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Ogni settimana al cinema con il Politico.it Ecco cosa andare a vedere a S. Stefano Muccino (Silvio) in sala in Un altro mondo Vale (comunque) almeno ** 1/2 di Ulivieri IN COPERTINA OGGI è Isabella Ragonese

dicembre 26, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana che è anche il giornale del cinema. Il giornale di Attilio Palmieri, il giovane e talentuoso critico de il Politico.it e de Gli Spietati, tra i più brillanti giovani studiosi italiani. E dello scrittore fiorentino, che prosegue la sua indagine sul nostro, cinema, attraverso le meno brillanti prove pre (e post) natalizie. Dopo Castellitto, è la volta del più giovane dei Muccino, che tra continui rimandi autobiografici (quando non psicanalitici: il rifiuto del fratello minore da parte del maggiore, vedi le polemiche tra i due registi) ci racconta questa storia che può meritare comunque un passaggio in sala. Parola di Ulivieri. Anche per la presenza della bella e brava interprete siciliana. E dopo, l’ultimo Jeunet, di cui leggiamo sotto.

Nella foto, Isabella Ragonese

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Un altro mondo

REGIA: Silvio Muccino

ATTORI:
Silvio Muccino
Isabella Ragonese
Michael Rainey Jr.
Maya Sansa
Flavio Parenti

GENERE: Drammatico

DURATA: 110 min.

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di FABRIZIO ULIVIERI

L´inizio del film non è male. La regia pare buona e di eleganza da subito. Però il film si dilunga subito in un dieci minuti abbondanti di deittici “ci sono…che…” (ci sono persone che…ecc…) che ci mostrano giovani borghesi (distanti anni luce dalla normale vita dei poveri Cristi che si dannano l´anima per arrivare in fondo al mese) che trascorrono la loro vita in deittiche pose, iconoclastiche, ben lontane dal lavoro e da ogni segno di crisi economica. Per cui mi sorge spontanea la domanda: ma questi che fanno cinema in che mondo vivono? Salvo pochi e coraggiosi registi, ultimamente tutti parlano della ricca borghesia italiana. Possibile che con tutti i problemi che ci sono in Italia i registi trovino solo ispirazione in un ceto sociale di minimo spessore?

Ma Muccino non è così stupido: mira più in alto. Muccino ha capito la lezione del mainstream, di produrre film che possano incontrare il gusto globale. Evita il classico prodotto di nicchia italiano che sfugge alla tendenza direzionale del mondo globale a favore e in nome dell´arte. E in effetti la regia ci propone Roma come ci proporrebbe New York; ci propone l´ideale della happy family della commedia hollywoodiana con ritocchi e tick alla Verdone e dosi di politically correct estranee al più genuino cinema vajasso italiano. Ci propone per questo la borghesia (romana?) perché il sillogismo di Hollywood è: chi è bello è felice/chi è felice ha i soldi, ergo chi è bello e felice ha i soldi.

Muccino è bravo come attore (anche se assai stilizzato da pose molto americane) e regista, su questo non c´è dubbio. Tuttavia se ha imparato a fare il regista globale deve imparare a fare storie meno banali, anche se in verità ha appreso la famosa lezione di Charlie Kaufman, che il finale salva un´opera. In effetti tutta la parte conclusiva del film riscatta la parte abbastanza opaca dell´inizio e quella centrale. Nella parte finale compare finalmente un po´ di cuore per quanto le scene “di cuore” non perdano il sapore manierato del mainstream.

Un´annotazione su come Muccino (volontariamente o involontariamente) dipinge le donne (che è poi una costante del cinema italiano contemporaneo, sia di quello più vajasso che di quello meno vajasso): anche in Muccino abbiamo la donna “palla” cioè quella che rompe di continuo, petulante o urlante ma comunque sempre nevrotica, spietata e soprattutto contraria. Un bel cambio, se si pensa che nel Neorealismo se non erano madri o sorelle erano solo puttane o malafemmine!

La storia non la racconto, poiché è talmente niente in sé che vale la pena di scoprirla da soli al cinema per rendere almeno omaggio al prezzo del biglietto che pagherete.

Comunque ironie e critiche (giuste) a parte il film di Muccino, che non è male se si pensa a quello che vi è in circolazione di questi tempi, soprattutto in virtù del gusto mainstream di ottima fattura e del finale memore di Charlie Kaufman due stelle (e mezzo) se le merita.

FABRIZIO ULIVIERI

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