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Dem siano ‘partito dell’Italia’ – e d’Europa Sfide globali si vincono meglio in Unione Di cui dobbiamo esser leader e non peso Pd rappresenti il bene di (tutto) il Paese E ‘trascini’ l’unificazione politica europea

dicembre 29, 2010 di Redazione 

Continua il viaggio nel futuro del centrosinistra del giornale della politica italiana. Avete visto, abbiamo aperto con un pezzo “di destra”. E ora procediamo con un altro sulla “sinistra”. Nell’onestà e nella responsabilità le differenze (ideologiche) cadono, e si può camminare insieme. E’ la nuova politica, quella che secondo il Politico.it ha però bisogno dell’assunzione di responsabilità di una delle sue (attuali) parti nella conferma di un sistema bipolare-bipartitico. Quella forza più onesta e responsabile che i suoi attuali dirigenti vogliono rimpicciolire per vincere la propria inadeguatezza rispetto ad una prospettiva che non è più quella socialista che loro, sola, riescono a rappresentare. Hanno avuto l’intuizione del Pd, i vari D’Alema e Bersani, ma non hanno le risorse storiche per andare oltre e, così, per superare i problemi derivanti dalla loro incapacità di una governance del “nuovo”, pensano di tornare indietro. Ma sarà loro impedito. Perché l’Italia ha bisogno del Partito Democratico, il “partito dell’Italia” lanciato dal nostro direttore, di cui, in questi giorni di festa, che per noi sono di “riposo attivo”, come impone la responsabilità di chi si rende conto che il nostro Paese rischia di morire e che non c’è tempo da perdere, di cui, dicevamo, Gabriele Federici sviluppa il disegno. Le prime due puntate sono state dedicate, le abbiamo lette e potete rileggerle, all’idea del Pd come “partito dell’Italia” appunto, che rappresenti il bene del Paese andando oltre la rappresentanza di specifici interessi, e al «pensiero forte» – quello de il Politico.it – che deve scaturire da un Pd che smetta di essere al rimorchio degli altri e incominci ad esprimere la propria grandezza di partito di tutti gli italiani producendo un proprio pensiero, che il nostro giornale – appunto – ha anticipato e sta anticipando, ancora, in queste ore e con questi contributi. Il prossimo dei quali, quello che leggiamo oggi, è dedicato alla terza caratteristica che deve avere il “partito dell’Italia”: essere, ancora una volta nel solco segnato dai padri della nostra patria come De Gasperi, il “partito dell’Europa”, ovvero quello che, rifatto grande il nostro Paese, proietta il nazionalismo necessario per riuscirci nella costruzione dell’unità politica europea, necessaria, a sua volta, ce lo dimostra con grande abilità ora proprio il nostro Federici, alla salvezza di (tutto) il Vecchio continente. E quindi al nuovo Rinascimento di cui un’Italia tornata grande può rappresentare il faro e il motore. Ci torneremo su, naturalmente. Intanto, ecco la vocazione europeista dell’Italia e del Pd raccontata da Gabriele Federici.

Nella foto, Tony Blair

Le prime due puntate

C’è De Gasperi nel futuro del centrosinistra

Il pensiero forte

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di Gabriele FEDERICI

LA GOVERNANCE EUROPEA

L’Europa è e deve continuare ad essere uno dei pilastri del centrosinistra italiano. La costruzione dell’Europa politica costituisce il risultato fisiologico di un lungo processo integrativo che continua a vedere nell’economia il suo principale referente: insieme ad essa, l’Unione Europea deve trovare il coraggio, nonché la forza di continuare il cammino intrapreso dai 27 paesi membri dell’Ue.

I responsabili politici di tutta Europa sono oggi alle prese con un vero paradosso: da un lato, gli Europei chiedono loro di risolvere i grandi problemi della nostra società, dall’altro, questi stessi cittadini nutrono sempre minor fiducia nelle istituzioni e nelle politiche che queste adottano, o finiscono per disinteressarsene. Si tratta di un problema noto anche ai Parlamenti e ai governi nazionali, ma è particolarmente acuto nel caso delle istituzioni dell’Unione europea. Numerosi sono coloro che, di fronte ad un sistema complesso di cui non comprendono bene il funzionamento, nutrono sempre meno fiducia che esso possa realizzare le politiche da loro desiderate. L’Unione è spesso percepita come qualcosa di troppo lontano e, allo stesso tempo, troppo invadente.

Il grande problema interno dell’Europa è oggi la sua crisi economica. La peggiore crisi economica registrata dagli anni ‘30 ha colpito duramente il nostro continente. L’economia Ue ha avuto una contrazione del 4% nel 2009; la produzione industriale è calata del 15%; la disoccupazione è cresciuta fino al 10%, portando il numero di disoccupati nell’Ue a 23 milioni. La combinazione tra aumento della spesa pubblica a sostegno dell’economia e riduzione delle entrate fiscali ha messo sotto pressione le finanze pubbliche. Ci vorranno molti anni per riassorbire l’accumulo del debito pubblico, cresciuto del 20%. Le banche rimangono caute nell’erogare credito, ponendo pertanto molte aziende in difficoltà.

La crisi ha anche evidenziato una serie di problemi economici dell’Ue sul lungo termine. I nostri esportatori devono competere con la concorrenza cinese, indiana e di altre economie emergenti, avvantaggiate da costi più bassi. L’invecchiamento della popolazione fa sì che i cittadini europei in età lavorativa debbano mantenere un numero crescente di pensionati. È necessario garantire una fornitura di energia sicura e sostenibile sia per noi sia per le generazioni future. Ed è necessario fare di più per aiutare gli imprenditori che intendono avviare una nuova impresa o sviluppare una piccola attività. Questa grave recessione ha messo gli Stati membri Ue di fronte ad una serie di sfide alle quali possono far fronte solamente lavorando in modo sinergico.

Nel dicembre 2008, i governi Ue hanno trovato un accordo per affrontare l’attuale recessione, dando vita al Piano europeo per la ripresa economica. Di seguito alcuni esempi di come le istituzioni Ue hanno cooperato con i governi nazionali per alleviare gli effetti della crisi e per affrontarne le cause alla radice:

• Far ripartire l’economia. L’Ue e i suoi Stati membri hanno sostenuto le aree fondamentali dell’economia al fine di creare posti di lavoro e incrementare le entrate dei consumatori destinate agli acquisti di beni e servizi, con un incremento del PIL del 2,7% nel 2009 e nel 2010.

• Investire nel futuro. Ben 4 miliardi di euro provenienti dal bilancio dell’Ue sono stati destinati allo sviluppo di fonti di energia più pulite e più sicure, mentre un altro miliardo servirà ad assicurare la connessione Internet ad alta velocità nelle aree rurali. I fondi comunitari saranno anche spesi per potenziare le industrie automobilistica ed edile, per riqualificare i lavoratori disoccupati, per sviluppare nuovi collegamenti in tutta Europa e per aiutare la crescita delle piccole imprese.

• Sostenere gli Stati membri in difficoltà. L’Ue ha concesso prestiti a tre Stati in cui l’euro non è ancora in vigore al fine di offrire loro un aiuto per superare le sfide sociali ed economiche scatenate dalla crisi: si tratta di Ungheria (fino a 6,5 miliardi di euro), Lettonia (fino a 3,1 miliardi di euro) e Romania (fino a 5 miliardi di euro).

• Aiutare il settore bancario nella ripresa. Tra l’ottobre 2008 e il maggio 2009, la Banca centrale europea ha tagliato il tasso di interesse principale portandolo dal 3,25% ad appena l’1%. L’Ue ha anche approvato rapidamente le richieste pervenute dai governi nazionali per aiutare le banche in difficoltà. Questi provvedimenti hanno lo scopo di sbloccare il flusso di credito verso le aziende e i cittadini privati.

• Rafforzare la supervisione finanziaria. La Commissione europea ha proposto provvedimenti di ampia portata per monitorare il settore bancario europeo con maggiore efficienza. Si riduce così il rischio che in futuro i governi debbano salvare le banche fallite e che siano i cittadini a doverne pagare le conseguenze.

E’ possibile leggere ne “I documenti e i verbali delle commissioni approvati dall’assemblea nazionale del partito democratico (Roma, 21-22 maggio 2010)”: “La scelta non deve essere l’Europa minima indispensabile, ma l’Europa massima possibile. Dalla crisi si esce non con meno, ma con più Europa”. Questa esternazione lascia intendere come la costruzione di un’Europa politica, finalmente capace di fare fronte alle sfide correnti, sia ampiamente auspicabile. La costruzione di un governo europeo, quindi di una governance politica europea, capace di generare, pertanto, un “governo economico europeo” è assolutamente indispensabile per difendere l’euro, ricominciare a crescere, creare occupazione e mettere al sicuro l’Unione Europea e ogni suo paese da future crisi economico-finanziarie.

Perché tale governance sia efficace occorre superare il semplice coordinamento delle politiche nazionali, oggi del tutto insufficiente. Oggi l’Europa è zoppa, con una moneta unica e un mercato unico, ma con politiche economiche, fiscali e sociali tarate sulla sola dimensione nazionale. Così l’Europa non può tenere il ritmo del nuovo mondo globale negli ultimi 60 ani. La stessa richiesta di più stabilità e più controlli, che viene anzitutto dalla Germania, richiede un vero “governo economico comune” capace di intervenire su tre dimensioni: una gestione condivisa delle emergenze; una politica per la crescita, l’occupazione e l’inclusione sociale; la messa a punto di strumenti finanziari adeguati per sostenere la propria azione.

La crisi che ha colpito la Grecia ha suscitato particolare disapprovazione in Germania. Scrive Sergio Romano: “La prima reazione della Germania fu che la formica dell’Ue non avrebbe pagato per le intemperanze e gli sprechi delle cicale”. La rivendicazione di sovranità nazionale tedesca è stata corretta dall’istituzione di due fondi di salvataggio: uno per la Grecia, l’altro per l’intera Eurozona. Sergio Romano è dell’avviso che il vero problema dell’Ue sia la mancanza di un governo europeo dell’economia. Romano afferma che la Germania sia dell’opinione di “punire i reprobi: se il debito pubblico di un paese supera il 60% del PIL, il suo governo dovrà ridurre l’eccedenza, per tre anni consecutivi, del 5%”. Osservando la situazione dell’Italia, sappiamo che il debito a fine anno rappresenterà probabilmente il 116% del PIL, la riduzione nei prossimi tre anni dovrebbe ammontare all’8% del totale. Per coloro che non vi riuscissero vi sarebbero ammende, minori fondi per la politica agricola, forse addirittura la sospensione del diritto di voto. Romano crede che sia giusto armonizzare le politiche economiche piuttosto che lasciare ai membri la facoltà di sbagliare: in poche parole, un’etica della responsabilità piuttosto che una cultura della “colpa”.

(3 – continua)

Gabriele Federici

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