Top

Deboli si aiutano rifacendo grande l’Italia Maggiore competitività uguale più lavoro E le liberalizzazioni sono democratiche Come intuì l’ultimo governo Prodi (FOTO)

dicembre 23, 2010 di Redazione 

Seconda puntata dell’inchiesta di Gabriele Federici sul futuro del centrosinistra. Un centrosinistra che – anche ammesso di voler continuare a concepire la politica (anche) come la rappresentanza di specifici cartelli di interessi, e non come un servizio onesto e responsabile reso al Paese – ha la possibilità di sostenere le proprie “classi di riferimento” tanto meglio assolvendo al proprio compito storico – quello di prendersi sulle spalle e di salvare e rifare grande, in un unico tempo, l’Italia – In modo strutturale e “definitivo”. Naturalmente impostando un nuovo Rinascimento che, in quanto tale, sia anche intrinsecamente del tutto democratico. Il mercato, in questo, è un alleato e non un nemico: il pensiero forte consiste «nel rendere più competitivo il nostro Paese, rendendolo unico nel suo genere, sapendo valorizzarne i suoi punti di forza e riuscendo ad attrarre nuovi capitali utili per la costruzione di posti di lavoro». di GABRIELE FEDERICI
Ma Bersani: “Prima le alleanze” di M. MADDALONI

Nella foto, Romano Prodi

La prima puntata: C’è De Gasperi nel futuro del centrosinistra

-

di Gabriele FEDERICI

IL PENSIERO FORTE

Gli italiani continuano ad essere in media scontenti e sfiduciati circa il rendimento delle proprie istituzioni, specie al cospetto del giudizio su altri paesi e sulle istituzioni comunitarie, visti spesso come un “modello positivo” con il quale consolarsi e soprattutto confrontarsi. Gli italiani, oltremodo, appaiono fortemente europeisti per tutta una serie di realtà, tra tutte, una delle più importanti è dovuta al fatto che essi vedono nell’Europa un ancoraggio, un sostegno per risolvere i loro problemi.

Di fronte alle questioni di efficienza del sistema istituzionale, i tentativi di riforma sono stati tanti, almeno a partire dagli anni ’80, ma non hanno mai raggiunto risultati apprezzabili in termini di revisione sistematica della costituzione, con l’unica eccezione della riforma del titolo V nel 2001.

La rivoluzione liberale della “discesa in campo” non è mai avvenuta. Lo slancio per far ripartire l’economia, ripensare i rapporti tra capitale e lavoro, ma soprattutto costituire le condizioni legislative, economiche, civili e culturali per attrarre nuove aziende, quindi creare lavoro e rendere più produttivo il nostro territorio sono state aspettative tutte quante disattese. I poteri d’acquisto delle persone sono stati falcidiati. Il futuro delle giovani generazioni risulta essere decisamente meno fiducioso rispetto a quello dei loro predecessori. “Italy: The real sick man of Europe. Italy’s economy is stagnant, its business depressed and its reform moribund”: sancisce impietosa una copertina dell’Economist nel maggio del 2005. La situazione, dopo cinque anni, è lungi dall’essere migliorata. Che fare?

Il centrosinistra, per la prossima legislatura, ha davanti a se un’opportunità storica: la possibilità di riformare il paese e farlo ripartire, sulla base dei propri valori, quindi delle proprie convinzioni e affibbiarsi un possibile merito che possa conferirle pregio, credibilità civile e spendibilità elettorale per un periodo di tempo significativo. Il centrosinistra può quindi puntare ai suoi valori storici, come la giustizia sociale, l’inclusione civile ed etnica, la garanzia di un’accessibilità ad una sanità ed una educazione pubbliche di alto livello, non ultimo la promozione dei diritti sociali quale base fondamentale per garantire al meglio i diritti civili: tutto questo può essere raggiunto con gli strumenti macroeconomici e politico-istituzionali disponibili.

Per anni il centrodestra ha acclamato l’arrivo della rivoluzione liberale quale rimedio imprescindibile per tutti i mali disattendendo, infine, la sua promessa. La grande opportunità che si delinea di fronte al centrosinistra è quella di inserire le nuove istanze liberali all’interno di una cornice che sappia finalmente difendere i contribuenti. La cultura della difesa del consumatore è decisamente poco sviluppata in Italia e i benefici della “supply-side economics” praticamente del tutto ignorati. Stare dalla parte dei consumatori con un basso potere d’acquisto e garantire loro l’accesso a beni e servizi che costano meno, tutto questo grazie al libero mercato, quindi la libera concorrenza di produttori e fornitori “che si fanno la guerra fra di loro”: è di sinistra.

Liberalizzare i mercati dei beni e dei servizi significa eliminare delle rendite di cui godevano alcune categorie privilegiate (notai, farmacisti, ma anche i dipendenti Enel, Eni, Telecom, Alitalia) e trasferirle ai consumatori. Chi ci guadagna? Evidentemente quelle famiglie che spendono una quota rilevante del loro reddito nell’acquisto di beni e nell’utilizzo dei servizi che vengono liberalizzati. Quando si liberalizzano servizi essenziali, come luce, gas, telefoni, farmacie, a trarne maggiori vantaggi saranno le famiglie più povere, poiché in proporzione impiegano una percentuale di reddito superiore per acquistare beni di prima necessità.

Fino a poco più di un decennio fa, trascorrere un fine settimana a Londra o a Barcellona era un privilegio per ricchi. Il costo del biglietto aereo non era inferiore alle svariate centinaia di migliaia di lire e si poteva partire solo da alcuni aeroporti; al biglietto andava quindi sommato il costo del viaggio per raggiungere l’aeroporto. Oggi Ryanair, Easyjet e le numerose compagnie low-cost portano a Londra molto spesso per pochi euro. Si può partire da Bergamo, Brescia, anche da Brindisi, e i ragazzi vanno a Londra o a Barcellona.

Le liberalizzazioni dovrebbero essere una bandiera della sinistra, a detta di due importanti economisti italiani, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, perché aiutano soprattutto i consumatori più poveri. Spesso aprono anche nuove opportunità nel mercato del lavoro. I supermercati che hanno cominciato a vendere prodotti farmaceutici hanno assunto giovani farmacisti, laureati che non hanno la fortuna di avere una mamma o un papà farmacista e quindi erano tagliati fuori. Concludono i due economisti: “Occorre avere il coraggio di spiegare agli elettori che ogni protezione dei produttori corrisponde a uno sfruttamento dei consumatori”.

Il pensiero forte sta nel rendere più competitivo il nostro paese, rendendolo unico nel suo genere, sapendo valorizzarne i suoi punti di forza e riuscendo ad attrarre nuovi capitali utili per la costruzione di posti di lavoro. Il lavoro, uno dei fondamenti della costituzione repubblicana, nonché realtà imprescindibile della sinistra italiana, trova spazio nelle realtà in cui le imprese non vengono vessate dalle tasse, vieppiù dalla burocrazia, quindi sono assistite da una legislazione capace di incentivare gli investimenti, e non di mortificarli per via dei tempi di decorrenza; non solo, il lavoro viene difeso nel momento in cui le università sono più vicine al libero mercato, al mercato del lavoro e, finalmente, un approccio pratico, pragmatico ed empirista riesca a sostituire l’ottica idealista, tomistica, squisitamente teorica e fine a se stessa del mondo accademico italiano. Come fa un paese ad essere parte del G8 a non avere un singolo ateneo tra i primi cento? Da questa domanda retorica si evince un dato deludente della nostra condizione culturale e formativa. In questo, per la prossima legislatura, il centrosinistra avrà molto da lavorare, le aspettative sono alte, troppo alte forse, ad ogni modo, nel prossimo futuro “l’eterna opposizione” ha tutte le possibilità per riuscire in un’impresa storica.

(2 – continua)

Gabriele Federici

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom