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L’analisi. No, Silvio, “Italia” non è un (tuo) buon nome di Luigi Crespi

gennaio 13, 2011 di Redazione 

Al dibattito sulla possibile evoluzione (nominale) di Popolo della Libertà (?) mancava la voce più autorevole. L’ex spin doctor e principale consigliere del presidente del Consiglio dice la sua sulla scelta (?) di Berlusconi. Lo fa sul suo giornale. di LUIGI CRESPI

Nella grafica,

Luigi Crespi

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di LUIGI CRESPI

Ho avuto modo di vedere il nuovo simbolo e il nuovo nome del movimento che fa capo a Silvio Berlusconi: ‘Italia’. Ho anche notato che sono piovute smentite sul fatto che questa fosse la vera strada da lui intrapresa. In molti sanno che ho lavorato per diversi anni con Berlusconi e al netto delle posizioni e delle mie opinioni politiche non ho difficolta’ ad asserire che tante delle cose che hanno fatto di me uno stimato operatore del mondo della comunicazione le ho apprese in quell’occasione.

Sono trascorsi molti anni da allora e ciò che ho imparato ad Arcore ora non lo ritrovo in quel nome e in quel simbolo, ma neanche in Berlusconi e nella sua rappresentazione che ci viene consegnata in questi giorni, da molti indicati come i primi di una nuova campagna elettorale.

Alcuni esempi. La conferenza stampa con Torregiani fatta in piedi al fianco di una persona su una sedia a rotelle. Le immagini rubate alla sua visita a Milanello, dove la ripresa metteva in evidenza gli effetti di bagordi alimentari natalizi. L’intervento da Signorini, francamente fuori misura e fuori tono, che sembrava proporci un Berlusconi di dieci anni fa, come se in questi dieci anni non fosse mai accaduto nulla. La copertina di ‘Chi’ con la Sagrada Familia berlusconiana che ricorda agli italiani una realta’ negata quotidianamente dagli stessi protagonisti di quelle foto i quali, nonostante il loro numero, pongono in evidenza un aspetto che per un uomo di quasi 75 anni non è certamente un successo: presentarsi con figli e nipoti e senza una donna al proprio fianco. La costruzione dell’immagine di un leader non è solo fatta dall’essenza del leader stesso, ma anche dalla sua First Lady: probabilmente Obama senza Michelle avrebbe avuto minori chance, per non parlare di Clinton e della sua Hillary.

La sintesi di questo cambio, di questa perdita di rigore nella comunicazione berlusconiana, si racchiude tutta nel fatto che qualcuno, o lui stesso, abbia tenuto in considerazione l’idea di chiamare il partito ‘Italia’. Un errore grammaticale e di comunicazione clamoroso: rispetto a Forza Italia è mancante della ‘forza’ che era l’aggettivo fondamentale di ‘Italia’, e per di piu’ è (appunto) un nome senza aggettivo, senza qualificazione. Italia siamo tutti: Italia è Bersani, Italia è Vendola, Italia è Fini, Italia sono anch’io. Attribuirsi un nome che in se’ racchiude una comunita’, uomini e donne per natura diversi tra loro, appare come un tentativo prevaricatore che genera indubitamente una reazione di repulsione e distanza.

E poi la parola ‘Italia’ ha bisogno di essere declinata: Italia chi? Di chi? Italia come, perché, dove? Altrimenti sara’ scontato attribuire come inno non certo ‘Grazie Silvio’ ma ‘Italia sì Italia no’ di Elio e le Storie Tese. Il rischio è che un’impostazione cosi’ indiscriminata generi l’immediata colleganza con Cetto Laqualunque e la sua politica del ‘Chiu pilu pi tutti’. Per questo credo che finite le vacanze Berlusconi si impegnera’, magari personalmente, in uno sforzo che possa andare nella direzione in cui ha sempre saputo muoversi in questi anni, una direzione di innovazione rispetto ai processi della comunicazione politica.

LUIGI CRESPI

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