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L’editoriale. Fiat, coniugare diritti e competitività di Riccardo Maraga

gennaio 10, 2011 di Redazione 

Ecco come si affronta la questione Mirafiori (e Pomigliano, e tutte le situazioni “problematiche” – ma nel solo senso che pongono un problema da risolvere – che, se l’Italia vuole modernizzarsi e crescere, si ripresenteranno di qui ai prossimi mesi/anni). Con il metodo “laico”: fuor di ideologia, con quel pragmatismo dei valori – dell’onestà e della responsabilità – che costituisce la chiave della nuova politica. Riccardo Maraga è un giovane studioso di diritto del lavoro, ancora inedito per la grande politica. Pubblica per la prima volta sul giornale della politica italiana. E’ da firme (post-ideologiche, ed efficaci) come la sua, e come quella – per fare un altro esempio – di Marianna Madia che possono sgorgare le soluzioni più pragmatiche, oneste e responsabili che possono consentire la modernizzazione e di rifare grande questo Paese. di RICCARDO MARAGA

Nella foto, Marchionne: «Esatto!»

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di RICCARDO MARAGA

Il 2011 sembra caratterizzarsi sin dai suoi primi giorni come un anno fondamentale per il mondo del lavoro e delle relazioni industriali.

Dopo Pomigliano, infatti, anche a Mirafiori si ripropone il grande ricatto della dottrina Marchionne: o si rinuncia ai diritti o si rinuncia al lavoro tout court.

Una domanda dirimente alla quale gli attori politici e sociali non hanno saputo dare risposte adeguate, incapaci di guardare la realtà inedita che si propone con lenti nuove.

Il sindacato da una parte ha accettato in modo pedissequo la diabolica opzione senza sottolineare adeguatamente il problema dei diritti.

L’altra parte del sindacato, la Fiom, ha dimostrato eccessiva ideologizzazione nel voler continuare ad affrontare la questione con il criterio solito della lotta di classe, degenerando così in una difesa sic et simpliciter dei diritti acquisiti senza interrogarsi in modo problematico sulla necessità, comunque, di trovare sinergie e strategie nuove di fronte a questioni inedite.

La nostra politica, dal canto suo, ha mostrato piena incapacità a proporre soluzioni concrete. Lo stesso Partito Democratico, partito lavorista per eccellenza, non ha saputo offrire una linea unitaria, frantumandosi in una miriade di posizioni personali, diamentralmente opposte tra di loro.

L’errore di fondo è l’aver impostato la questione sotto forma di ricatto. Se la competitività delle aziende italiane la si deve ottenere comprimendo i diritti dei lavoratori, per centrare l’obiettivo si dovrebbe arrivare a condizioni analoghe al mercato del lavoro cinese e non credo nessuno possa auspicarlo.

Occorre ricordare a Marchionne che secondo la Costituzione l’impresa ha comunque una funzione sociale da realizzare e l’esercizio dell’attività economica non può porsi in contrasto con la dignità umana. Si possono ripensare i diritti dei lavoratori. Si può contrarre il diritto di sciopero, come tra l’altro è già avvenuto nel settore del servizi pubblici essenziali, ma non si può scendere al di sotto di una soglia costituzionalmente necessitata, perchè il lavoratore non è un mezzo di produzione ma una persona con diritti indisponibili ed irrinunciabili.

Ma la tutela dei diritti non è l’unico valore in campo. La produttività e la competitività del nostro sistema industriale sono un altro valore di tutti. Anche del sindacato. Solo in un sistema che produce e compete è possibile pensare ad una maggiore redistribuzione della ricchezza, ad un aumento dei salari, ad un ripianamento delle crescenti diseguaglianze sociali.

E a tal fine chiudersi a riccio nella difesa dei diritti acquisiti senza porsi il problema non è lungimirante.

Non ci troviamo più di fronte ad un sistema economico nazionale ma in un sistema globale in cui l’impresa può sempre decidere di chiudere i battenti e investire altrove.

Questo non vuol dire accettare acriticamente il ricatto ma vuol dire porsi il problema di studiare soluzioni nuove, guardando la realtà con lenti nuove. Non potrà dire di tutelare i lavoratori chi, per la aurea causa della difesa dei diritti, non si pone il problema di consegnare ai nostri figli un’Italia competitiva, economicamente dinamica e socialmente coesa.

Questa sembra essere la preoccupazione di chi, come Susanna Camusso, avverte la sproporzione e la inaccettabilità dell’accordo ma sente anche la necessità di garantire la presenza del sindacato nella fabbrica e di consentire alla fabbrica stessa di avere un futuro.

Perché, sia chiaro, l’investimento da parte della Fiat serve e che venga fatto è una priorità per tutti.

Va anche detto, però, che la convenienza a restare in Italia non dipende solo dal ridurre all’osso i diritti di chi lavora.

Molti sono i fattori importanti: le infrastrutture, i trasporti, il costo e la reperibilità dell’energia, il funzionamento della giustizia, ecc..

E qui il vuoto del governo è assordante.

Occorrono lenti nuove, soluzioni nuove e l’umiltà di tutti gli attori politici e sociali di ammettere di non avere soluzioni magiche nel cilindro.

Le sfide della competitività e della produttività nel mondo globalizzato sono inedite.

Le risposte devono essere altrettanto inedite.

Una di queste potrebbe giungere dalla vicina Germania: la partecipazione dei lavoratori nella gestione e nei risultati delle imprese potrebbe consentire un maggior coinvolgimento di chi lavora nella ricerca di strategie e soluzioni condivise per affrontare insieme sfide inedite per tutti.

Senza ricatti e senza pregiudizi ideologici, ma convinti che ognuno deve fare la sua parte.

RICCARDO MARAGA

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