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Nostra Italia è soltanto un po’ invecchiata (Ri)nasce (già) con boom del dopoguerra Si tratta ora di (ri)generarla un’altra volta Senza aspettare il disastro propedeutico

gennaio 17, 2011 di Redazione 

L’arte, la cultura sono la cartina di tornasole dello stato (di salute) di un popolo. Per non parlare (stavolta) della cultura diffusa, pure chiave ed effetto del nostro decadimento e della nostra impasse e grimaldello per aprire le porte del futuro, è sufficiente osservare, ad esempio, l’estetica delle nostre città – e dunque la loro architettura – per farsi un’idea chiara, e fondata, su come – e perché – stia oggi l’Italia. CONTINUA ALL’INTERNO

Nella foto, il simbolo della nazione

Le nostre città sono vecchie, e “abbandonate” a loro stesse. Con qualche eccezione al nord. Milano, ad esempio. Dove, nondimeno, anche le nuove costruzioni sono figlie di un’architettura omologata, come – ebbe modo di notare una volta la nostra Ginevra Baffigo – l’intera (nostra) società. Dunque i livelli sono due: la vecchiaia, l’origine, proprio, in un passato ormai lontano – il secolo scorso – laddove (appunto) non si è più intervenuto; l’omologazione delle nuove costruzioni (naturalmente con le dovute, ma sporadiche, eccezioni).

Questo è, appunto, lo spaccato della nostra condizione, la condizione di un popolo – di uno Stato – vecchio nonostante la (relativa) giovane età della propria democrazia, e forse proprio per questo. Siamo figli di una Storia che non ci ha ancora insegnato ad autodeterminarci – la mancata rivoluzione, la frammentazione della penisola e la subordinazione al dominio, alla suddivisione da parte delle potenze straniere, risalente a molto prima rispetto agli albori del Risorgimento – e dunque a governare l’esistente, e a costruire il futuro, fuori dagli stati di estrema necessità che sono alla base della «consolante dottrina del progresso» di Cattaneo (la Storia determina sempre un avanzamento della civiltà, perché ai momenti bui segue sempre una rinascita che porta ad uno stadio più avanzato rispetto a quello precedente la “caduta”).

Non è però pensabile che ce ne stiamo qui seduti sulla riva del fiume ad aspettare che passi un cadavere – il nostro – per poi potere risorgere (dalle nostre ceneri). Il nostro (primo) Risorgimento ci insegna che possiamo essere fautori della nostra Storia (nonostante le sue stesse caratteristiche appena rievocate). Si tratta dunque, per tornare alla realtà “empirica” di oggi, di restituire all’Italia la propria gioventù (in tutti i sensi). Ma come un uomo anziano non tornerà giovane semplicemente sottoponendosi ad un’operazione di maquillage, anche l’Italia ha bisogno di (ri)nascere, completamente. E dunque di non essere ossessionata dalla risoluzione dei propri «problemi», bensì di guardare al futuro come un giovane, che abbia però bisogno di provvedere da sé ai propri bisogni fondamentali. Un’Italia che non rinuncia alla propria stabilità (?), ma che (proprio per questo) guardi al futuro ex novo, con l’idea di costruirsi (da “zero”) una vita. E’ quel completo ribaltamento di piano che serve al Paese, quel progetto organico e complessivo sulla base del quale costruire (ex novo, appunto) il futuro. Il giornale della politica italiana ha già più volte raccontato quali sono le chiavi per farlo. E prepareremo il nostro nuovo Rinascimento.

M. Patr.

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