partito Comunista, piaccia o no, ha costituito un elemento fondamentale nella storia italiana del novecento, coprendo ben 70 dei 150 anni di Unità.

Una pietra miliare.

Caduto il muro di Berlino la politica si è precipitata frettolosamente a ripulire se stessa da quell’esperienza.

E così sono spuntati fuori i dirigenti del Pci che mai sono stati comunisti, sono cambiate le sedi, i nomi, i simboli.

A novant’anni dall’assise di Livorno è tempo di pensare al Partito Comunista Italiano con maturità e distacco storico.

Senza vergogna. Con qualche rimpianto.

Non può esserci vergogna per aver militato in un Partito che ha contribuito in maniera determinante, con grande sacrificio di uomini e di menti, alla sconfitta finale del nazifascismo, perdendo sui monti migliaia di ragazzi e ragazze per la libertà dell’Italia.

Nessuna vergogna può avere chi ha aderito ad un Partito che ha scritto la Costituzione più bella del mondo, ottenendo un difficile compromesso tra le ragioni del mercato e dell’impresa e quelle della persona umana, della dignità, dell’eguaglianza e della giustizia sociale.

Nessuno può vergognarsi di aver preso parte ad un’organizzazione che ha saputo dare rappresentanza ad ampie sacche sociali di dissenso e di insofferenza, limitandone la carica destabilizzante verso l’ordine democratico.

L’elenco potrebbe continuare.

Il Partito Comunista, perlomeno da quando ha maturato l’idea di una propria via al socialismo alternativa ai sistemi del socialismo reale, ha costituito una grande forza di progresso in grado di incidere nello scenario politico italiano per ottenere maggiori diritti, giustizia sociale, equità e riforme di struttura erodendo il privilegio.

Non senza errori di valutazione o di metodo, sia chiaro.

Ma questa è, ormai, storia.

Nessuno può pensare di riproporre quel modello, nato e cresciuto in un contesto storico, politico, culturale e sociale non più ripetibile.

Resta qualche rimpianto.

Il rimpianto per quel senso di appartenenza e di gelosia verso il Partito che nutrivano i suoi iscritti e militanti.

Il rimpianto per la coesione, la solidarietà tra i membri, la dedizione alla causa comune.

Un vecchio compagno del circolo Pd del mio comune mi disse una volta: “Ricorda, le persone passano, il Partito resta”.

In questa frase voglio suggellare un passaggio di consegne tra chi ha vissuto, senza alcuna vergogna, l’esperienza politica del Pci e chi, come me, si accinge con passione ed entusiasmo, ad impegnarsi nella nuova sfida del Partito Democratico.

Le persone passano, il partito no.

E se il Partito si identifica con una persona?

E se il Partito rinuncia ad essere una libera comunità di donne ed uomini stretti intorno ad una tavola comune di valori e ad un unico progetto di riforma della società?

E se nel Partito le mire ambiziose di taluno prevalgono sulla causa comune?

Di colpo siamo nel presente.

Il Partito Democratico non è il Pci. Nessun dubbio su questo.

Ma raccoglie alcune intuizioni delle personalità migliori del vecchio Pci.

Raccoglie la sfida di Gramsci che rifiutò il settarismo e la chiusura all’esterno del Partito guardando con favore ad esperienze pur diverse ma con basi comuni, come il movimento sindacalista cattolico di Guido Miglioli o il liberalismo progressista di Pietro Gobetti.

Raccoglie l’intuizione di Berlinguer secondo cui le forze della sinistra non avrebbero potuto esimersi da un contatto con le masse cattoliche con le quali, d’altronde, molti erano i punti in comune.

Oggi, superati gli steccati ideologici e i pregiudizi, esiste una casa comune per tutti coloro che sognano una società più giusta, senza privilegi, con un’allocazione più equa delle risorse, con più dignità e dove la persona sia veramente al centro, prima del mercato e dell’iniziativa economica.

Le persone passano, il Partito resta.

Spesso le rivalità interne, le ambizioni personali, le lotte intestine ci fanno dimenticare quanto sia preziosa e delicata la casa comune in cui viviamo.

Si annebbia la memoria e si dimentica quanto in comune si abbia.

Risale alla fine dell’ottocento la straordinaria esperienza delle società di mutuo soccorso.

Un esempio di solidarismo, di capacità di mobilitazione, degli ultimi, dei proletari, che, dimenticati dallo Stato, si organizzano per aiutarsi vicendevolmente, consapevoli che l’individuo da solo non può nulla, ma che solo stringendosi in social catena è possibile far fronte alle ingiustizie del tempo.

Queste organizzazioni avevano colori diversi, alcune erano socialiste, altre cattoliche.

Ma condividevano gli stessi valori, gli stessi bisogni, parlavano agli stessi soggetti.

La storia ha poi diviso il grande movimento solidale che predicava l’eguaglianza, la giustizia sociale, la liberazione dalle ingiustizie e dai soprusi.

Ora la storia, in Italia, ci riporta indietro, agli albori della coscienza sociale e della domanda di eguaglianza, uniti in unico progetto.

Abbiamo una grande casa comune per ridare slancio a questo sogno.

Il programma c’è. E’ scritto nella Costituzione, quella stessa Carta Costituzionale rimasta inattuata in molte sue parti ed il cui programma egualitario e di riforma radicale attende ancora di essere attuato.

Ma la dimensione nazionale non basta e le recenti vicende dimostrano come occorra ormai assumere un’ottica sovranazionale.

Il terreno naturale in cui questo grande progetto deve dispiegare il suo percorso non può che essere l’Europa.

L’Europa unita, grazie a liberi pensatori che si formarono politicamente proprio nel Pci come Altiero Spinelli.

L’Europa che deve considerare sempre più il proprio modello di economia sociale e di welfare universale come un motivo di orgoglio da difendere gelosamente.

L’Europa, che deve diventare sempre più Europa sociale, dei diritti, delle tutele e del benessere diffuso e non detenuto da pochi.

Per dirla con Spinelli «sarà il momento della nuova azione e sarà l’ora di uomini nuovi: il momento per una Europa libera e unita».

Quel momento è arrivato.

Solo così potremmo dire davvero di non aver disperso la carica e l’eredità del Pci e potremmo davvero gridarlo: auguri.

RICCARDO MARAGA

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