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***Il commento***
IL DOPPIOPESISMO DELLA SECONDA REPUBBLICA
di PIETRO SALVATORI

dicembre 27, 2010 di Redazione 

E concludiamo la nostra narrazione di oggi. Con una summa affidata alla penna, efficace, del nostro caporedattore. Doppiopesismo come altra faccia della mancanza di idee, una “moneta” coniata alla zecca dell’autoreferenzialità che dipende da tre cose su tutte: la fine della necessità, per cui negli anni Ottanta si comincia a sperperare (e, in qualche caso, a sottrarre indebitamente); l’emersione, per questo, del problema della mancanza di un orgoglio nazionale, quello che comporta il rischio di una competizione sfrenata e pericolosa – un rischio che può, però, essere ridotto incanalando tutto questo in un europeismo che miri ad una sempre maggiore unità politica del Vecchio continente – ma assicura anche passione e impegno per l’Italia. Per queste due stesse ragioni – e con il deflagratore di Tangentopoli – l’abbassamento della qualità intrinseca della nostra classe politica, da un punto di vista culturale e quindi etico (e viceversa); infine il berlusconismo, che porta all’acme tutto questo. Determinando l’autoreferenzialità di oggi. E, con essa, il doppiopesismo. E la connaturata mancanza di pensiero forte. Tutte cose che il giornale della politica italiana denuncia – con questa chiarezza – per primo. Seguito da tutti gli altri. Concludiamo dunque la nostra narrazione. La firma, all’interno, è di Pietro Salvatori.

Nella foto, Silvio: straccia tutti gli accordi (in tutti i sensi?)

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di Pietro SALVATORI

In Italia va di moda il vizio di non fare i conti con le cose o con le idee.

Tutto ruota piuttosto intorno a chi è il soggetto estensore dell’idea o facitore della cosa, e a seconda della simpatia/antipatia, amicizia/rivalità, si etichetta la cosa/idea come buona o cattiva (con un manicheismo campanilistico del quale raramente non si trovano tracce). Così Repubblica difendeva Sircana che andava a trans e Libero lo faceva a pezzi, mentre il quotidiano di Ezio Mauro faceva a pezzi Berlusconi mignottaro mentre Libero ne ergeva scudi stellari a difesa.

Al di là delle giustissime osservazioni del caso sul fatto che formalmente e istituzionalmente le due questioni presentassero rilievi abbastanza specifici e difformi, la ciccia è sempre la stessa.

O si difende la privacy di un uomo politico, sempre e comunque, si rifiuta di farne argomento di ludibrio per l’agone pubblico, o la si mette in discussione, la si indaga, fino ad arrivare a “invischiarsi nel suo vivere” senza remore di sorta.

E invece no. Nel Belpaese una linea di pensiero (sia pur esso debole quanto vi pare) entra sempre e comunque nel tritacarne della parrocchia da difendere, del perimetro da rendere inviolabile.

Sempre per rimanere nel mondo della stampa, la mente vola al cubitale titolo di prima “Non poteva non sapere” riservato da il Giornale a Fini per una Scavolini galeotta. Lo stesso giornale che negli ultimi sedici anni è stato il vessillo del garantismo in salsa azzurra, impegnato a smontare pezzetto per pezzetto l’efficacia e la legittimità di simile teorema, applicato al Cavaliere o a chicchessia. Ed eccolo tirarlo invece fuori per un sanitario di troppo in una casa con 40mq di troppo.

L’ultimo caso è di questi giorni. Riguarda D’Alema che dice che la magistratura tende ad invadere il campo altrui e potrebbe connotarsi come un pericolo per il Paese. Lo dice, vale la pena ricordarlo, quando il governo Prodi, già sorretto a fatica dalle stampelle dei senatori a vita, riceve una spallata che può riassumersi in questo modo: il giorno in cui il Guardasigilli deve presentare una riforma dell’ordine giudiziario che va in uggia alle toghe, sua moglie viene raggiunta da un ordine di arresti domiciliari per una qualunque vicenda. Ovviamente, uno zelante funzionario della procura pensa bene di informarne la stampa prima che il ministro in questioni si rechi in aula, e prima che alla signora venga notificato alcunché. La notizia viene diffusa da un ignaro cronista dell’edizione regionale del telegiornale.

Insomma, D’Alema dice una cosa del genere (sì, certo, poi smentita, ma fa parte del balletto tradizionale), in un periodo del genere. E si capisce anche come, nel momento in cui dice quello che dice, non possa per ovvi motivi rendere pubblica tale sfumatura del suo pensiero.

Poi viene sputtanato dal buco della serratura di Wikileaks. E il Pdl che fa? Si rallegra di una tale convergenza di idee da parte del leader Maximo?

Macché. Chiede l’istituzione di una commissione d’inchiesta che indaghi sulle sue parole (e non si capisce a quale scopo, visto che mezzo partito ne sarebbe coinvolto, ma soprattutto che l’intero partito condivide un pronunciamento che, se messo in bocca d’altri, richiederebbe addirittura un’indagine…).

Ancora una volta la battaglia per un’idea viene rimandata a data da destinarsi.

È sempre più divertente scannarsi per “la palla è mia, decido io”.

Pietro Salvatori

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