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Pigi: ‘Entro gennaio la nostra piattaforma’ D’Alema: “Non in generale ma le riforme” Va meglio, ma serve più un’idea di futuro Non “piattaforma” o “le riforme” (anche) Ma sogno dell’Italia che (così, poi) verrà

dicembre 20, 2010 di Redazione 

Non ci prendete per puntigliosi: il giornale della politica italiana è il principale fautore della presa di coscienza che vede ora i Democratici impegnati a darsi un progetto. Il problema è che «piattaforma», e «le riforme», non esprimono ciò che il Politico.it ha indicato per primo – a partire, va detto, dal concetto di «narrazione» di Vendola – servisse al centrosinistra e ha ottenuto entrasse nel vocabolario di Bersani. Non serve (tanto, o prima) un «programma» – cioè una serie di intenzioni – perché tutto questo è riduttivo (anche se, in seconda battuta, va prodotto). Serve una prospettiva, una direzione finale nella quale muovere il Paese, un «sogno» appunto, in grado di coinvolgere anche emotivamente gli italiani. Altrimenti, l’Italia vivacchia e rischia di non farcela, e il Pd non è in grado di mobilitare la maggioranza (relativa?) del Paese. Pigi raccoglie, a riguardo, anche la sfida del nostro giornale rispetto al «nazionalismo necessario», parlando di «risveglio italiano»; tutto questo deve essere messo a sintesi in un disegno per la costruzione del futuro dell’Italia, che sia prima ideale e poi programmatico. I Democratici ascoltano il Politico.it e allora diciamo loro: (ri)ecco il nostro progetto nel suo complesso. E’ a disposizione. Perché a noi importa solo di vedere tornare grande questo Paese. Ora Luca Paccusse ci racconta il travaglio (è proprio il caso di dirlo?) di queste settimane del Pd. Sballottato tra le buone intenzioni di fondo – come non si possono non riconoscere, come sempre, ai Democratici: per questo il giornale della politica italiana vede nel Pd la forza (maggiormente onesta e responsabile) chiamata dalla Storia a caricarsi sulle spalle questo Paese, salvandolo e rifacendolo grande, in un unico tempo – e i limiti della anzianità (politica, e a volte non solo, dei suoi dirigenti), portato generosamente a sacrificare sempre qualcosa pur di fare il bene dell’Italia. Ma la generosità, oggi, il coraggio, oggi, cari Democratici, è assumere la leadership del Paese; venire fuori, con la vostra forza ideale e (appunto) la vostra generosità. Non abbiate paura, verrebbe da dire. Liberatevi; e, così, liberate l’Italia. Non, da Berlusconi. Ma dai lacci e lacciuoli che ci siamo autoimposti, e che frenano la nostra espres- sione. Paccusse, ora, sul travaglio del centrosinistra.

Nella foto, Massimo e Walter: applaudono alle nostre proposte?

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di Luca PACCUSSE

In questi giorni in molti si staranno chiedendo cosa sarebbe successo se il governo Berlusconi non avesse incassato la fiducia in Parlamento lo scorso 14 dicembre o cosa succederà se si dovesse comunque andare al voto a marzo, come auspicano anche alcuni all’interno della maggioranza (Lega Nord in primis). Secondo gli ultimi sondaggi, se si votasse oggi Berlusconi vincerebbe ugualmente, a meno che non si creino alleanze in grado di prevalere nei confronti dell’asse Pdl-Lega. Nel frattempo infatti, si sta formando quello che potrebbe chiamarsi Partito o Polo della Nazione, il famigerato e da più parti invocato “Terzo polo” dei moderati e dei centristi, formato da Udc, Fli, Api, Mpa, Libdem, repubblicani. E intanto nel centrosinistra cosa succede?

Il Pd sembra aver assistito alla crisi di governo da posizioni defilate, senza approfittare del momento per incalzare il governo o per organizzarsi in modo tale da proporre una seria alternativa. E senza nemmeno mettere in luce le contraddizioni dei finiani, passati in poco tempo dall’altra parte della barricata quasi con le stesse argomentazioni mosse dal centrosinistra, come se quindici anni di berlusconismo non li avessero interessati minimamente.

La verità è che il Pd in questi tre anni è passato dalla leadership di Veltroni a quella di Bersani, passando per Franceschini, senza aver risolto i suoi problemi di identità e di programma. Anzi, il passaggio da partito “a vocazione maggioritaria” alla ricerca delle alleanze più improbabili, sta snaturando l’anima stessa del Partito Democratico.

Le ultime novità nella geografia politica italiana vedono l’ingrandirsi del centro grazie a Fini e Rutelli che si sono aggiunti a Casini e quindi, in un certo senso, complicano le strategie del gruppo dirigente del Pd. E’ anche per questa consapevolezza che Pierluigi Bersani in questi giorni ha strizzato l’occhio a Casini e soci. Ma un’eventuale alleanza tra il Pd e il triumvirato Casini-Fini-Rutelli, sempre che i tre accettino una tale alleanza (mentre al momento pare esserci la volontà di correre da soli e il deciso “no” da parte dei finiani), porrebbe dei seri problemi per gli elettori di centrosinistra e per la macchina stessa del partito. Non solo perché verrebbe messa da parte l’esperienza delle primarie, ma anche e soprattutto perché ci sarebbe un’unione difficilmente conciliabile tra un Partito della Nazione che vorrebbe essere l’alternativa a Berlusconi per il centrodestra e un Pd che vorrebbe esserlo nel campo del centrosinistra. A meno di non formare un governo di unità nazionale, lo scenario appare alquanto difficile.

Dall’altra parte c’è l’Italia dei Valori e Sinistra Ecologia e Libertà. Se il partito di Antonio Di Pietro ha fatto dell’antiberlusconismo il suo cavallo di battaglia, senza andare molto oltre come proposta programmatica, Nichi Vendola negli ultimi mesi sembra rappresentare, almeno nell’elettorato di sinistra, un uomo politico più affine agli ideali che se si realizzasse l’alleanza col centro, sarebbero ancor più tralasciati. Non si parla necessariamente di ideologia di altri tempi ma di possibilità di realizzare un programma che non sia solo antiberlusconiano e che offra un’idea diversa di Italia connotando realmente la fisionomia di un centrosinistra che sembra ancora essere un cantiere, un muro bianco su cui di giorno in giorno vengono affisse idee e proposte subito dimenticate a causa dell’indecisione della sua classe dirigente o delle prospettive di nuovi alleati.

In una vignetta di questi giorni, Sergio Staino fa pronunciare alla figlia di Bobo questa frase: “Di Pietro vuole sposarsi con Vendola e Bersani” e il padre le risponde: “La vecchia terribile teoria: l’amore vedrai arriva dopo”. Ecco, sembra invece che nel Pd e nel centrosinistra in generale, prima ancora dell’amore, prima dei programmi, si vogliano programmare matrimoni di convenienza. Un tema che in realtà si lega a quello della stessa leadership nella coalizione di centrosinistra. Prima ancora di alleanze e accorpamenti, infatti, il centrosinistra dovrebbe far luce proprio sul programma che vuole presentare al Paese e su chi si potrà fare portavoce di queste idee, chi guiderà il gruppo dirigente del Pd nei prossimi anni (o mesi). E allora ecco riproporsi la fatidica domanda: chi il leader?

Bersani dopo aver parlato di alleanze, risponde a chi lo accusa di inseguire Casini, tornando a parlare di programma: “C’è un programma su cui si forma una coalizione e poi è la coalizione a decidere sulle primarie. Non è che i partiti della coalizione accettano preliminarmente le primarie. Accettano il programma, com’è logico che sia”. In ogni caso la sua candidatura come guida del centrosinistra non sembra essere così certa e convincente. Vendola, ha fatto capire che non ci tiene ad entrare in una coalizione in cui il Pd fosse annesso al terzo polo. Il governatore della Puglia e leader di Sel è uno degli uomini politici più popolari sul web (anche grazie al lavoro del nostro Dino Amenduni, suo responsabile per i nuovi media) e non solo e non dispiacerebbe probabilmente a buona parte della base del Pd, quegli iscritti ed elettori che vorrebbero sentirsi dire dai suoi leader “qualcosa di sinistra”. Ma il gruppo dirigente del Partito Democratico non sembra essere tanto d’accordo viste le ultime uscite di Bersani, Franceschini e Letta, che hanno respinto la proposta di “matrimonio” lanciata da Di Pietro che vorrebbe coalizzare Pd, Idv e Sel. La candidatura di Vendola a leader del centrosinistra è frenata appunto dal rapporto tra il suo partito e il Pd. C’è chi vorrebbe uno scioglimento di Sel nel Partito Democratico in modo tale da sciogliere ogni dubbio, ma gli stessi esponenti del secondo partito della sinistra (dato all’8%) tentennano, paventando una fagocitazione che li porterebbe a scomparire.

Le proposte degli “outsider” o più semplicemente dei giovani esponenti del partito – quei “rottamatori” guidati da Matteo Renzi e Giuseppe Civati che vorrebbero mandare in soffitta l’attuale gruppo dirigente del Pd – sembrano una boccata d’aria fresca, ma i tempi sono maturi? Può uscire da questo nuovo gruppo un nome credibile per la leadership del centrosinistra in tempi brevi, magari lo stesso Renzi? Forse se ne riparlerà tra qualche tempo. Al momento sembra improbabile, visti anche i malumori suscitati presso molti sostenitori del Pd per alcune uscite del sindaco di Firenze, tra cui il recente incontro col premier ad Arcore.

Quello che deve fare il Pd in questo momento è lavare in casa propria i panni sporchi, ovvero risolvere al più presto le proprie contraddizioni, delineare una propria strategia per governare, per riformare il Paese e poi, proporsi o rendersi proponibile ad eventuali alleati, senza farsi inglobare e senza stravolgere il proprio programma nell’illusione di poter spazzare via più facilmente Berlusconi. Dunque possibilmente, si dovrebbero privilegiare alleati maggiormente vicini all’idea di cambiamento che intende proporre il Pd. Perché poi, una volta al governo servono idee chiare, governabilità e dinamicità, non litigi e immobilismo.

Luca Paccusse

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