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Tema non è oggi primarie o non primarie Diamanti: ‘E’ più quale modello di partito’ E noi aggiungiamo: quale società (civiltà) Una società “politica” che si autogoverni Con la (possibile) fine di destra e sinistra

gennaio 3, 2011 di Redazione 

Il giornale della politica italiana svolge da mesi la propria narrazione sul futuro dell’Italia, prescindendo dalla dettatura di un’attualità politica autoreferenziale e quindi sterile e dal fiato corto (quando ce l’ha), e a maggior ragione dal racconto degli altri giornali. Oggi tuttavia facciamo un’eccezione. Repubblica apre il dibattito sulle primarie nel Pd. E questo suscita l’interesse di quell’elettorato che Lucia Annunziata associò alla definizione di radical chic – e che ne rappresenta la parte più moderna, globale, aperta all’influenza dei modelli (più avanzati) di altri Paesi, e che socialmente appartiene ad un ceto con un’istruzione e uno spessore culturale medio-alto e si concentra nei centri delle grandi città, per descriverli in un modo che resta comunque abbastanza sommario e generalizzante – e che rappresenta il grosso del nostro pubblico. E dunque suscita anche l’interesse de il Politico.it. Che affronta la questione. Ma, come sempre, lo fa a modo proprio. Muovendo dalle intuizioni di Ilvo Diamanti ma fornendo poi un altro, più complessivo e compiuto, punto di vista sulla questione. Che non è, infatti, primarie sì o primarie no: come dice anche Diamanti, si tratta di stabilire prima che tipo di partito si vuole, se aperto – degli elettori – o chiuso (sono, beninteso, etichette simboliche) – degli iscrittisolido – strutturato e fondato sull’autodeterminazione – o liquido – aperto alla società che viene coinvolta nelle decisioni – Oggi il Pd è un ibrido, un mostro che chiede l’iscrizione ma poi fa decidere gli elettori, o che vuole aprirsi alla società ma pensa di ridimensionare l’uso delle primarie o – quando non lo fa – ne viene travolto. il Politico.it, coerentemente con il proprio racconto sul futuro del nostro Paese, immagina un partito, anzi, dei partiti – vale per tutti e non solo per il Pd – animati dalla società civile, o se volete per una società civile che faccia la politica. Il modello di riferimento, lo abbiamo detto il primo gennaio, non è l’imperfetta società americana, ma Roma e Atene: l’origine della repubblica e della democrazia. Come si traduce concretamente tutto ciò. In una società che abbia vissuto una rivoluzione culturale che la porti a (ri)fare della cultura il proprio ossigeno, a riappropriarsi così della propria capacità di pensare, e quindi di impegnarsi; e, su questa base, le sia offerta la possibilità di autodeterminarsi, non necessariamente rinunciando alla democrazia rappresentativa (recuperando però la rappresentatività della democrazia), ma trasformando la società civile in società politica, una società che, attraverso necessarie forme organizzative (i partiti stessi, nel modo splendidamente esemplificato nel saggio di Giuseppe Rotondo sul partito liquido, che trovate qui), tuttavia le pervada e le esaurisca, attraverso un continuo ricambio tra rappresentanza e base sociale. Con la politica che torna a rappresentare un servizio, a tempo – quello debito, senza nevrosi demagogiche che a quel punto, ritrovata la rappresentatività e quindi la piena legittimità, non sorgeranno più – per la società, svolto da rappresentanti della società stessa. Il futuro è nella riscoperta del classicismo. «Gli è facil cosa a chi esamina con diligenza le cose passate, prevedere in ogni republica le future e farvi quegli rimedi che dagli antichi sono stati usati, o non ne trovando degli usati, pensare de’ nuovi per la similitudine degli esempi», scrive Machiavelli. Questo, almeno, è il futuro di un’Italia che voglia tornare grande e conoscere un nuovo Rinascimento (M. Patr.).

Il discorso agli ateniesi di Pericle

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