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Diretta dalla Camera. Vi racconto il giorno della verità di A. Sarubbi

dicembre 14, 2010 di Redazione 

L’analisi del deputato Democratico. I due parlamentari che hanno contemporaneamente altri incarichi e dovranno lasciare, a norma di legge, lo scranno, e hanno approfittato di trovarsi ancora in carica per esprimere ugualmente il loro voto. La rissa dopo il no alla sfiducia di Polidori. La scelta dei tre deputati decisivi per la fiducia, Calearo, Scilipoti e Cesario di attendere la seconda chiama per votare. «Da veri divi». di ANDREA SARUBBI*

Nella foto, la rissa esplosa dopo il voto favorevole al governo di Catia Polidori

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di ANDREA SARUBBI*

Non so da dove iniziare, quindi comincio dai numeri: 314 a 311, il risultato con cui la Camera ha respinto la mozione di sfiducia. Primo significato: il governo si è salvato, ma non ha la maggioranza. Tolto il presidente, che per prassi non vota, alla Camera servono 315 voti per far passare le leggi: gliene manca ancora uno, insomma, e questo significa che ogni votazione sarà una battaglia all’ultimo sangue, stile Senato ai tempi dell’Unione. Secondo significato: i mercanti di vacche sanno far bene i loro conti, perché con i due voti acquistati fra i deputati Idv hanno ribaltato il risultato, che altrimenti sarebbe stato 313 a 312 per noi. Questo, a caldo, mi pare il primo commento sensato.

Poi uno può dire che Fini ne ha persi 4 per strada, e che solo uno dei 4 (Moffa) è recuperabile, se rinuncerà ad una probabile offerta da Berlusconi. Oppure si potrebbe anche – la sindrome di Tafazzi ce lo insegna – dare la colpa di tutto ciò a Veltroni, che 2 anni e mezzo fa mise in lista Calearo e Cesario. Ma allora, diamola anche a Casini (per i 5 suoi transfughi siciliani), ancora a Di Pietro (Porfidia), a Fini (parecchi deputati che aveva messo in lista lui sono nel Pdl e hanno votato per Berlusconi), e non dimentichiamoci che pure la Lega e il Pdl hanno perso parlamentari dall’inizio della legislatura. Una cosa, però, è andarsene per motivi politici a bocce ferme (Calearo se ne andò con Rutelli dopo il congresso vinto da Bersani, i siciliani dell’Udc perché non volevano stare con gli alleati di Lombardo), un’altra è farsi letteralmente comprare in un momento del genere, con argomenti (il mutuo, il pagamento dei debiti) che di politico hanno solo la promessa di una ricandidatura. Il che significa – apro e chiudo parentesi – che questi signori ce li ritroveremo in Parlamento con il Centrodestra (o se li ritroveranno i miei colleghi, se io non ci sarò) per un altro giro di giostra, alla faccia del “rinnovamento più grande della storia” annunciato dal premier.

Quando sarà questo prossimo giro di giostra, onestamente, non saprei: dopo il voto di oggi, direi che le elezioni si avvicinano, a meno che succedano alcune cose imprevedibili. Tipo: l’Udc che accetta di entrare nel governo, scavallando Fini, e la Lega che sta zitta per amor di Padania; la Corte costituzionale che l’11 gennaio boccia il legittimo impedimento e dunque Berlusconi non può lasciare Palazzo Chigi fino a quando non si trova un’altra pezza; la Lega stessa che provoca la crisi, ma a quel punto il presidente della Repubblica incarica un nuovo premier e miracolosamente si trova un’altra maggioranza, per l’atteggiamento ondivago di quei parlamentari che non vogliono andare a votare. Siamo, insomma, nel campo delle ipotesi, e forse non vale neppure la pena perderci troppo tempo: meglio investire qualche riga sulle scene che ho visto oggi in Aula, per coloro che non mi hanno seguito su twitter e Facebook.

Il trio delle meraviglie. Da veri divi, Cesario, Scilipoti e Calearo hanno aspettato la seconda chiama per votare la fiducia al governo, tra gli applausi del Pdl e i nostri fischi. Straordinario il discorso di Scilipoti, che in dichiarazione di voto aveva annunciato di voler “consegnare alla storia una scelta dolorosa e traumatica, che va oltre il limite della comprensione” e che fuori da Montecitorio aveva addirittura organizzato una manifestazione in propria difesa, ingaggiando immigrati e disoccupati con una piccola parte del proprio cachet.

Fini e dintorni. Terribile la scena del voto di Catia Polidori, cugina di mister Cepu, che con il suo strappo (non annunciato) ha scatenato il pandemonio: commenti pesanti della Lega, reazione di Fabio Granata, sfiorata la rissa, seduta sospesa. Applausi per gli altri due futuristi dissidenti (Siliquini e Catone) e per l’astensione di Moffa. Ma soprattutto, a fine seduta, un coro da stadio di Pdl e Lega, che invitavano (si fa per dire) alle dimissioni il presidente della Camera; inno nazionale, tricolori sventolati (si è indignato pure La Malfa, che sta in Parlamento da quando sono nato io ma che ha detto di non aver mai visto nulla del genere) e addirittura un blitz sulla sedia del presidente da parte di Alessandra Mussolini, che anche oggi ha trovato un modo per finire sui giornali.

Il pelo nell’uovo. Può il presidente della Consob, che avrebbe dovuto dimettersi da deputato due settimane fa, votare la fiducia a un governo? Giuseppe Vegas lo ha fatto. E può farlo un consigliere regionale, anche lui incompatibile con il ruolo di parlamentare? Domenico De Siano, consigliere regionale della Campania, oggi lo ha fatto. In altri Paesi, questo sarebbe uno scandalo di dimensioni enormi. Da noi, vista l’aria che tira, è un piccolo pelo nell’uovo.

Il Pd. Non entro molto nei contenuti del discorso di Bersani, se no facciamo notte, ma il passaggio sui moderati (“Il vero moderato è chi campa con mille euro al mese e sta zitto, non chi esporta capitali e fa il furbo”) valeva da solo un post. Mi limito a dire che eravamo partiti con 206 voti sulla carta e siamo arrivati con 206 voti di sfiducia: nonostante il balletto dei radicali, nonostante le bugie messe artatamente in circolazione su alcuni di noi che avrebbero tradito, nonostante le gravidanze e nonostante le malattie. Con buona pace di Tafazzi e di tutti coloro che da due anni e mezzo, fuori e dentro il Parlamento, ci danno lezioni su come si fa l’opposizione.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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