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***In diretta dal Parlamento***
VI RACCONTO LA VIGILIA (DEL VOTO)
di ANDREA SARUBBI*

dicembre 13, 2010 di Redazione 

Intanto una notizia: la direzione del Pli ha dato mandato a Paolo Guzzanti di votare contro il governo. Un voto che potrebbe essere decisivo, e decretare – a questo punto inaspettatamente – la caduta di Berlusconi. Poi tutto sulla giornata di oggi, per la bella penna del deputato del Pd. di ANDREA SARUBBI*

Nella foto, il presidente del Consiglio: raggiunto dalla notizia del probabile voto di sfiducia di Guzzanti?

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di ANDREA SARUBBI*

Di aneddoti da raccontare, per carità, ce ne sono. Il migliore è che, dopo due ore di indagini per interposta persona, sono riuscito a scoprire che cavolo leggesse Berlusconi anziché ascoltare i nostri discorsi: erano gli interventi dei deputati del Pdl, che glieli mandavano in anteprima e li ricevevano indietro corretti a penna. Poi c’è la Mussolini che vuole menare Fassino, perché lui – interrotto da una piazzata della suddetta – la liquida ricordandole che “il ministro Carfagna l’ha già definita egregiamente”. Poi ci sarebbe il trio delle meraviglie (Daniela Santanchè, Laura Ravetto, Maria Rosaria Rossi) che, ad un certo punto, si riunisce in conciliabolo. Ma il re della giornata è lui, Domenico Scilipoti in arte Scillo, che arriva in Aula quatto quatto e se lo risparmierebbe volentieri, al che il welcome team delle deputate Pdl lo circonda di affetto e lo fa sentire meno solo.

Politicamente, invece, la giornata di oggi non ha detto nulla più del previsto: secondo alcuni, le trattative si stavano svolgendo altrove (Fini che dice a Berlusconi: noi ci asteniamo al Senato, se tu ti dimetti prima della mozione alla Camera; Berlusconi che risponde: voi votatemi a favore al Senato, e poi ne parliamo); secondo altri, le trattative sono saltate già da un pezzo e non resta che la conta di domani. Il nostro Marco Fedi che torna malato dall’Australia, la nostra Federica Mogherini che cerca di non fare movimenti bruschi perché la bimba resti in pancia un altro po’: sono ore in cui ci si aggrappa a tutto, perché il mercato delle vacche ha spostato gli equilibri sull’ultimissimo voto.

All’inizio, nel primissimo intervento di stamattina al Senato, il presidente del Consiglio aveva interpretato il ruolo dello statista: toni bassi, sorrisi, rassicurazioni, mani tese a tutti i moderati e compagnia bella. Poi, a fine mattinata, ha ripreso la parola per la replica e gli è cascata la maschera: non c’era un testo scritto da leggere, così l’hanno avuta vinta gli istinti e si sono riaffacciate le filastrocche della propaganda (L’Aquila, i rifiuti di Napoli, il prestigio internazionale…). Nel pomeriggio, aveva paura di ricascarci (“Avrei cose da rispondere, ma me le tengo”) e così si è affidato alla lettura di un classico: il testo che aveva pronunciato a Palazzo Madama, pari pari, saltando qualche capoverso e inframmezzandolo con due o tre battutine per mascherarlo un po’.

Promesse last minute: liberalizzazioni (con tanto di citazione del Partito liberale italiano, per convincere Paolo Guzzanti), nuova legge elettorale, patto di legislatura (messaggio ai tacchini preoccupati del Natale: “tranquilli, se resto in piedi non andiamo alle elezioni e quindi non rischiate di perdere la poltrona”). In realtà, come ben sappiamo, le liberalizzazioni le aveva promesse nel 1994, il Porcellum è l’unica legge che attualmente gli garantisce una maggioranza in Parlamento e il patto di legislatura è una fesseria, perché se domattina il governo resiste aumentano paradossalmente le possibilità che si voti a marzo.

Se non partecipassi emotivamente al tutto, mi soffermerei volentieri sul confronto interno al Centrodestra: prenderei due discorsi di altrettanti ex An, Roberto Menia e Massimo Corsaro, e li analizzerei parola per parola. In Menia, colomba futurista, c’era tutta la sofferenza di chi sta sfiduciando il governo di cui faceva parte fino a qualche settimana fa; in Corsaro, falco pidiellino, tutta la rabbia di chi vede un pezzo della propria storia andarsene via. Da Fini a Granata, Corsaro ne aveva per tutti, e ci è andato giù pesantissimo: un discorso da quattro mutui, altro che uno. A domani, figliuoli, e prepariamo il pallottoliere.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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