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***Diario politico***
SI VOTA IL 27 MARZO (?)
di GINEVRA BAFFIGO

dicembre 15, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il giornale della politica vera, fatta di idee e scelte concrete per il futuro dell’Italia. E anche in queste ore ha continuato a segnalare che quello a cui stavamo assistendo era un’autocelebrazione della nostra politica autoreferenziale di oggi. E sia nelle ore del voto, sia oggi – con il pezzo incisivo di Giuseppe Rotondo sul Pd e, quindi, sull’Italia – abbiamo continuato a proporre la nostra narrazione sul domani del nostro Paese (alternata, naturalmente, agli aggiornamenti su quanto stava accadendo). A distanza di ventiquattrore, è il momento di rivivere il «giorno della verità» (?) per capire, anche – e lo faremo meglio domani con una grande analisi di Franco Laratta – se e dove va questa nostra politica, e quali spiragli si aprono (eventualmente) per quel cambio di passo – che presuppone la nuova politica – che può consentire al nostro Paese di salvarsi e di tornare grande, in un unico tempo. Il più grande racconto del giorno della fiducia e delle ore successive firmato, come sempre, dalla nostra vicedirettrice. di GINEVRA BAFFIGO

Nella foto, il presidente del Consiglio: «Ovvio…»

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di Ginevra BAFFIGO

Tre “sì” decisivi e Berlusconi viene confermato sul suo alto scranno di Palazzo Chigi. Futuro e Libertà si sfalda e le “colombe” spiccano il volo in maggioranza.

Con quei tre voti favorevoli alla Camera il Cavaliere incassa «una vittoria certamente politica», ma il prezzo (della Politica?) è ancora una volta la scissione dei piani della realtà del Paese.

La Capitale vive duale le ore del primo pomeriggio del 14 dicembre. La Roma dei palazzi del potere è lo scenario del mantenimento dello status quo: palazzo Madama esprime solidarietà al governo, la Camera fa altrettanto ma in modo più sofferto, a tratti violento.

I blindati però non riescono a confinare la “zona rossa”, l’arena politica, ai soli palazzi del potere. Le strade e le piazze dell’urbe eterna divengono in pochi minuti un campo di battaglia vero e proprio. La Roma al di fuori delle ‘Curie’ brucia: colonne di fumo, auto in fiamme, sanpietrini usati come impietose armi.

C’è una parte d’Italia che scende in piazza per gridare forte ‘no a Berlusconi’. E’ l’Italia degli studenti, dei precari, dei centri sociali, dei comitati per l’Aquila ed anche l’Italia operaria rappresentata dai metalmeccanici della Fiom. Protestano pacificamente in quella gelida mattinata, ma il livello di tensione sociale è alto e la manifestazione cambia rapidamente il suo volto verso le 15, subito dopo il voto alla Camera.

Compaiono i caschi, gli scudi di gomma su cui si ricordano le parole di Pirandello, ed iniziano gli scontri. Dalla folla c’è chi avanza contro i blindati, chi prova a forzare il blocco, e chi ci riesce. Ma a quale prezzo? E con quale risultato?

Oltre 90 feriti, 41 fermati e Roma tragicamente vandalizzata.

Le scene di guerriglia della Capitale fanno rapidamente il giro del mondo e la conferma politica del premier italiano assume sulle colonne dei giornali occidentali un sapore fin troppo amaro.

Ma il giorno della verità si conclude comunque positivamente per il capo del governo. Dopo il voto a Montecitorio e l’incontro con il presidente Giorgio Napolitano, il premier partecipa alla presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa, che così ancora una volta si fa amplificatore delle sue gesta. Dal palco privilegiato Berlusconi ribadisce con soddisfazione che una maggioranza alterantiva alla sua attualmente nelle Camere non c’è. Ma le porte che apre all’Udc potrebbero ampliare «in modo consistente» i numeri.

I numeri di Montecitorio infatti sono quelli di una maggioranza soffiata per un pugno di voti: 314 voti, con cui si impone la maggioranza di governo, contro 311.

A schierarsi con Pdl e Lega i deputati di Noi Sud-Pid; Massimo Calearo, Bruno Cesario e Domenico Scilipoti di «Movimento di responsabilità nazionale» e il Libdem Maurizio Grassano, dati per incerti fino all’ultimo. A favore del governo anche l’ex Idv Antonio Razzi, ora nelle file Noi Sud.

Il Fli resiste a palazzo Madama, compatto contro l’esecutivo, ma non riesce a fare altrettanto alla Camera, dove perde i voti di Giampiero Catone, Maria Grazia Siliquini e Catia Polidori. Proprio le dichiarazioni di voto di quest’ultima hanno scatenato i tafferugli in Aula, tali da costringere Fini ad una pausa di dieci minuti.

Contro Berlusconi e con le opposizioni votano il nostro Paolo Guzzanti, i due Libdem Daniela Melchiorre e Italo Tanoni e Roberto Nicco (Autonomie della Valle d’Aosta). Siegfried Brugger e Karl Zeller (Svp), come annunciato, optano per l’astensione. A non partecipare al voto, oltre a Fini, Silvano Moffa, in rotta con gli altri deputati di Fli, e Antonio Gaglione, l’ex Pd passato con Noi Sud e assai incline alle assenze in aula. A nulla è valso il sacrificio di Federica Mogherini, Giulia Bongiorno e Giulia Cosenza, le tre deputate in dolce attesa.

La votazione a palazzo Madama, a differenza di Montecitorio, è stata una passeggiata per il governo Berlusconi. Favorevoli 162 senatori, contrari 135, 11 gli astenuti, ovvero i dieci finiani più Enrico Musso, ex Pdl oggi nel gruppo misto. Considerato l’unico assente il senatore siciliano del Pdl Vincenzo Galioto, possiamo dire che il governo è andato a +4, dato che Pdl e Lega hanno al Senato complessivamente 160 senatori. Hanno infatti votato la fiducia i senatori Antonio Fosson (Union Valdotaine), Riccardo Villari (Misto), Sebastiano Burgaretta (Mpa) e Salvatore Cuffaro (ex Udc).

A Palazzo Madama i senatori “futuristi” avevano giocato per l’ultima volta la carta delle dimissioni del premier prima del voto di Montecitorio. Ma Berlusconi utilmente, possiamo ora ben dire, aveva rifiutato, di nuovo.

Secondo Francesco Rutelli, leader dell’Api, il distacco dei finiani dalla maggioranza di centrodestra «chiude una stagione iniziata 17 anni fa». Quando poi prende la parola il dipietrista Felice Belisario, i toni si fanno stridenti. Belisario accusa Berlusconi senza tanti giri di parole di essere «il mandante politico della più grande compravendita di parlamentari».

Berlusconi da Vespa. Ma per quanto abbia portato con sé un turbinio di violenza, dentro e fuori Montecitorio, la fiducia assicura sulla carta una maggioranza capace di governare. Sulla carta, per l’appunto. Tre voti non cambiano la situazione. Tre voti sono, per adottare le parole del presidente della Camera, nient’altro che «una vittoria numerica».

Berlusconi è ancora il più forte, il più influente, ma al contempo è anche ben consapevole dello sgretolarsi, lento ma forse inesorabile, del suo potere. Più della vittoria del Cavaliere si potrebbe parlare della sconfitta di Gianfranco Fini, non solo numerica ma anche e soprattutto politica. Rispondendo alle domande di Vespa, il premier deve guardare alla crisi di governo, che malgrado la vittoria in Parlamento non può dirsi superata. Silvio fa eco alle perplessità del Colle in merito ad un ritorno alle urne, dicendosi comunque certo di vincere in caso di precoce ritorno alle urne. «Napolitano ha detto in maniera chiara che una campagna elettorale non sarebbe positiva per il nostro Paese» avrebbe detto a Vespa il Cavaliere. La parafrasi però non piace al Quirinale, che in una nota chiarisce che non ci saranno indiscrezioni sulle valutazioni del presidente Giorgio Napolitano, il quale «avrà modo di esprimere direttamente le sue valutazioni nell´incontro di lunedì prossimo con le alte magistrature della Repubblica». Per il premier, ad ogni modo, non si può escludere «a priori» una crisi pilotata che preveda le sue dimissioni e un nuovo governo allargato ai centristi. Ipotesi questa, che prevederebbe anche una modifica all’attuale legge elettorale, ma che nelle volontà di Berlusconi non dovrebbe eliminare il premio di maggioranza se non per «alzare la soglia di sbarramento fino al 5%». Riguardo al suo cofondatore di partito, il presidente del Consiglio preferisce non entrare nel merito delle ipotetiche dimissioni del numero uno di Montecitorio, ma tende piuttosto a ricostruire i suoi rapporti con l’amico Fini. «Non c’era mai stato motivo di contrasto, poi si è capito che per Fini ero un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi nella propria carriera», spiega il Cavaliere.

La sconfitta di Fini. Non si direbbe altrettanto clemente il primo commento della terza carica dello Stato: «La vittoria numerica di Berlusconi è evidente quanto la nostra sconfitta, resa ancor più dolorosa dalla disinteressata folgorazione sulla Via di Damasco di tre esponenti di Futuro e Libertà. Che Berlusconi non possa dire di aver vinto anche in termini politici sarà chiaro in poche settimane». Sconfitto ma non dimissionario, come fa sapere il suo portavoce, Fini si dimostra noncurante dei suoi ex subordinati del Pdl, che già a pochi minuti dalla proclamazione dei risultati chiedono che abbandoni la guida di Montecitorio, mentre parlano del fallimento della «congiura» contro il premier. Il leader del Fli non riesce a trattenere le “colombe”, che in fredda mattinata di dicembre rintracciano un posto al sole fra gli scranni pidiellini. Dopo una battaglia all’ultimo voto, con tanto di rissa tra finiani e leghisti durante la “chiama”, il «no» alla sfiducia palesa le già profonde divisioni tra “falchi” e “colombe” all’interno di Futuro e Libertà. Il capogruppo di Fli, Italo Bocchino, si abbandona all’ironia: «C’è un governo solido, una maggioranza ampia, che sicuramente riuscirà a mettere in pratica il programma nell’interesse degli italiani». Poi cita Togliatti: «Quando Pajetta occupò la prefettura contro Scelba, Togliatti gli disse: bravo, ora che ci fai? Ecco, a Berlusconi bisogna dire: e mò che hai preso la fiducia per tre voti in più, che ci fai?». Poi Fabio Granata rincara la dose: «Non bastano un pugno di voti acquistati e un drappello di parlamentari senza dignità a governare l’Italia. Da domani in Parlamento renderemo la vita impossibile a Berlusconi». Fini invece con i suoi commenta la «vittoria di Pirro» del Cavaliere ed il fatto che con questi numeri non potrà andare avanti a lungo.

Dure parole di Granata che si scaglia contro Silvano Moffa, leader delle «colombe» che lunedì si era presentato insieme ad Adolfo Urso a Berlusconi con l’invito esplicito a dimettersi per evitare la conta finale: «È ovvio che Moffa è fuori da Fli. Noi non abbiamo i probiviri, ma… se ne andrá lui. Mi sembra che Moffa non sia mai uscito con la testa dal Pdl». La posizione di Moffa è infatti quella che, secondo i retroscena raccolti dalle agenzie di stampa, ha inferto il colpo più duro al presidente della Camera.

Moffa è mancato all’appello: «Ho deciso di non votare – dichiara il capo delle colombe – dopo avere sentito Bocchino buttare all’aria tutti i tentativi di mediazione delle ultime ore». Ammette l’esistenza di «incompatibilità» con i vecchi compagni e annuncia il suo prossimo passaggio al gruppo misto di Montecitorio, dove approderà anche Catia Polidori, accusata di aver tradito la causa futurista per interessi familiari.

Il leader di Fli, parlando poi con i deputati fedeli, cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno. Infine si è fatta chiarezza all’interno del partito, seppur in un modo un po’ brutale. «D’ora in poi – sintetizza uno dei finiani citato dall’Agi – saremo una falange macedone. Saremo un esercito compatto, perchè dobbiamo difenderci». E ancora: «Ora sapremo che se ci saranno tra di noi delle differenze, queste saranno dovute a divergenze di vedute e non a pretesti di chi già si è venduto…».

Nella coalizione di governo intanto si brinda allo scampato pericolo ma con la consapevolezza delle difficoltà che non mancheranno sin dai prossimi giorni. Perché, come rileva il segretario Democratico, Pier Luigi Bersani, «si è assottigliata la maggioranza ed è cresciuta l’opposizione». E di certo se ne sono accorti anche nell’ala opposta del Parlamento, tanto che la Lega parla apertamente sia di elezioni in primavera sia di possibile allargamento della maggioranza. Umberto Bossi non è miope ed apre: «Da parte nostra non c’è alcun veto su un possibile coinvolgimento dell’Udc». Il Carroccio è ben consapevole della «vittoria mutilata» del Cavaliere, lo esplicita il ministro Roberto Maroni: «La partita comunque non è conclusa, abbiamo solo vinto il primo tempo. Ieri Berlusconi ha detto che vuole allargare la maggioranza a Fli e Udc, se riuscirà a farlo è bene, altrimenti non è che si può governare appesi a un voto. Quello che è certo è che noi non vogliamo fare la fine del governo Prodi». Gli fa eco Roberto Calderoli: «Il governo mangia il panettone, ma penso che non mangerà la colomba, perché in mezzo ci saranno le elezioni».

Ginevra Baffigo

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