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Diario politico mattina. Il “grande” (?) talk Silvio: Fiat avrebbe ragione d’andarsene Nichi: “E’ alto tradimento di Berlusconi” Ma operai: “Il comunismo non esiste più” Marchionne neo (candidato) premier (?)

gennaio 13, 2011 di Redazione 

In questo senso ha ragione Matteo Renzi: come abbiamo detto più volte la nostra politica è (tragicamente) spettatrice di fronte alle vicende di Mirafiori, perché non si è mossa prima (perché/)e non ha idea (in tutti i sensi) di come muoversi (ora), e l’ad del Lingotto (?) è l’unico vero modernizzatore del Paese. A modo suo, naturalmente. Casini: «Non è un santo». E (anche per questo?) nel fronte conservatore (?) sarebbero in molti a volerlo leader di un nuovo centrodestra in grado di portare a compimento, finalmente, la «rivo- luzione liberale». di GINEVRA BAFFIGO

Nella foto, Sergio Marchionne davanti alle finestre (in realtà…) del Quirinale: il nuovo premier a colloquio con il nuovo presidente della Repubblica (?)

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di Ginevra BAFFIGO

Nel caso in cui venisse bocciata l’intesa raggiunta tra la Fiat e i sindacati, «le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri Paesi». Lo dice il presidente del Consiglio a margine dell’incontro con Angela Merkel. «Ci auguriamo che la vicenda possa avere esito positivo», «positivo» anche per la «flessibilità del lavoro». Questa è la posizione del governo che dunque appoggia l’ultimatum di Marchionne.

Da Detroit l’ad del Lingotto rassicura i lavoratori di Mirafiori: «A loro dico di avere fiducia nel futuro e in loro stessi. Niente altro». Marchionne d’altra parte torna a ribadire che «perdere tempo, soldi e opportunità disperdendo risorse fisiche e intellettuali non è solo economicamente distruttivo, è immorale». Con la crisi economico-finanziaria, è l’analisi del manager Fiat, «siamo entrati in un’era in cui l’inerzia non può essere tollerata e l’incapacità di adattarsi viene punita». «Mi piacerebbe tanto avere con Landini lo stesso rapporto che ho con Bob King» chiosa ancora Marchionne, dopo un amichevole scambio con il presidente del sindacato americano, Uaw. «Mi piacerebbe davvero – rimarca ancora – perché bisognerebbe condividere il futuro con le parti sociali. Noi ci abbiamo provato».

La posizione di Mirafiori non cambia. E così non scemano le polemiche, che ora però trovano nelle parole del capo dell’esecutivo l’obiettivo da colpire. Prima fra tutte si leva marziale la voce dei sindacati: «Non conosco nessun presidente del Consiglio che si augura che se ne vada il più grande gruppo industriale dal Paese. Se questa è la sua idea del Paese, è meglio che il premier se ne vada» è il commento del leader della Cgil Susanna Camusso. «Berlusconi – prosegue – sta facendo una gara con l’amministratore delegato della Fiat per chi fa più danno al nostro Paese».

«Berlusconi non se ne accorge perché è un miliardario ma noi paghiamo a lui uno stipendio che gli sembrerà misero per occuparsi dell’Italia e fare gli interessi del Paese e non per fare andare via le aziende», attacca senza mezzi termini Pigi. Il segretario Democratico reputa «vergognose» le parole del premier, ma per il sottosegretario Paolo Bonaiuti «è la logica di Bersani che fa andar via le aziende: quando la sinistra italiana parla di sindacato segue schemi vecchi di trent’anni e ormai superati in tutta Europa». Ad incendiare infine il già crepitante dibattito è Di Pietro: «Berlusconi è un irresponsabile ed oggi, sulla vicenda Fiat, ha gettato definitivamente la maschera. Cosi si capisce – è quanto scrive in una nota – chi lavora per il bene del Paese e chi invece opera contro la legalità costituzionale, l’interesse dei lavoratori. Un presidente del Consiglio, che è stato latitante nella vicenda Fiat, non può permettersi il lusso di affermare che un’impresa debba abbandonare l’Italia, senza ricordare che la Fiat, per tantissimi anni, ha preso contributi statali frutto dell’enorme sacrifico degli italiani ed ha fruito di una legislazione di favore».

Al centro con Berlusconi. Il premier però non si trova da solo a gremire le tribune a favore dell’ad Fiat. «Marchionne non è un santo e sta facendo delle forzature evidenti, mi auguro però che i lavoratori votino sì al referendum» è l’auspicio del leader Udc Pier Ferdinando Casini. Secondo il centrista infatti se la Fiat dovesse abbandonare l’Italia «il suo esempio potrebbe essere seguito da altri, e sarebbe drammatico per il nostro Paese». Stessa tesi anche per il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: «La Fiat vuole fare degli investimenti e per questo chiede la governabilità delle fabbriche, non c’è alcuna lesione dei diritti».

Alle porte di Mirafiori però… si muove con forza la contestazione degli operai. Si protesta contro la piattaforma di Marchionne, contro l’(in)condizionato schierarsi del premier-imprenditore dalla parte dell’azienda, ma anche contro la “sinistra” non più operaia.

Vendola li raggiunge e attacca il premier ed il suo pronunciamento berlinese: «Bisognerebbe denunciare per alto tradimento il presidente Berlusconi. E non è una battuta».

I manifestanti però sembrano non provare simpatia per il governatore. Sputi, grida, insulti, sono la risposta delle tute blu. Vendola non può che allontanarsi come soggetto non gradito, mentre qualcuno gli ricorda con rabbia: «Il comunismo è finito».

Superati i minuti di tensione, Nichi smentisce: «Credo che abbiano litigato con gli altri delegati, non ho avuto alcuna contestazione, non li ho incontrati proprio».

Contro Berlusconi, ma soprattutto contro Massimo D’Alema, che aveva precedentemente criticato la sua annunciata presenza a Mirafiori: «Non so perché venire davanti ai cancelli sia così sbagliato, penso che sia più sbagliato non venire qui».

Ma “Nichi Vendola in tuta blu”, sarebbe per il no o per il sì?, chiedono con malizia i cronisti. Ma Nichi non risponde: «Sarebbe sgradevole una risposta in ogni caso. Noi non siamo qui per orientare i lavoratori. Bisogna avere rispetto di loro comunque votino». E poi: «Bisogna mettersi nei panni di chi guadagna 1000-1300 euro al mese, di chi magari ha tre figli, di chi si alza alle 4 alla mattina». Per Vendola dunque «un referendum come questo è una porcata perché significa votare tra la sopravvivenza e l’essere buttati per strada. Se ti chiedono di scegliere tra cadere per terra con il paracadute oppure senza, è chiaro che scegli di cadere con il paracadute».

Da Berlino il premier parla anche della sentenza della Corte costituzionale sul legittimo impedimento, attesa per giovedì. «Non c’è nessun pericolo per la stabilità di governo qualunque sia l’esito della decisione della Corte costituzionale». Anche perché la norma all’esame della Corte, «io non l’ho mai richiesta; è un’iniziativa portata avanti dai gruppi parlamentari. Io sono naturalmente e totalmente indifferente al fatto che ci possa essere un fermo o meno nei processi che considero processi assolutamente ridicoli». «Ne ho parlato anche con Angela Merkel – racconta – la patologia per la nostra democrazia è la presenza di un ordine giudiziario che si è trasformato in un potere giudiziario, esorbitando dal suo alveo costituzionale». E su questo nodo Berlusconi promette una comparsata in tv per spiegare ai cittadini l’anomalia italiana.

Anomalie italiane ma anche e soprattutto la crisi finanziaria dell’Eurozona, rispetto alla quale il cancelliere tedesco, Angela Merkel garantisce la buona volontà della Germania di aiutare i paesi in difficoltà, mentre il nostro presidente del Consiglio ripropone la prosopopea di uno dei suoi cavalli di battaglia: «Nell’ambito di una crisi dei consumi e degli investimenti è molto importante il fattore psicologico. Non bisogna infondere pessimismo tra i cittadini e gli operatori, ma bisogna invece che i governi cerchino di dare una prospettiva positiva, infondendo fiducia e ottimismo». «Non c’è nessuna necessità di una manovra correttiva. I conti dello Stato sono in continuo miglioramento e non vediamo ad oggi alcun rischio di questo tipo».

In quel di Berlino non poteva mancare una domanda sull’ipotesi di grande coalizione: «Non credo alla possibilità di una Grande coalizione alla tedesca. Non possiamo contare su un’opposizione socialdemocratica. In Italia l’opposizione è senza idee e senza leader. Non c’è nessuna persona nell’opposizione da prendere sul serio e con cui poter parlare».

Ginevra Baffigo

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