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Commento. Come lo Stato ha dato la libertà ai terroristi di M. Adinolfi

gennaio 1, 2011 di Redazione 

Oggi ci stracciamo le vesti – e “minacciamo” il Brasile – per “riavere” l’uomo dei Pac, “liberato” da Lula. Ma qual è stato il “nostro” comportamento (della nostra in-giustizia) di fronte ai casi dei terroristi “già” chiusi nelle nostre carceri? Ce lo racconta il direttore di The Weekdi MARIO ADINOLFI

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Nella foto, Mario Adinolfi

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di MARIO ADINOLFI

Guardavo ieri incredulo Enrico Mentana, in nome del “rispetto per le vittime”, chiedere nel corso del suo telegiornale il boicottaggio del Brasile, addirittura la “marginalizzazione” dei calciatori verdeoro nelle squadre di calcio (Ronaldinho e Adriano stanno facendo da sé, tranquillo diretto’), per via della mancata estradizione di Cesare Battisti, delinquentello omicida attualmente in carcere in Brasile, per cui il presidente Lula ha negato l’estradizione in Italia.

Su tutti i quotidiani ci sono paginate scandalizzate, sempre in nome del “rispetto per le vittime”, interviste solidali al povero figlio del gioielliere ucciso, costretto a vivere su una sedia a rotelle, immagine vivida del dolore che ha provocato il terrorismo in Italia.

Il rimprovero al Brasile, con scatto di patetico orgoglio nazionalista, dovrebbe far avanzare il sospetto che l’Italia, in nome del “rispetto per le vittime”, sia stata inflessibile contro i terroristi. Che il Giorgio Napolitano offeso con Lula non sia lo stesso che ha firmato la grazia per l’assassino materiale del commissario Calabresi, Ovidio Bompressi. Che i soloni che chiedono la caccia grossa in Brasile a Battisti non siano gli stessi che firmavano pagine in nome del diritto di Giorgio Pietrostefani, condannato per lo stesso omicidio, di viversene tranquillo in Francia a poche centinaia di chilometri dal nostro confine. O coloro che vantano amicizie con Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, condannati a nove ergastoli, completamente liberi e osannati dai media anche se per la giustizia italiana hanno ucciso oltre cento persone (e ferito altre duecentoventi) alla guida dei loro violentissimi Nuclei armati rivoluzionari.

Vi faccio l’elenco, va. Così ci capiamo meglio.

Giovanni Senzani, capo delle Brigate Rosse, in semilibertà dal 1999, oggi completamente libero
Renato Curcio, capo delle Brigate Rosse, in semilibertà dal 1993, oggi completamente libero
Alberto Franceschini, capo delle Brigate Rosse, libero dal 1992
Corrado Alunni, capo delle Brigate Rosse, in semilibertà dal 1989, oggi completamente libero
Adriana Faranda, capo delle Brigate Rosse, completamente libera dal 1994
Giusva Fioravanti, capo dei Nar, in semilibertà dal 1999, oggi completamente libero
Francesca Mambro, capo dei Nar, in semilibertà dal 1998, oggi in libertà condizionale (nessuna limitazione)
Lauro Azzolini, capo di Br-Walter Alasia (quattro ergastoli), è in semilibertà
Sergio Segio, capo di Prima Linea, completamente libero dal 2004
Marco Barbone, capo della Brigata 28 marzo (omicidio Tobagi), libero dal 1983

Tutte le figure di vertice del terrorismo italiano, quelle che hanno causato morte e distruzione e dolore infinito, sono fuori. Non da oggi. Da lustri. In alcuni casi da decenni. Tranne Barbone, non si sono mai dissociati né pentiti. Non hanno dato informazioni né raccontato la verità. L’elenco sarebbe lunghissimo, gli assassini in libertà sono decine: Valerio Morucci, Annalaura Braghetti, Antonio Savasta, Barbara Balzerani, Paola Besuschio, il feroce Mario Moretti (solo semilibero), Raffaele Fiore, Franco Bonisoli ecc ecc. Pontificano, scrivono libri. L’esponente di Prima Linea, Sergio D’Elia, condannato per fatti di sangue, è stato eletto persino deputato, così come attraverso il posto di deputato si liberò dal carcere Toni Negri, salvo poi rientrare in Italia per una microdetenzione finale.

Il capo della formazione terrorista (Pac – Proletari armati per il comunismo) a cui si affiliò Cesare Battisti si chiama Pietro Mutti. E’ il principale accusatore di Battisti e pur essendo riconosciuto colpevole di omicidi ha trascorso in carcere solo otto anni. Così Mutti è raccontato dalla Cassazione nel 1993: “Questo pentito è uno specialista nei giochi di prestigio tra i suoi diversi complici, come quando introduce Battisti nella rapina di viale Fulvio Testi per salvare Falcone (…) o ancora Lavazza o Bergamin in luogo di Marco Masala in due rapine veronesi. Del resto, Pietro Mutti utilizza l’arma della menzogna anche a proprio favore, come quando nega di avere partecipato, con l’impiego di armi da fuoco, al ferimento di Rossanigo o all’omicidio Santoro; per il quale era d’altra parte stato denunciato dalla DIGOS di Milano e dai CC di Udine. Ecco perché le sue confessioni non possono essere considerate spontanee”. Ma con quelle “confessioni” ha pagato i suoi omicidi con soli otto anni di carcere.

Battisti ha ucciso. Probabilmente non ha ucciso il gioielliere Torregiani, né ferito il figlio. Ma è moralmente responsabile di quelle azioni. Deve pagare.

Ma, in nome del “rispetto per le vittime”, è l’Italia a doversi vergognare. Non il Brasile. Ha scarcerato tutti silenziosamente senza chiedere neanche loro di dire la verità. Ha calpestato il dolore di centinaia di famiglie, lo Stato italiano.

Giorgio Napolitano, tacendo, farebbe una miglior figura ai loro e ai nostri occhi.

Che provano a tenere viva una memoria. Almeno quella, perché la giustizia sappiamo in che posto è finita, in questo paese.

MARIO ADINOLFI

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