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Il commento. Ma attenti, il Paese è ad un passo dal baratro F. Laratta

dicembre 16, 2010 di Redazione 

E serve quel cambio di passo teorizzato dal giornale della politica italiana, producendo il quale possiamo non solo salvarci, ma – ora – tornare grandi, altrimenti metteremo anche l’altro piede sulla strada che scende e ci avvieremo ad un declino inesorabile. In questa chiave «sei mesi, un anno» di galleggiamento, in attesa che si verifichino le condizioni migliori (per chi?) per andare al voto, non ce li possiamo permettere. Quindi, o il governo governa, mettendo in atto possibilmente quella rivoluzione liberale che è la ricetta che la destra può offrire per rilanciare il nostro Paese, oppure è meglio andare a votare, e a quel punto toccherà a tutti noi assumerci le nostre responsabilità facendo la scelta migliore per il futuro dell’Italia. Ammesso che, nel frattempo, qualcosa di questo tipo – di “migliore” – si sia profilato all’orizzonte. In attesa che il Pd batta un colpo, rispondendo alla chiamata della Storia, che lo vuole “partito dell’Italia” che si carica sulle spalle e salva e rifà grande – in un solo tempo – questo Paese, il deputato (proprio) del Partito Democratico analizza il passaggio da un’epoca di autoreferenzialità a (si teme) un’altra, con un centrodestra menomato e, rispetto al recente passato (che è quello più berlusconiano di tutti) ancora più berlusconiano. di FRANCO LARATTA*

Nel disegno, Franco Laratta

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di FRANCO LARATTA*

Il 14 dicembre è una data che sarà ricordata a lungo. Per alcune ragioni importanti.

La prima. Ha segnato la fine della `seconda Repubblica´. E´ finito il centrodestra così com´era stato concepito e poi votato da una valanga di elettori per 15 anni consecutivi; la fine della politica berlusconiana che ormai si aggrappa miseramente ai voti di un Razzi qualunque o di uno Scilopoti di turno per sopravvivere. Peggio che nella prima Repubblica, certamente non indenne a questi metodi. Da oggi finisce il bipolarismo, su cui si reggeva l´intero impianto della seconda Repubblica. Finisce la devastante `coabitazione´ fra la struttura istituzionale di tipo proporzionale e l´attuale assetto maggioritario e pseudo-presidenziale, che poggiava la sua ragione d´essere nella cosiddetta costituzione materiale. Cosa nascerà da oggi in poi nessuno lo sa, ma che tutto sia finito l´hanno capito in tanti.

La seconda. Il ritorno della tragica violenza degli anni `70. La violenza di piazza, la guerriglia sulle strade, lo scontro diretto con le Forze dell´Ordine. Sono tutti pericolosi segnali di una vasta rete di aggressività e di violenza che cova da tempo sotto le ceneri di un profondissimo malcontento, anzi di una rottura tra il Paese e le sue classi dirigenti. I cittadini stanno sempre peggio, intere categorie sociali sono come tramortite da una crisi senza fine, le nuove generazioni sembrano vivere come sospese: non hanno memoria del loro passato, non vedono il futuro. E, cosa che hanno capito tutti, il peggio potrebbe ancora venire – se non ci sarà un cambio di passo – perché il Paese non ha più risorse, ha bruciato tutto negli anni passati, non ha saputo fare scelte in termini di rigore e austerità, non cresce più in termini di sviluppo, occupazione e quindi di Pil.

La terza. La blindatura del Parlamento proprio mentre in Aula si decideva il destino del governo e della stessa legislatura. Faceva un effetto terribile vedere i blindati della Polizia e centinaia di militari circondare le Camere, isolarle dal resto del Paese, impedire a chiunque di avvicinarsi, tenere di fatto chiusi, come prigionieri, i parlamentari. Fino a sera tardi.

Immagine terribile di una democrazia ferita: le Camere segregate, mentre fuori la città andava a fuoco, e decine di migliaia di manifestanti `veri´ (le mamme di Terzigno, i terremotati dell´Aquila, i giovani universitari anti Gelmini) venivano sopraffatti, cancellati, impediti a protestare dalla violenza di un centinaio di aggressori e dalla cecità di un governo che fa finta di risolvere i problemi e sembra vivere in un fantastico reality show! La classe governante ha paura della gente, non ha più argomenti convincenti per provare la sua stessa esistenza, e così scappa via, per non dovere ammettere il suo fallimento.

In tutti questi motivi si legge la profonda crisi della politica, che non sa trovare più soluzioni, e che si chiude nei palazzi in cerca di qualche deputato da corrompere. E´ la crisi di un Paese che vive come smarrito, che non riesce più a trovare punti di riferimenti, idee per un futuro da costruire.

Nella fine di un´epoca, sancita paradossalmente da quei tre voti in più conquistati dalla maggioranza di governo, non c´è traccia dell´inizio di una nuova storia. Con il rischio di un lungo e pericoloso galleggiamento. Il Paese oggi ha bisogno di essere governato, di essere gestito, di vedere tracciati nuovi obiettivi, nuovi traguardi.

Proprio mentre scrivo, quasi a conferma di quanto appena affermato, giungono alcuni dati davvero preoccupanti: sono dati dell’Ocse relativi alla pressione fiscale che in Italia ha raggiunto il 43.5%, in aumento rispetto al 43,3% dell´anno precedente. Il nostro Paese ha superato il Belgio e ora ha davanti soltanto la Danimarca (48,2 per cento) e la Svezia (46,4 per cento). La media nell’area dell’Organizzazione è del 33,7 per cento, in calo sia rispetto all’anno precedente che al 2007.

Nel frattempo sono giunti anche i dati di un nuovo record del debito pubblico.

Quindi il Paese si indebita sempre di più, le entrate fiscali continuano a calare, i consumi sono al palo, la disoccupazione è al livello di allarme rosso, la pressione fiscale raggiunge livelli elevatissimi e ormai insopportabili.

In queste condizioni il Governo spera di galleggiare per 6 mesi, o forse un anno ancora.

Difficile non capire che in sei mesi possono accadere cose drammatiche, che nessuno sarà più in grado di gestire o controllare.

FRANCO LARATTA*

*Deputato del Partito Democratico

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