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il Politico.it risponde all’imbarbarimento Non rovistando nella melma di scandalo Ma ritornando (al futuro) dell’età classica Il teatro greco (e tv) instrumentum regni di CARLO MANZIONE

gennaio 18, 2011 di Redazione 

Ci ritroviamo nostro malgrado a dover affrontare il caso Ruby, ma, appunto, lo facciamo a modo nostro. Lo sdegno è una condicio della civiltà, ma non aiuta a costruire il domani. E tanto meno, lo abbiamo detto, continuare a ruotare come satelliti intorno ad un sole che si sta spegnendo. Il giornale della politica italiana guarda (come sempre) avanti. E, per farlo, si rivolge (anche) al passato. Ma non, il passato più recente. Bensì agli albori della modernità. In quell’età classica in cui per la prima volta si sperimentarono gli “strumenti” – tra cui la (nostra) democrazia, che anzi fu portata a quello che sarebbe stato, ad oggi, il massimo splendore (di sempre) – dell’(allora) futuro: il nostro presente. Scrive Machiavelli che in qualunque epoca si troverà la chiave per risolvere i problemi del presente (e costruire il domani) nelle azioni, nelle scelte delle società del passato. Mentre svolgiamo la nostra narrazione sul futuro dell’Italia, fondata in primo luogo su quella rivoluzione culturale che torni a fare della cultura (appunto) il nostro ossigeno, consentendo la liberazione del nostro Paese dai lacci che ci siamo (auto)imposti in secoli di Storia (senza rivoluzioni, ancora), consolidiamo le fondamenta sulle quali stiamo costruendo il nostro domani andando a riscoprire, appunto, la lezione classica. Lo facciamo con Carlo Manzione, studioso e docente di latino e greco in un nostro liceo. La prima uscita di questa sorta di “raccolta” è dedicata al teatro, al teatro greco. Teatro che aveva una doppia funzione, culturale e di “controllo” sulle azioni (politiche) delle persone. L’esatto corrispettivo della nostra televisione. E come la televisione, con il decadimento della polis anche il teatro cominciò ad occuparsi più di “gossip” (usiamo, ovviamente, una terminologia moderna – ? – e anacronistica per efficacia di esposizione) e comunque della dimensione privata degli uomini che non di questioni collettive e “spesse”. Come il Politico.it ha già avuto modo di scrivere, siamo a quel punto della nostra parabola discendente. La soluzione a tutto questo, il modo, lo scatto di reni per invertire il trend senza passare per un disastro (“definitivo”) della Storia sono questi stessi strumenti che finora abbiamo “letto” come cartina di tornasole. Così come il nostro decadimento influenza (ma è già influenzato, nel nostro caso più che mai) dalla “cultura” teatrale e televisiva, allo stesso modo lo stesso teatro e la stessa televisione (tanto più quest’ultima, oggi) possono rappresentare (insieme al resto della produzione culturale e in generale a ciò che fa “cultura popolare”) la leva attraverso cui, appunto, far saltare il banco, recuperare il terreno perduto e riconquistare il (nostro) classicismo, verso dimensioni nuove e inesplorate (se non nella stessa antichità) della democrazia. il Politico.it, primo (e ancora tra i pochi) a parlare della rivoluzione culturale, spinge in questa direzione anche rappresentando (allo stesso modo del teatro e della televisione) gli stessi strumenti di cui dobbiamo servirci. Carlo Manzione, dunque, sul teatro greco.
di CARLO MANZIONE

Nella foto, il teatro greco di Taormina: un’immagine, per una volta simbolica, di come (e cosa) si debba portare nel nostro Paese. Ma non (necessariamente) ricostruendo la dimensione fisica del teatro – anche se, ma già avviene là dove ne sono rimasti degli esempi, o secondo modalità appena differenti, si può trattare di un modo per riappropriarci (ancora di più) della nostra dimensione urbana, e non solo, portandovi la cultura popolare – ma trasferendo la concezione politica, culturale ed educativa del teatro greco nella nostra televisione. Sulla base di due valori-caposaldo: l’onestà e la responsabilità, i valori della nostra politica del futuro, valori universali al di là di ogni divisione ideologica (a meno di non perseguire un’ideologia del “male”)

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di CARLO MANZIONE

Il teatro greco: un rito collettivo per lo Stato e dello Stato

Il teatro, nell´Atene del V secolo a.C., assumeva un valore sacrale ed un´importanza notevole, sia sul piano culturale che su quello politico e sociale. I generi teatrali rappresentati erano la tragedia, la commedia e il dramma satiresco. Quest´ultimo era così definito perché il coro era formato da attori travestiti da satiri, cioè da divinità legate al culto dionisiaco, di aspetto per metà umano e per metà caprino. Le rappresentazioni avvenivano durante le festività delle Lenee (nel periodo di gennaio – febbraio), delle “Grandi Dionisie”, o “Dionisie urbane” (nel periodo di marzo – aprile), e delle “Piccole Dionisie”, o “Dionisie Rurali” (nel mese di dicembre). Notevole era la platea di spettatori: Platone, nel “Simposio”, attesta che nell´anno 416 a.C. più di 30.000 spettatori assistettero alle rappresentazioni andate in scena durante le Grandi Dionisie.

La tragedia era caratterizzata da un finale luttuoso e ruotava attorno alle vicende di sovrani che, all´apice della loro gloria, sprofondavano, per la loro arroganza e per le loro colpe, nel baratro della rovina. La materia era tratta generalmente dal mito, eccezion fatta per i “Persiani” di Eschilo, incentrata sulla seconda guerra persiana, che costituisce l´unico dramma di argomento storico che conosciamo e la più antica opera teatrale a noi pervenuta.

La commedia si concludeva con un lieto fine e mirava a suscitare il riso e l´ilarità degli spettatori.

I maggiori autori di tragedie e di drammi satireschi furono Eschilo, Sofocle ed Euripide. I più celebri scrittori di commedie furono Aristofane e Menandro.

Contrariamente alla tragedia greca, che cominciò a tramontare già nel V secolo a.C., dopo la morte di Euripide, la commedia preservò la sua vitalità fino alla metà del III secolo a.C.. I commediografi, infatti, seppero adeguarsi ai mutamenti politici e culturali ed alle tipologie del pubblico di riferimento. L´evoluzione del genere comico si articolò in tre fasi:

1) – La Commedia Antica (o Archàia) che abbracciò in particolare il V ed il IV secolo a.C.;

2) – La Commedia di mezzo (o Mèse) che si protrasse fino al 323 a.C.;

3) – La Commedia Nuova (o Nea) che percorse l´intera età ellenistica.

Nella fase dell´Archàia, Aristofane metteva sulla scena eventi e personaggi legati alla realtà sociale e politica del suo tempo. I contenuti delle commedie erano generalmente politici e fondati sulla satira e sull´attacco personale contro le autorità e le persone più in vista, secondo il principio della parresìa (cioè della piena libertà di parola) e dell’onomastí komodéin (cioè dell´attacco nominale).

La Commedia Antica si sviluppò nel periodo di maggiore splendore della democrazia ateniese, in cui i cittadini erano pienamente coinvolti nelle scelte politiche della loro città.

In seguito, però, la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso, l´imporsi del breve regime dei Trenta Tiranni e, infine, l´instaurazione di una nuova democrazia (che fu tale solo di nome, non più di fatto), allontanarono sempre di più gli Ateniesi dalla politica.
Pertanto, anche la Commedia cominciò a diversificarsi e, nella Mèse, i cui maggiori rappresentanti furono Antifane, Anassandride ed Alessi, ci si orientò verso contenuti più “disimpegnati”, attinti dal mito.

La trasformazione si completò nell´età ellenistica, fase in cui i centri del potere non erano più le assemblee, ma i palazzi dei sovrani. Venne meno quella stessa ragion d´essere del “polìtes” che aveva caratterizzato in modo originale la polis greca rispetto alle città-stato mesopotamiche ed orientali. I commediografi si trovarono di fronte ad un nuovo pubblico di riferimento, composto non più da cittadini, ma da sudditi. Nella fase della Commedia Nuova, il cui maggior rappresentante fu Menandro, i contenuti si adeguarono alla nuova realtà e le vicende rappresentate riguardarono esclusivamente la sfera individuale e sentimentale degli uomini.

Gli sviluppi della Commedia furono tali soprattutto perché il teatro greco agì sempre da vera e propria cassa di risonanza della vita politica, sociale e culturale del tempo. Ciò si verificò non solo per la commedia, ma anche per la tragedia.

Se è vero, infatti, che questo genere teatrale si ispirava fondamentalmente al mito, è d´altra parte innegabile che le vicende rappresentate costituivano una vera e propria metafora dei problemi e della situazione dell´Atene del V secolo. Gli atti e le empietà dei protagonisti delle tragedie erano identificati con i comportamenti più turpi ed abietti di cui qualunque uomo, in ogni epoca ed in ogni circostanza, avrebbe potuto macchiarsi. Per questo motivo, il pubblico si immedesimava nelle vicende dei personaggi e, attraverso la visione del dolore e delle sciagure dei protagonisti, capiva l´importanza di evitare determinate azioni. Ne scaturiva un processo educativo che Aristotele definiva “catarsi”, o “purificazione”, che si realizzava attraverso il principio del “pàthei màthos” (“apprendimento attraverso il dolore”).
Le sofferenze e le pene patite dai protagonisti delle tragedie convincevano, inoltre, i cittadini dell´esistenza di un ordine divino superiore, compiuto e immutabile, di cui le leggi dello Stato e le autorità costituite erano garanti. Destabilizzare lo status quo significava sovvertire quello stesso ordine superiore e, quindi, incorrere nella tremenda punizione divina.

Sotto questo aspetto, è facile notare come il teatro greco avesse non soltanto una valenza culturale ed educativa, ma, soprattutto, una funzione politica normalizzatrice e di controllo che lo caratterizzava anche come instrumentum regni.

CARLO MANZIONE

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