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Le istituzioni sono un patrimonio di tutti Non si brandiscano Costituzione/giustizia per ‘colpire’ -inimicandola- alcuna (parte) Consulta ‘giusta’, il premier non ‘picchia’

gennaio 14, 2011 di Redazione 

Il giornale della politica italiana non sa se ci troviamo di fronte ad una “persecuzione giudiziaria” nei confronti del presidente del Consiglio. Perché si configuri una persecuzione ci deve essere anche la (totale) innocenza (in senso stretto, e ampio) e non sappiamo – ancora – se questo sia il caso, viste le leggi ad personam. Innocente fino a prova contraria, ma lungi dall’essere “innocente”. Tuttavia pare – l’indagine sul presunto favoreggiamento di prostituzione minorile e per concussione avviata il 21 dicembre scorso (ancora una volta) da Ilda Boccassini – che il Cavaliere sia stato “attenzionato” da una parte della nostra giustizia in maniera speciale. Immaginiamo la tesi di qualcuno tra i protagonisti di tutto questo: Silvio è il diavolo, noi abbiamo un (qualche) potere, è dunque nostro dovere usarlo per abbatterlo. Ma il potere giudiziario e il potere politico sono due poteri indipendenti. E tali devono restare. E non è dato modificare (ancorché legalmente: e ora vediamo quanto sia vera questa negazione) l’azione di un magistero per influire, artatamente, su quello di un altro. Nemmeno se questo ha – a sua volta – fatto qualcosa in questo senso (appunto). E poi, nasce prima la “persecuzione” o prima la legiferazione ad personam? Non abbiamo certezze. Fuorché una: le istituzioni sono di tutti. La legge vale per tutti nella misura in cui permane l’auctoritas che la fa rispettare (più o meno). Così come la Costituzione ha tanta più forza quanto più resta condivisa. Avere usato l’una – la legge: da parte dei magistrati e da parte di Silvio – e l’altra – la Costituzione: come quando il Popolo Viola scende in piazza e la brandisce come un’arma contro qualcuno – (appunto) come strumenti di parte non è buona cosa. La Consulta ha, di fatto, smontato l’apparato del legittimo impedimento. Eppure il presidente del Consiglio – dichiarazioni scomposte di Bondi a parte – non le si è rivoltato contro. Soprattutto perché la decisione della Consulta era scevra da qualsiasi politicizzazione. Ovvero, parzialità. Vale anche per il discorso sulla laicità: le regole sono di tutti, e non possono – non devono – diventare il vessillo di una parte. Chiunque abbia favorito ciò. Altrimenti finisce che non le rispetta più (nessuno). Da una parte. E dall’altra. Appunto. E ora il commento di Lerner sulle possibili, ma improbabili conseguenze politiche della decisione della Consulta di ieri.

Nella foto, il presidente del Consiglio: non ci rivolgiamo (soltanto) a lui eppure ci ascolta (con attenzione ?)

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di GAD LERNER

Non può certo stupire che la Corte Costituzionale a larghissima maggioranza (altro che “spaccatura”) consideri illegittimo che il potere politico faccia da solo la guardia a se stesso: cos’altro era la pretesa che fosse il primo ministro a stabilire gli impegni insormontabili frapposti ai suoi processi? Se si vuole introdurre una speciale impunità per le alte cariche dello Stato, aggiunge la Corte, si abbia per lo meno il coraggio di procedere attraverso una riforma costituzionale, e non per legge ordinaria.

Il Pdl può strepitare finché vuole – lesa maestà! – ma dubito che la sentenza di ieri sconvolga il quadro politico. Perchè la Corte ha sentenziato con estrema prudenza, lontano dai momenti più caldi della verifica parlamentare, con l’evidente intenzione di non dare proprio lei una spallata definitiva al governo.

GAD LERNER

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