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No, Vendola, non esiste un’‘Italia migliore’ (Se non è quella che vuol unire il Paese) Stop a leader(?) che (si) contrappongono C’è una sola Italia che ritornerà grande

gennaio 10, 2011 di Redazione 

Su una sola cosa il giornale della politica italiana condivide il pensiero vendoliano: la necessità di una «cultura diffusa», che però è l’esatto contrario della contrapposizione, della rivendicazione rancorosa, dell’innalzamento di barriere, della lotta ai «padroni». La cultura è la liberazione – di tutti. E’ la rivoluzione senza armi, nemmeno retoriche o ideologiche. E’ la condizione per rifare grande l’Italia che può salvarsi e rinascere solo se lo fa tutta insieme, senza crearsi (è proprio il caso di dirlo) nemici interni, coinvolgendo tutti in questa grande ripresa nazionale che non è né di destra, né di sinistra, ma del Paese, tutto intero, tutto unito. Vedete, il pensiero (?) di Nichi ci porta fuori strada: ci fa pensare di essere gli uni contro gli altri, perché è di parte, e parziale, quindi avversativo; è figlio, in un’ultima istanza, del berlusconismo, come tutto ciò che nasce come una riparazione ad esso. Ciò che serve all’Italia è invece una prospettiva nuova, scevra da ogni ideologismo – novecentesco o attuale – in cui ci si ponga il solo obiettivo di fare il bene di questo Paese e quindi di tutti. Un esempio. La vicenda-Fiat e Marchionne. L’ad, lo abbiamo scritto, ha tirato acqua al solo suo mulino. Lasciamo da parte per un momento la questione della rappresentanza che, pur decisiva, è tecnico-politica, e rischia di fornire un alibi a che la nostra politica non si occupi responsabilmente – che significa in modo risolutivo – del “problema”. La nuova politica crea le condizioni perché tornare ad investire nel nostro Paese convenga, partendo (certo) da altro rispetto ad una revisione in senso limitativo dei diritti: rendendola un crogiolo di nuova cultura, un Paese vivo, vitale, dinamico, impegnato (anche per ciò che riguarda l’impegno sul lavoro) che punta a creare le condizioni per il proprio nuovo Rinascimento. Affrontata in chiave complessiva e non particulare la questione, si potrà mettere mano alle specifiche condizioni del lavoro – coinvolgendo i sindacati – non avendo dimenticato, ma ex ante rispetto al discorso sui diritti dei lavoratori, di affrontare la questione della proporzionalità dei redditi, fissando un tetto ai compensi dei manager; ma per ragioni di equità, non per una vendetta (post?)comunista. Un Paese fondato sull’onestà e sulla responsabilità, che – in questa chiave – concepisca un progetto organico e complessivo per tornare grande, è un Paese che non deve avere paura di porre (anche) il tema dei diritti, perché sarà associato ad un sistema che funziona, in cui sono assicurati prima di tutto i doveri (di tutti), e che non crea inimicizie tra nessuno, anzi le supera, ed è così nella condizione, unito e senza tema – salvo fanatismi particolari – di rivendicazioni (che non hanno ragione di essere, perché tutti si è coinvolti e a Cesare – ovvero ciascuno di noi, insieme – è dato ciò che gli spetta), di procedere spedito e unito durevolmente per uno sviluppo – un progresso – che non deve “sedersi” sui primi allori, ma reiterare se stesso. L’Italia può tornare ad essere la culla della civiltà, ma solo se ai Marchionne, ai Berlusconi, non si risponde con (altrettanti) Vendola.

Nella foto, Vendola rancoroso: «Ma andate…»

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