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Tremonti: ‘Tornare a far pure lavori umili’ Ma destra pensa a ulteriori divaricazioni “No – dice, ad esempio – studio per tutti” Nel nuovo Rinascimento cultura è diffusa E rappresenta vera “cifra” della persona Si potrà (e vorrà) (ri)fare (tutti) i mestieri

dicembre 16, 2010 di Redazione 

Oggi il mercato del lavoro è sproporzionato sul fronte dell’offerta. C’è una fila dietro a certi lavori, che non “bastano” per tutti. E si genera così (nuova) disoccupazione. Il Paese che sogniamo è un Paese che avrà bisogno di più forza lavoro a quei livelli, che sono i livelli dei mestieri intellettuali. Ma un’Italia che ritorni grande da un lato non può, e dall’altro non deve, immaginare che siano gli unici lavori possibili. Nel nostro nuovo Rinascimento le persone non vengono giudicate per il mestiere che fanno, ma per l’intelligenza, la cultura, la saggezza che sanno esprimere. La cultura deve tornare ad essere il nostro ossigeno. E tutti devono (potervi) accedere. La televisione è, in questo senso, un grande strumento di democrazia. E l’università deve continuare ad essere una possibilità per tutti. Ma deve cessare di essere una necessità sociale. Oggi chi sceglie di fare lavori cosiddetti “umili” (proprio per questo) è umiliato. E allora il percorso universitario cessa di essere una scelta e diventa un obbligo (sociale). Questo intasa il sistema, genera sprechi, disoccupazione e frustrazione. Il Paese è diviso in due non solo economicamente, ma anche socialmente, (entrambe le cose) perché culturalmente. Il nuovo Rinascimento italiano ha bisogno di artigiani, tecnici, impiegati, operai che facciano con cultura il loro lavoro, portando un valore aggiunto. Per questo è necessaria una (sotto)rivoluzione culturale (anche da questo punto di vista), che riduca lo spazio della cultura competitiva interna e proietti tutti verso l’obiettivo comune di rifare grande questo Paese. Tutti devono essere coinvolti. E da ciascuna postazione, qualunque essa sia, ciascuno di noi è decisivo per il nostro nuovo Rinascimento. Tutto questo genererà migliori condizioni economiche di settore e complessive, e ridurrà le differenze – grazie alla riduzione delle differenze culturali, che avranno non cancellato ma riconosciuto e valorizzato le differenze sociali (ma nel senso non delle diverse condizioni, ma della qualità nel senso della varietà del proprio ruolo). In sintesi: una nuova cultura sociale, che valorizzi la persona e il suo impegno a prescindere dal filone nel quale questo viene espresso. La rivoluzione culturale, che (ri)faccia della cultura il nostro ossigeno. Un riequilibrio del nostro mercato del lavoro. E il Paese è pronto a dispiegare le vele. (M. Patr.).

Nella foto, Silvio incontra gli operai dei cantieri della (ri?)costruzione de L’Aquila: la nuova politica e gli operai – come tutti i lavoratori italiani – dovranno incontrarsi davvero, culturalmente

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