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Marchionne tira acqua (solo) a su’ mulino Non è la promessa di modernità che fece Ma Marchionne non è capo del governo Politica dorme ancora su nostri guanciali Tocca a lei assicurare appetibilità Paese Pigi, dov’è pensiero forte Democratici?

dicembre 28, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana era stato tra i pochi a sottolineare lo stimolo insito nelle “vergate” con cui l’amministratore delegato della Fiat aveva sostenuto che il nostro Paese rischiava di rappresentare una sede in perdita per qualsiasi investitore. Oggi Marchionne scema rispetto all’alto respiro con cui era intervenuto nel dibattito pubblico e riduce tutto ad una questione di mera convenienza per la Fiat, tirando la coperta solo dalla sua parte, a discapito del Paese – attraverso i danni alla coesione – e senza offrire contributi alla nostra modernizzazione. Perché la modernità – lo abbiamo scritto – non coincide con minori diritti tout court (questo è piuttosto, come segnalano in molti, un tuffo nel passato) ma (appunto) con la creazione delle condizioni dell’eccellenza – del nostro Paese, che significa anche, nel rispetto e nella valorizzazione delle nostre peculiarità sociali e civili, che tutti devono essere coinvolti e il nostro nuovo Rinascimento deve riguardare tutti i livelli della nostra società, oppure non è. Ma tocca a Marchionne, assicurare questo, al di là delle sue responsabilità come amministratore di un’azienda (già) italiana e che ha comparti da noi? No, tocca alla nostra politica, che ha continuato a crogiolarsi nel proprio immobilismo autoreferenziale, senza nemmeno cominciare quella ripartenza che ci può offrire quelle condizioni in cui la Fiat – per dire – possa essere interessata a recuperare i propri investimenti non solo per la realizzazione di singoli progetti, ma in chiave strutturale complessiva. Ha grandi colpe il governo, a cui tocca il pallino ora, ma anche quel Pd che il Politico.it ha indicato come forza – più onesta e responsabile – che, sola, può farsi carico efficacemente di tutto questo. Il suo segretario invita ad una discussione parlamentare sul tema: ma, al di là di ogni rispetto della nostra forma istituzionale, toccherebbe a lui non proporre, ma avere già proposto un disegno complessivo per il futuro, in grado di coinvolgere anche gli aspetti legati alla vicenda Fiat. Se non l’avete fatto, non prendete- vela con altri, e soprattutto è il momento di comin- ciare. O presto non sarà più possibile. Il commento di Lerner ora, che si occupa delle (ir)responsabilità dell’ad.

Nella foto, Marchionne: «Ecco!»

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di GAD LERNER

La deroga al contratto nazionale dei metalmeccanici senza cui Marchionne rifiuterebbe qualsiasi investimento nello stabilimento di Mirafiori, è faccenda diversa dalla sconfitta della Cgil perseguita negli anni Cinquanta da Valletta. Perché allora si pianificava un’industria automobilistica nazionale, mentre oggi il non meglio precisato piano “Fabbrica Italia” si risolve in una piattaforma di montaggio di jeep Chrysler concepite negli Usa.

Solo per deformazione politica si enfatizza lo scontro fra la Fiat e la Cgil, seguito con tremore opportunistico dal governo e dalla Confindustria, come se davvero le normative contrattuali fossero l’argomento decisivo in base a cui si determinano le strategie aziendali. Chi difende l’accordo separato di Mirafiori dovrebbe spiegarci se ritiene davvero che l’Italia tornerà così ad essere attrattiva per gli investimenti dei fabbricanti di automobili, e come il suo mercato (saturo) possa esserne incrementato. Altrimenti saranno di nuovo promesse non mantenute, sia per i dipendenti sia per i contribuenti.

GAD LERNER

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