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Marchionne, come si fa grande azienda senza incidere (solo) sui diritti di operai Nostra politica, ecco il ruolo della cultura E non è (“solo”) una nostra invenzione Chiave del futuro sta nel nostro passato L’esempio illuminato di Adriano Olivetti

gennaio 13, 2011 di Redazione 

Nelle ore in cui gli operai di Mirafiori devono decidere se sopravvivere (con meno diritti) o “morire”, mentre la nostra politica fa il tifo senza saper esprimere la propria (?) capacità di risolvere la partita con una (serie di) giocata, il giornale della politica italiana racconta con grande semplicità quali alternative ci sono a tutto questo. E lo fa (anche) con un proprio cavallo di battaglia, quella consapevolezza che nella Storia ci sono le chiavi (basilari) per aprire le porte del nostro domani. L’Italia ha vissuto uno straordinario boom. Perché, tra l’altro, non guardare a quei giorni, a quel modello? E in quei giorni, in quel modello, c’è un esempio che risplende più degli altri: quello della gestione aziendale del patron della casa, per intenderci, delle macchine da scrivere da cui/di cui si servì anche Indro Montanelli. Un’azienda che conobbe, sotto la direzione di Olivetti, un vero e proprio Rinascimento. Fortuna? Nient’affatto. Una gestione illuminata. L’economia sociale di mercato ante litteram (quella che oggi, a cinquant’anni di sistanza, ri-fa il boom della Germania). La cultura chiave della liberazione e della rinascita del nostro Paese, già una volta (in tutti i sensi). il Politico.it offre alla miopia della nostra politica autoreferenziale di oggi e all’egoismo (imprenditoriale) di Marchionne l’occasione di un riscatto. Proponendovi, a poche ore dall’apertura dei “seggi” dietro i cancelli di Mirafiori, il racconto, firmato Attilio Ievolella, dello straordinario esempio di Adriano Olivetti. di ATTILIO IEVOLELLA

Nella foto, Adriano Olivetti davanti ad uno dei suoi stabilimenti

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di Attilio IEVOLELLA

“Se oggi riusciamo a vedere più lontano dei nostri predecessori è soltanto perché siamo nani issati sulle spalle di giganti” (Bernardo di Chartres)

Come realizzare un´impresa `sostenibile´? Che abbia, cioè, la capacità di far coesistere il profitto – elemento imprescindibile dell´imprenditoria – e la considerazione per le condizioni socio-economiche del lavoratore?

La risposta esiste, anzi le risposte esistono… perché anche in Italia si sono concretizzati (e si concretizzano, tuttora) esempi di azione economica `illuminata´. A quegli esempi oggi conviene provare a dare spazio, senza scadere nell´esaltazione agiografica, semplicemente riportando dati di fatto, elementi concreti, testimonianze certificate. Con la speranza che possano spingere a riflettere, in questo 2011, imprenditori, sindacati e lavoratori che vivono, in maniera assolutamente diversa, la crisi economica…

ORIGINI – Su di un esempio, in particolare, è utile accendere i riflettori: quello di Adriano Olivetti.

Alle giovani generazioni questo nome potrebbe dire poco, nella migliore delle ipotesi identificare semplicemente un´azienda. Ma esso rappresenta un´idea di impresa, di sviluppo economico, di benessere che anche oggi, a distanza di cinque decenni, appare ancora innovativa.

Quasi cinquantuno anni fa, difatti, il 27 febbraio 1960, Adriano Olivetti moriva improvvisamente, su un treno che viaggiava da Milano a Losanna. Alla sua famiglia e all´Italia consegnava in eredità un´azienda – affidatagli dal padre Camillo, ingegnere, pioniere della “prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere” – cresciuta oltre ogni aspettativa, produttiva, capace di dare lavoro, e, soprattutto, capace di riconoscere il valore del lavoratore come uomo prima ancora che come fattore di reddito.

A lui, ad Adriano Olivetti, nato ad Ivrea l´11 aprile del 1901, si deve, ad esempio, il progetto della prima macchina per scrivere portatile (sul mercato nel 1932, col nome MP1); a lui – che, nella Olivetti, diviene direttore generale proprio nel 1932 e poi presidente nel 1938 – si deve l´introduzione dell´organizzazione scientifica del lavoro (col chiaro obiettivo di aumentare la produttività e la competitività); a lui, infine, si deve il concetto di un´azienda che sia anche comunità capace di organizzare strutture utili a dare risposte alle esigenze dei lavoratori (ovvero, non solo il salario, ma anche istruzione, formazione, assistenza sociale, alloggi, cultura).

INDUSTRIA E UMANESIMO – È questo ricco patrimonio che costituisce, ancora oggi, l´argomento di maggiore interesse e, diciamola tutta, di maggiore curiosità.

Perché con curiosità si guarda, a distanza di anni, all´azione di un´azienda che prende in esame le condizioni del lavoro operaio, tanto da chiedere, negli anni ´40, la collaborazione dello psicologo Cesare Musatti per arrivare a una rideterminazione dei tempi di lavoro. E che tra gli anni ´60 e gli anni ´70 prova a superare l´idea del frazionamento delle mansioni, ipotizzando un operaio che svolga mansioni più qualificate (e qualificanti), arrivi a controllare la qualità della produzione, e, assieme ad altri colleghi, gestisca finanche la realizzazione in toto di una macchina. Quest´ultima prospettiva si realizza con le cosiddette `unità di montaggio integrate´, sperimentate agli inizi degli anni ´70 e portatrici di risultati positivi in termini di salario e di produttività.

Con altrettanta curiosità (e, forse, con qualche difficoltà) si può immaginare il coinvolgimento operativo di poeti, letterati e scrittori nella fabbrica di Ivrea della Olivetti. Ciò avviene dagli anni ´40 agli anni ´80 e intellettuali e letterati non rappresentano un ornamento: a loro, ad esempio, Adriano Olivetti affida, nel lontano 1931, l´Ufficio Sviluppo e Pubblicità; sempre a loro vengono affidate, negli anni, le pubblicazioni e la biblioteca aziendali, e soprattutto le relazioni con i dipendenti e il settore dei Servizi sociali aziendali (ovvero tutte le attività previste a tutela del lavoratore).

STATO SOCIALE – L´impiego, in contemporanea, della cultura industriale e della cultura umanistica, nella ottica di Adriano Olivetti, serve a fare della azienda un punto di riferimento per la crescita non solo economica ma anche sociale e culturale. Tanto da far parlare – forse forzando i toni – di “stato sociale” olivettiano, simboleggiato dalla Carta assistenziale redatta tra il 1949 e il 1950: “Il servizio sociale ha una funzione di solidarietà. Ogni lavoratore dell´azienda contribuisce con il proprio lavoro alla vita dell´azienda medesima… e potrà pertanto accedere all´istituto assistenziale e richiedere i relativi benefici, senza che questi possano assumere l´aspetto di una concessione a carattere personale nei suoi riguardi”.

Questo concetto risale, però, già ai primi anni del `900, con la mutua aziendale, e viene sviluppato, in seguito: con la Fondazione Burzio (1932) per “la sicurezza sociale” dell´operaio “al di là del limite delle assicurazioni”; con l´Ufficio assistenti sociali e il servizio di autobus (entrambi datati 1937). E, infine, raggiunge la piena concretezza con l´ampliamento delle attività dei Servizi sociali `olivettiani´, che comprendono asili nido, scuole materne e colonie, assistenza sanitaria per le dipendenti in maternità, ambulatorio pediatrico, assistenza sanitaria tout court per tutti i dipendenti e per le relative famiglie, servizi di mensa, di trasporto e di sostegno per affrontare il problema dell´abitazione. A questo proposito, va aggiunto, tra gli anni ´20 e gli anni ´70, l´Olivetti realizza, nelle aree dove sono collocati le diverse fabbriche, iniziative ad hoc per la costruzione di appartamenti destinati ai dipendenti: si tratta di progetti che valorizzano anche il contesto territoriale, sempre secondo l´ottica di Adriano Olivetti, per il quale anche le condizioni e l´aspetto dei luoghi di lavoro e di residenza influiscono sulla qualità della vita sociale e sull´efficienza produttiva.

CULTURA E FORMAZIONE – Di carattere altrettanto innovativo – per l´epoca, certo, ma anche oggi… – è l´idea di un´azienda, la Olivetti, che stimoli anche la crescita culturale e la consapevolezza dei propri dipendenti.

Punto di riferimento, in questo senso, è la biblioteca (di fabbrica), con annessa emeroteca, che fornisce non solo testi, ma anche programmi d´istruzione, corsi di lingue straniere e cicli di conferenze. E attorno alla biblioteca nasce, poi, il Centro culturale Olivetti, che promuove, con sempre maggiore frequenza, conferenze, concerti di musica da camera, mostre d´arte, presentazione di libri. Tutto ciò coinvolgendo uomini di cultura come Salvemini, Gassman, De Filippo, Fo, Bene, Moravia, Pasolini, Eco… e aprendo dibattiti e confronti che avevano anche i lavoratori come protagonisti e interlocutori.

A questo quadro, quello della cultura e dell´istruzione, va aggiunto anche quello della formazione, prevista sia per gli operai (col Centro formazione meccanici, costituito nel 1935 e operativo per oltre trent´anni) sia per i manager (con la sede, tra le altre, del Training centre di Haslemere, in Inghilterra): gli obiettivi sono una sempre maggiore competenza sul fronte produttivo e una sempre maggiore apertura internazionale sul fronte manageriale.

GESTIONE AZIENDALE E LAVORATORI – Con l´articolo 46 della Costituzione si stabilisce che “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. La Olivetti non si sottrae, e con Adriano Olivetti presidente, subito dopo la seconda guerra mondiale, nasce il Consiglio di gestione, che ha poteri consultivi e deliberativi: consultivi su programmi di produzione, pianificazione degli impianti industriali, miglioramenti delle condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti, tra gli altri; deliberativi, in particolare, sulla ripartizione delle somme destinate ai servizi sociali di assistenza.

Non a caso, è proprio grazie al Consiglio di gestione che si arriva alla definizione della già citata “Carta assistenziale”. E sempre il Consiglio di gestione consente di ottenere, nel 1955, un accordo con la direzione aziendale per la riduzione dell´orario di lavoro (da 48 a 45 ore settimanali) con pari retribuzione.

Esso costituisce, comunque, un luogo di confronto forte, quasi sindacale. E rappresenta un esperimento straordinario anche per la durata: oltre trent´anni, dal 1948 al 1971.

Cosa resta, oggi, di quella Olivetti? Semplicemente, l´innovativa concezione di un´azienda capace di sperimentare e di vivere all´avanguardia, non solo dal punto di vista del prodotto ma anche da quello del rapporto (economico e sociale) col lavoratore.

Di conseguenza, resta l´esempio di una modernità straordinaria per l´epoca e, diciamola tutta, attualissima anche in questo 2011.

Attilio Ievolella

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