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C’è De Gasperi nel futuro centrosinistra Significa che Pd deve rifare grande Italia E’ questo compito che ora gli dà la Storia Una grande inchiesta in quattro puntate di GABRIELE FEDERICI

dicembre 21, 2010 di Redazione 

Sono passati pochi mesi dall’intuizione del nostro direttore. Il Partito Democratico, in crisi d’identità, si faccia “partito dell’Italia” e assolva al proprio compito storico (appunto) di salvare e rifare grande questo Paese – in un unico tempo. Una prima risposta, da parte del Pd. Poi di nuovo l’afflosciarsi nel dibattito sterile sulle alleanze. Oggi il giornale della politica italiana rilancia. E propone, con una delle sue firme più autorevoli, un grande viaggio nel domani dell’attuale opposizione. Vista in una logica (come sarà inevitabile, al netto di ogni “calata di brache” bersanian-dalemiana) bipolare. Adesso è (o può essere, se saprà ascoltare) il tempo del centrosinistra. Che, simbolicamente, può rifarsi al padre della nostra Repubblica, non uomo di sinistra ma in grado di unire il Paese all’insegna della responsabilità. Cosa che oggi, in mancanza di una destra figlia della nobile tradizione cavouriana (o dello stesso De Gasperi), può fare solo il Partito Democratico. Il partito dell’onestà e della responsabilità. Ma questa è solo la direzione, tracciata da Matteo Patrone. Gabriele Federici muove da qui per accompagnarci in un magico viaggio in quello che è – in fondo – il futuro dell’Italia. 1° puntata
di GABRIELE FEDERICI

Nella foto, Alcide De Gasperi

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di Gabriele FEDERICI

“C’eravamo tanto amati” è il titolo di un celebre film degli anni ’70, deliziosa descrizione della politica dell’epoca: delle occasioni mancate, delle energie sciupate, delle speranze e degli ideali traditi, dove il fallimento dei protagonisti del film è anche quello di un intero paese.

Il parallelismo sorge spontaneo. Prossima al tramonto la stagione del centrodestra “Made by Berlusconi”, il centrosinistra è destinato a fallire così come i personaggi del film oppure a diventare finalmente una forza governativa, nei prossimi anni, con il beneplacito del proprio elettorato, ma soprattutto dell’Italia intera? La risposta è dubbia.

Il centrosinistra ha un disperato bisogno di rigenerare la propria classe dirigente, per poter acquistare credibilità civile e spendibilità elettorale. È possibile evincere una disaffezione nei confronti della classe politica del centrosinistra dalle continue e ripetute sconfitte collezionate in questi ultimi anni, sia elettorali, sia in ambito esecutivo, non ultima la mancata sfiducia al governo Berlusconi di qualche giorno fa.

Spesso la sinistra s’è mostrata incapace di governare il paese: l’ultima legislatura che l’ha vista al potere, la quindicesima, è stata la seconda più breve della nostra storia repubblicana, un’accozzaglia di governo con tredici partiti, esperimento mai visto, e per questo mal riuscito, nelle esperienze democratiche occidentali.

Per poter vincere alle elezioni della prossima legislatura, quindi finalmente dare vita a quella tanto auspicata “democrazia dell’alternanza” e radicarsi a fondo nella psicologia dell’elettorato italiano, di cosa ha bisogno il centrosinistra? La risposta è semplice: nuove idee; nuove idee che devono sancire la fine della stagione del “nuovismo” e imboccare, finalmente, la strada delle riforme strutturali per rilanciare la nazione, fatta di impegno civile e capace di liberalizzare l’economia, quindi liberare le sue energie e dare spazio ai giovani talenti da troppo tempo tenuti in disparte.

La posta in gioco è alta: non si sta parlando del futuro esclusivo di una determinata realtà politico-partitica, quanto piuttosto dell’intera dimensione politica, economica e quindi sociale dell’Italia. L’ambizione della sinistra, ergo del centrosinistra nostrano, può essere quella di ripresentare “ex novo” il nostro territorio tra il novero delle realtà che contano a livello continentale e quindi mondiale.

Dopo circa un ventennio di oblio politico e declino economico per la nostra penisola, quali sono le possibili e nuove idee su cui il centrosinistra potrebbe sviluppare la propria azione futura? Esse sono quattro: il pragmatismo, il pensiero forte, il capitalismo renano e la governance europea. La seguente lettura vuole delineare la fattispecie di una dimensione teorica che possa fornirci le basi, sulle quali lavorare, per degli sviluppi pratici capaci di far risorgere l’opposizione nel prossimo futuro, renderla forza esecutiva e con essa conferirle la legittimità di una nuova prestanza trainante per le istituzioni e per il sistema Italia.

IL PRAGMATISMO

Gabriele Almond, importante politologo americano, in uno studio pubblicato negli anni ’60, quindi in piena Prima Repubblica, aveva affermato che la cultura politica della nostra penisola era: alienata, apatica, frammentata, pertanto responsabile di una democrazia instabile e malfunzionante. In altre parole, i sentimenti dominanti degli italiani nei confronti della politica sarebbero tutt’altro che virtuosi: sfiducia verso le istituzioni, scarso attaccamento allo Stato e al bene comune, carente riconoscimento al ruolo dell’autorità, disaffezione verso le autorità pubbliche e percezione della scarsa efficacia politica a livello personale sarebbero alla base del comportamento politico degli italiani. La cultura politica italiana sarebbe dominata da alienazione, cinismo, passività, diffidenza, ignoranza, frammentazione, tutti caratteri abbastanza incompatibili, secondo Almond, con un sistema democratico stabile ed efficiente. Il governo e la politica sono considerate dagli italiani come “forze minacciose e imprevedibili e non come istituzioni sociali su cui poter incidere”.

Robert Putnam, altro politologo americano, docente presso la Harvard University John F. Kennedy School of Government, ha sottolineato il diverso rendimento istituzionale nelle regioni italiane a partire dalla quantità di “capitale sociale” in esse presenti. Il “capitale sociale” secondo Putnam è quell’insieme di relazioni, norme di reciprocità e fiducia nel prossimo che, favorendo la cooperazione, rendono più agevole il perseguimento di benefici per l’intera collettività.

Continuando su questa logica, il politologo Pietro Grilli di Cortona ha sostenuto che in Italia sarebbe presente la “mancata o incompleta formazione di un’etica pubblica”: quest’ultima circostanza, secondo Grilli di Cortona, sarebbe dettata dall’assenza di una ricca tradizione statale sulla scia di quella del grande assolutismo europeo che in molti paesi ha plasmato una ferrea coesione identitaria (si pensi alla Francia), in ragione di una parcellizzazione dei poteri, delle elite e delle centrali di emissione del comando, insieme alla debolezza normativa della comunità, come incapacità di questa di esercitare un controllo sui comportamenti sociali.

Le caratteristiche appena menzionate, riguardanti la cultura politica del Belpaese, sembrano continuare a persistere, forse perfino ad essere accentuate, durante la Seconda Repubblica.

Oltremodo, se a questi deficit culturali, aggiungessimo, poi, la scarsa propensione della cultura politica delle elite italiane, dopo la Seconda Guerra Mondiale, a favorire soluzioni pragmatiche e orientate al compromesso, a causa dell’alto tasso di ideologizzazione del confronto tra partiti (e.g. DC e PCI), non dovremmo stupirci delle particolari disfunzioni, quindi delle deficienze esecutive della Prima Repubblica.

Il pragmatismo e l’ideologia sono due concetti poco affini in politica. Risolvere i problemi strutturali dell’Italia significa prendere atto della realtà che ci circonda. Per risolvere i problemi occorrono nuove idee e dietro le idee, le intuizioni, le lungimiranze vi sono gli uomini: ecco cos’è la politica.

Detto questo, com’è possibile stare al passo con i tempi quando la stessa classe dirigente non vuole lasciare i propri scranni parlamentari ormai posseduti da decenni? Com’è possibile rigenerare il centrosinistra e consentire all’Italia una nuova fase risorgimentale, ovvero rinascimentale, quando tra le file dell’opposizione figurano, ancora, individui, ex normalisti che lanciavano molotov nel ’68, prendevano parte alle parate dell’Armata Rossa dell’allora Unione Sovietica, passando per le file di FGCI, PCI, PDS, DS, ULIVO fino ad approdare al PD, dichiarandosi ora filoamericani? Come può essere credibile un leader che annuncia di voler andare in Africa abbandonando la politica nostrana, per aiutare gli indigenti, quando qualche tempo dopo decide di candidarsi per le nazionali subendo successivamente una sonora sconfitta?

Per anni la sinistra è stata succube di un mito: l’alleanza dei produttori. Un mito che ha le sue radici in una visione marxista del lavoro (inteso nel senso più ampio del termine): il marxismo si focalizza sulla produzione, sul conflitto di classe all’interno del sistema produttivo; la domanda, cioè i consumatori, è pressoché irrilevante. In una visione marxista della società l’individuo si caratterizza per la sua posizione nell’ingranaggio del sistema produttivo, dell’offerta, non della domanda. Ecco perché la sinistra italiana fa tanta fatica a vedere i consumatori come una categoria di cui farsi carico. Sono tanti, forse troppi i dirigenti dell’ex PCI, quindi della parte sinistra, più progressista della DC, poi confluiti nel centrosinistra, ad essere cresciuti con una logica profondamente aliena dal libero mercato: intrisa di statalismo, immeritocrazia e, conseguentemente, danno nei confronti dei consumatori, quindi degli utenti, soprattutto quelli più vulnerabili, che molto spesso, poi, rappresentano le realtà lavorative meno protette, come i giovani, i laureandi o i neolaureati, categorie di cui i sindacati non si curano molto, per non dire affatto.

Il pragmatismo è fondamentale per il centrosinistra e per far fronte alle sfide nuove poste dalla globalizzazione, quindi dalle crisi economiche, dai nuovi sviluppi tecnologici, dalle crescite demografiche degli altri stati e dai movimenti migratori sempre più intensi risulta essere drammaticamente necessario l’instaurazione di una classe dirigente profondamente aliena dai paradigmi, quindi dalle archeologiche prospettive della Guerra Fredda.

Fino a questo momento non si è fatta distinzione alcuna tra sinistra e centrosinistra, o meglio i due termini sono stati utilizzati indistintamente per intendere la stessa e medesima dimensione politica. Perché? Chi scrive è favorevole al bipolarismo e quindi all’alternanza governativa, essenzialmente, di due realtà partitiche, magari di far gravitare intorno a se ulteriori dimensioni politico-partitiche di minor livello e del tutto ininfluenti: una di centrodestra (destra) e una di centrosinistra (sinistra). Chi scrive, inoltre, è dell’opinione che l’unica via possibile sia per l’appunto quella del centrosinistra: ovvero di una realtà capace di ostracizzare le utopie, essere “reale”, effettiva, abile nel guardare ai modelli di riferimento come ad esempio le socialdemocrazie scandinave, i socialdemocratici tedeschi, quindi i laburisti britannici (soprattutto dell’era Blair) e australiani, “dulcis in fundo” i democratici americani. In poche parole è doveroso guardare alle realtà democratiche e progressiste presenti sul nostro pianeta, a quella dimensione riconducibile alla istanze speculative, solo per citare qualche nome, di Jean-Jacques Rousseau, John Stuart Mill, Immanuel Kant, il marchese di Condorcet, non ultimo John Rawls e l’immenso Nobel per l’economia (1998): Amartya Sen.

Storicamente, quindi politicamente è giusto guardare alle esperienze Whig anglosassoni, e quindi a William Gladstone, Sir Robert Peel, dunque al laburista britannico Blair e a quello australiano Kevin Rudd, oppure alla scia presidenziale americana, profondamente liberal, ovvero progressista, che da Abraham Lincoln arriva fino a Barack Obama, passando per Theodore Roosevelt, Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, John F. Kennedy, William J. Clinton, quindi l’ultimo presidente degli Stati Uniti d’America, il primo afroamericano nella storia a stelle e strisce. Nell’Europa continentale è importante fare riferimento al socialdemocratico tedesco, Willy Brandt, e al suo corrispettivo svedese, Olaf Palme, quindi al francese Lionel Jospin e François Mitterand, non disdegnando Mohandas Ghandi, fino ad arrivare ad Altiero Spinelli, dunque Alcide De Gasperi. Includere De Gasperi tra gli uomini della sinistra italiana? Assolutamente no, è un errore politico, nonché di contestualizzazione storica. Includere De Gasperi all’interno del pantheon ideale del prossimo centrosinistra? Assolutamente sì, perché lascia intendere una volontà di inclusione tutta italiana, all’insegna della voglia di ripartire, ricostruire, dopo un periodo buio e fortemente deleterio per la nazione.

Detto questo, chi bisogna escludere? Tutte quelle realtà “italiote” che hanno Cuba, la Corea del Nord, oppure l’Unione Sovietica come modelli di riferimento, dimensioni dal lontano e scaduto sapore liceale che continuano ad affascinare ancora alcuni appelli tipici della penisola, il cui lume della ragione stenta ad accendersi. Ecco: dopo la rigenerazione della classe politica è doveroso non tanto ostracizzare chi non condivide i propri valori, quanto piuttosto convincere gli altri della bontà dei propri ideali, quindi aiutare ad aprire gli occhi a chi vive esclusivamente sui libri, chi non fa parte della realtà, rimanendo sostanzialmente alieno alla istanza più viscerale e veritiera della sinistra, ovvero la democrazia: il perfetto ed equilibrato connubio tra libertà ed uguaglianza.

(1 – continua)

Gabriele Federici

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