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***Il futuro dell’Italia***
IL NUOVO FASCISMO
di PIER PAOLO PASOLINI

gennaio 3, 2011 di Redazione 

La costruzione del domani del nostro Paese passa attraverso l’assunzione di responsabilità di ciascuno di noi, la quale “chiama” la riflessione – da tradurre però in proposta – e l’ascolto. La riflessione perché, come scrive Gabriele Federici su il Politico.it, la politica è fatta delle mosse – non politicistiche, ma politiche – degli uomini: non aspettatevi che il futuro dell’Italia possa cadere dal cielo; non è possibile (almeno non fisicamente). Il futuro dell’Italia passa attraverso di noi. E poi l’ascolto. Perché la Storia non è una successione di compartimenti stagni ma un continuum, una grande serie di vasi comunicanti attraverso il cui comune canale di comunicazione i fenomeni di ciascuna epoca possono ripetersi, magari in parte, magari sotto altre forme, così che la nostra sapientia non può che passare attraverso l’ascolto, aperto, non snobistico da parte di chi pensa di appartenere ad un’altra “vita”, dei grandi e della stessa Storia dell’umanità. Per questo il giornale della politica italiana fa continui rimandi al passato; e propone ora alla nostra politica di prendere spunto dal classicismo per concepire il domani del nostro Paese. Per questo abbiamo (ri)ascoltato (già ora, con grande successo) il discorso agli ateniesi di Pericle. Che non aveva bisogno di attualizzazioni, essendo moderno. Non ha bisogno di attualizzazioni, naturalmente, nemmeno Pasolini, che racconta nella ricognizione che state per leggere la nostra epoca. Qualcuno lo potrà accusare di comunismo (ammesso che si tratti di un’accusa). Pasolini ci spiega che siamo stati costretti ad essere quello che siamo oggi, ovvero consumatori apparentemente liberi. E che (dunque) non siamo (in realtà) affatto liberi, ma figli della determinazione perpetrata da un Potere che ha voluto omologarci, ancorché, scrive Pier Paolo, all’insegna «dell’edonismo e della joie de vivre». Responsabilità è anche sognare con i piedi per terra, pensare un futuro che sia ad un tempo rivoluzionario ma possibile. Nell’Italia di oggi la rivoluzione si chiama diffusione della cultura, che torni ad essere il nostro ossigeno. Pasolini usa nel testo “cultura” per indicare il modo di vivere, la psicologia, il costume, e la “conoscenza” delle persone. Diffondere questa cultura sarebbe un’altra forma dello stesso fascismo. Quello a cui noi pensiamo è di offrire a tutti gli strumenti – e poche regole comuni, l’obiettivo non sono certo l’anarchia o il totale relativismo: i valori fondamentali – per una possibile, almeno un po’ più piena, libertà. La cultura è ciò che può consentire il nuovo Rinascimento dell’Italia. Un’epoca mai vista, un’epoca nuova, di bellezza e di intelligenza, che ci consenta, insieme o individualmente, di cambiare anche (un po’ più liberamente) la nostra cultura, omologata, secondo Pasolini, dal nuovo potere. Sentiamolo. (M. Patr.)
di PIER PAOLO PASOLINI

di PIER PAOLO PASOLINI

Che cosa è la cultura di una nazione?

Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell’intelligencia.

Invece non è così.

E non è neanche la cultura della classe dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente.

Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini.

La cultura di una nazione è l’insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile – o, per dir meglio, visibile – nel vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica.

Per molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi – quasi di colpo, in una specie di Avvento – distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere.

A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere. Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo rifiuto del vecchio sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo “Sviluppo”: produrre e consumare.

L’identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti “moderati”, dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all’edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto.

Dunque questo nuovo Potere è in realtà – se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia – una forma “totale” di fascismo. Ma questo Potere ha anche “omologato” culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l’imposizione dell’edonismo e della joie de vivre.

Il nuovo fascismo non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.

PIER PAOLO PASOLINI

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