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Il commento. Wikileaks, salviamo la diplomazia (e il mondo) Chirico

dicembre 16, 2010 di Redazione 

«Il mandato d’arresto internazio- nale per molestie sessuali» nei confronti di Assange «appare nient’altro che un vile stratagemma per incastrarlo». Parte da questa premessa, la giovane esponente radicale, per criticare (in due tempi) la “politica” dell’open diplomacy del sito del miliardario australiano. Prima tesi: l’ordine mondiale si regge sull’autolimitazione degli stati, e scoperchiare il “vaso di Pandora” delle recriminazioni nei confronti degli altri significa rompere quell’argine e rischiare di fare saltare quell’ordine. E poi Wikileaks (la sua battaglia) non va confusa con (quella per) la trasparenza dello stato – com- battuta, da noi, dai radicali in Parlamento. di ANNALISA CHIRICO

Nella foto, Assange: «Se questa è la vostra idea, non abbiamo altro da dirci»

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di ANNALISA CHIRICO

Julian Assange è una personalità enigmatica. Dai ritratti, che i giornali di tutto il mondo hanno dipinto del fondatore di WikiLeaks, emerge l´immagine di un idealista ribelle, allergico all´autorità e romanticamente anarcoide. Come non subire il fascino di menti geniali, che riescono a imporsi all´opinione pubblica internazionale? E´ semplicemente impossibile. Puoi pure considerare Wikileaks una gigantesca balla, ma non puoi non riconoscere ad Assange la dignità della rarità. E´ per questo che il mandato d´arresto internazionale per molestie sessuali (o, meglio, per sesso non protetto) appare nient´altro che un vile stratagemma per incastrarlo.

La capacità dei giovani programmatori, che sanno infiltrarsi in sistemi di sicurezza e corrispondenze riservate, creando in un instante network orizzontali, è forse hackeraggio etico? A mio avviso, c´è almeno una differenza di non poco conto tra l´attività di chi s´intrufolava nel sistema della Banca d´Italia per dimostrarne la fallibilità, e chi oggi svela informazioni riservate per contestare radicalmente la politica di segretezza di quelle corrispondenze. Nel secondo caso, infatti, non si chiede agli Stati Uniti di migliorare gli standard di sicurezza del Dipartimento di Stato nella sua rete con le ambasciate sparse all´estero, ma si pretende di sovvertire quel sistema, giudicato intrinsecamente illegittimo.
Chi esalta lo spirito pacifista e antiamericano, che è stato finora il trademark delle iniziative wikileaksiane, trascura almeno due questioni. La prima è che l´ordine internazionale funziona secondo logiche diverse da quello statuale. Pur nell´anarchia delle relazioni interstatali, da almeno sessant´anni esiste un ordine, che ci ha permesso di vivere un po´ meglio che in passato. Senza la preoccupazione permanente della guerra e beneficiando dei molteplici vantaggi di un mondo globalizzato. Dove, cioè, gli Stati, pur nelle differenze politiche e ideologiche, hanno compreso che scambiare beni e conoscenze era cosa più profittevole che cercare di annientarsi a vicenda. Alexander Wendt la definisce cultura lockiana, basata sull´autolimitazione, esaltata da Norbert Elias a “essenza della civilizzazione”. Il motto è “vivi e lascia vivere”.
Che cosa c´entra questo con la vicenda Wikileaks? Più di quanto non si creda.

L´ordine internazionale non è scontato. E´ una conquista, che va difesa con le unghie e con i denti. Di fronte al fallimento sempre più evidente delle Nazioni Unite, il delicato compito di curare le relazioni tra gli stati è affidato a quei leader e diplomatici, che portano avanti una “never ending conversation”, come l´ha definita David Brooks dalle colonne del New York Times. L´equilibrio internazionale è costitutivamente instabile, sempre sul punto di saltare. Centrale è il problema della fiducia nell´altro. Ognuno si muove nell´intricato puzzle delle relazioni internazionali cercando di massimizzare la propria utilità concedendo il meno possibile agli altri. Senza cadere in una lettura paleo realista, quello che intendo dire è che pretendere una open diplomacy significa scardinare l´attuale sistema. E´ un progetto intrinsecamente rivoluzionario, e anche molto pericoloso.
Pretendere che gli Stati Uniti rendano pubbliche le loro opinioni sul Presidente del Consiglio italiano, oppure che l´Arabia Saudita eserciti pubblicamente delle pressioni in funzione anti iraniana, comporta la deliberata rinuncia ai presupposti dell´ordine delle relazioni internazionali.

La doppiezza tra linguaggio pubblico e privato – entro certi limiti, s´intende – è la regola della diplomazia. Portare alla luce quello che A ha detto a B, non è necessariamente un´attività socialmente utile. B potrebbe non avere alcun diritto di venire a conoscenza di quelle informazioni, che potrebbero addirittura ritorcersi contro un eventuale C. Le conseguenze inintenzionali del data dumping si manifesteranno solo nei prossimi mesi, ma c´è ragione di pensare che, da una parte, potrebbero indurre gli stati a rendere ancora più oscuri e impenetrabili determinati settori della politica estera, e, dall´altra, certe dichiarazioni potrebbero essere strumentalizzate come arma di ricatto o, addirittura, di attacco. Per non parlare poi della vita di migliaia di persone in carne e ossa, impegnate sul campo e coinvolte, anche solo indirettamente, da quei documenti protetti.

Seconda questione. L´open diplomacy, caldeggiata da molti estimatori di Wikileaks e costitutivamente incompatibile con l´attuale ordine internazionale, non va confusa con un´altra ben più valida iniziativa, che sul fronte nazionale i radicali con Rita Bernardini portano avanti in Parlamento: la battaglia per gli open data, per la trasparenza nell´attività della pubblica amministrazione e per l´informatizzazione della complessa macchina della burocrazia statale. Mischiare i due piani significa radicalizzare una visione, che, se mantenuta nella dimensione che le è propria, resta radicalmente valida. Assolutizzare un valore, quello della trasparenza, a scapito della libertà e dell´ordine, è una scelta pericolosa. In altri termini, così come non esiste un diritto assoluto (absolutus) alla libertà di informazione, allo stesso modo non si può sostenere un fantomatico “diritto alla conoscenza totale”, tanto da avallare comportamenti illegali e sovversivi, in barba al diritto e ai valori fondamentali della nostra convivenza civile. E´ un salto logico, che non si regge.
Viviamo in una “comunità fragile”, dove quel poco di ordine, che ci siamo faticosamente conquistati, si regge (anche) su quelle comunicazioni prelevate illegalmente; comunicazioni riservate e poi, in fondo, affatto imprevedibili. E´ anche per questo che coi giovani wikileaksiani non bisogna essere severi. Occorre, piuttosto, premunirsi perché ciò non riaccada.

ANNALISA CHIRICO

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