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Parentopoli, Alemanno pensa lasciare (?) e (ri)lanciarsi (pulito) nel match nazionale
di PIETRO SALVATORI

dicembre 13, 2010 di Redazione 

Retroscena. Ci prendiamo una pausa da Berlusconi e dalle vicende della crisi raccontandovi come non ha fatto nessun altro lo scandalo delle nomine. Il terremoto sotterraneo nella politica e nella destra romana. E il sindaco adesso non esclude più di fare un passo indietro. Prima che sia troppo tardi. Anche su Liberal. di PIETRO SALVATORI

Nella foto, Alemanno: «Se non c’è altra possibilità»

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di Pietro SALVATORI

«Abbiamo verificato il protocollo sul codice etico per le assunzioni firmato nel 2006 dalla giunta Veltroni. Si tratta di un protocollo insufficiente, da aggiornare e da rendere attuale rispetto alle nuove norme approvate dal ministro Brunetta. Per questo è necessario preparare e firmare anche con i sindacati un nuovo protocollo che preveda l’introduzione a tutti i livelli di concorsi pubblici». Così il sindaco di Roma Gianni Alemanno si è provato a difendere dallo scandalo parentopoli che rischia di travolgere il Campidoglio. Una difesa d’ufficio, che prova a scaricare in maniera legalistica le colpe sulla giunta che lo ha preceduto. Certo, il codice etico varato dall’ex segretario del Partito Democratico potrà anche essere insufficiente per arginare la malversazione che sembra imperare nell’entourage del primo cittadino della capitale, ma non può bastare a giustificare quello che sembra essere un vero e proprio vizietto dei vertici dell’amministrazione che governa sui sette colli. Sarebbero infatti quasi duemila gli impiegati assunti da aziende municipalizzate senza passare per un regolare concorso pubblico. In particolar modo all’interno dell’Ama, consorzio che si occupa della raccolta dei rifiuti, e dell’Atac, l’azienda dei trasporti pubblici di Roma. «Quello messo in piedi dal clan Alemanno è un vero e proprio sistema», ha raccontato negli scorsi giorni una fonte anonima a Repubblica, «un sistema a carattere piramidale. Significa che la regia di tutte le assunzioni è politica, serve per accontentare clientele e creare consenso, ripaga dell’astinenza decennale che molti nel centrodestra, sotto Rutelli e Veltroni, hanno vissuto male». Al vertice di tutte le decisioni ci sarebbe proprio il sindaco, che con un paio di fedelissimi avrebbe provveduto a elargire a pioggia benefit a amici e conoscenti sotto forma di assunzioni spettanti al Comune.

Qualche esempio? L’ex capogruppo in aula Giulio Cesare di An ora in Parlamento, Marco Marsilio, ha sistemato alla Direzione Comunicazione dell’Atac la sua compagna, Stefania Fois, che, come si legge nel suo sito personale ha un trascorso da pittrice. Alla direzione dell’Area Normativa e Disciplina siede invece Claudia Cavazzuti, moglie del senatore forzista Stefano De Lillo, dominus delle tessere azzurre della capitale. In Atac sono entrati anche Nicola Valeriani, genero dell’onorevole pidiellino Vincenzo Aracri, come anche quello dell’amministratore delegato della società, Bertucci, che ha inoltre piazzato la cognata del figlio primogenito e, in un ruolo di dirigenza al Campidoglio, la figlia della segretaria personale. L’eurodeputato Antonio Tajani ha inserito in Atac la sua ex assistente, Emanuela Gentili. Si può continuare con l’assessore ai Trasporti, Sergio Marchi, che ha favorito lo spostamento in Atac della fidanzata, Flavia Marino, prima impiegata in un’azienda della regione, per poi far assegnare una consulenza di quattro mesi all’Agenzia per la mobilità al cognato. Ma non si è fermato qui: la moglie del suo capo staff, Enrico Guarnieri, è stata infatti anche lei assunta. “Solo” un contratto a progetto per lei. Si potrebbe continuare con la compagna del consigliere Pdl Marco Visconti, assunta al Comune, con il figlio di Antonino Torre, eletto in quota Lista civica per Alemanno sindaco, entrato nell’amministrazione in qualità di informatico. Questo per tacere del gossip legato alla cubista Giulia Pellegrino, oggi assistente del direttore industriale dell’Atac, immortalata in scatti al gusto di spumante insieme a Sammarco e a Cesare Previti.

Tutte coincidenze, si dirà. Ma effettivamente la lista di parenti&affini è un po’ troppo lunga perché non possano sorgere dubbi su una vera e propria regia di colonizzazione di aziende sovvenzionate dai contribuenti. Che dietro ci sia il sindaco è tutto da verificare. Finora, come possibili direttori d’orchestra, si sono fatti i nomi di Gianni Sammarco, coordinatore cittadino del Pdl, e Vincenzo Piso, deputato, ex Alleanza Nazionale. Il nome di quest’ultimo finì anche in mezzo al casino del ritardo nella presentazione delle liste alle ultime elezioni regionali, per poi uscirne illeso (come d’altronde tutti gli altri responsabili, o presunti tali). Sarebbe stato lui a supervisionare almeno 850 delle quasi 2000 assunzioni poco trasparenti effettuate negli ultimi due anni. Proprio ieri Alemanno è nuovamente intervenuto sulla vicenda, promettendo che «se ci sono responsabili pagheranno tutti». E se la magistratura accertasse che fra questi ci fosse anche lui? «Pagherò anche io», ha risposto il primo cittadino, senza però specificare se il prezzo pattuito comprenda anche eventuali dimissioni. Certo è che i numeri del sindaco sono diversi da quelli emersi dalle inchieste giornalistiche: «Non ci sono né centinaia né migliaia di assunzioni clientelari. Le assunzioni sospette emerse oggi in Atac e in Ama sono 85: 67 facenti capo a politici, 18 a sindacalisti», ha detto nel corso di una conferenza stampa, garantendo d’altra parte che «noi abbiamo offerto la massima collaborazione e rispetteremo il lavoro dei magistrati. Il Comune cercherà di essere più severo della stessa magistratura». Lo farà (se lo farà) attraverso una commissione composta da quattro tecnici con esperienza nell’ambito giuridico-amministrativo: Liborio Iudicello, Franco Massi, Alberto Stancanelli, Francesco Verbaro. I quattro saggi sono incaricati di presentare, entro la fine del prossimo gennaio, una relazione all’assemblea comunale, che, basandosi su di essa, dovrà prendere i provvedimenti del caso. Intanto il suo caposcorta, Giancarlo Marinelli, si è dimesso. E guarda caso i nomi dei suoi figli sono entrati nel calderone di quelli messi sotto osservazione per le assunzioni “allegre”. Anche perché sembra che proprio i figli siano in ottimi rapporti con il primo cittadino, che ha partecipato al matrimonio della secondogenita, di fresca assunzione. Alemanno si difende, pur in termini che hanno del grottesco: «Chi mi conosce può testimoniare la vita che faccio e che spesso mi porta in situazioni in cui mi guardo attorno e non mi rendo conto esattamente di dove sto. Quando sono andato al matrimonio di quella ragazza – ha spiegato – ero convinto di essere alle nozze del figlio maschio, pugile, del mio ex capo scorta. Poi ho visto le foto e ho detto ‘Oh diavolo’: quindi davvero non lo sapevo, ma capita. Si può accusare la mia lucidità ma non la mia buona fede».

Il sindaco va dunque avanti indefesso per la sua strada, facendo balenare l’ipotesi di complotti: «Non so se questa attenzione è legata alle voci di miei impegni di carattere nazionale, che io smentisco categoricamente: io voglio fare il sindaco di Roma, fino a quando lo vorranno i cittadini» ha contrattaccato. Qualche malalingua ha letto in quel «fin quando lo vorranno» l’intenzione del sindaco di non escludere del tutto l’ipotesi di un passo indietro. Un consiglio lacerato che non lo sfiducia solo per non perdere il posto e lo scandalo che lo sta investendo ne hanno offuscato un’immagine che solo qualche mese fa sembrava in procinto di spiccare il volo per ben altri lidi. Lasciare prima che la valanga gli piombi in testa potrebbe essere un buon modo per eclissarsi per un po’, per poi buttarsi nuovamente nella mischia quando le acque si calmeranno. E pensare che solo tre giorni fa, intervenendo alla cerimonia in occasione del cinquantesimo anno della scuola dei gesuiti della capitale, Alemanno aveva detto che tutta la comunità cittadina è impegnata a costruire «una classe dirigente formata a valori di eccellenza, consapevole e responsabile per guidare la comunità nello sviluppo». Un bello smacco per un’immagine fino a un anno fa tra le più trasparenti di tutto il centrodestra. Anche la difesa del presidente della regione Lazio Renata Polverini, «Se c’è una parentopoli, c’è in tutta Italia», è ricaduta sulla testa ammaccata del sindaco, venendo letta da molti come un’implicita ammissione di colpe dell’amministrazione cittadina. Anzi, alcune voci nel Pdl sostengono che si tratti di una sottile quanto intenzionale bordata della Polverini nei confronti del sindaco, che non ha mai riscosso particolari simpatie da parte della rampante presidentessa.

Era solo giugno quando il sindaco parlava della necessità di «uno scatto morale e alcuni sacrifici» per poter superare la crisi. E prometteva strumentalmente il taglio del 10% di tutti gli stipendi comunali per mantenere intatta la spesa sociale. Argomento molto caro nella storia politica di Alemanno, che ha improntato tutta la campagna elettorale contro il suo avversario, Francesco Rutelli (come anche quella precedente, che lo aveva visto sconfitto da Veltroni), sulla moralizzazione e la razionalizzazione delle spese folli. «Basta opere-cartolina e mega consulenze» sono state le parole d’ordine che hanno pervaso gli ultimi anni di un’attività politica partita da lontano. Alemanno è sempre stato dalla parte “etica”, quella della destra vicina alla gente di borgata, attenta ai problemi del popolo, quello senza fronzoli. D’altra parte era questa la vocazione della corrente Destra Sociale all’interno di An. Un’attenzione, quella ai temi più sociali del panorama destrorso italiano, maturata per convinzione e per amore. No, non amore per la politica, ma quello per una bella e frizzante ragazza, Isabella Rauti, oggi sua moglie (e consigliera regionale), figlia di quella testa dura che era il vecchio e irriducibile Pino. Un amore che non è stato sufficiente a fargli seguire il suocero nell’avventura radicaleggiante di Fiamma Tricolore, ma che non gli ha mai fatto dimenticare le proprie origini. Francesco Storace era il dominus incontrastato, Alemanno l’eterno numero due. Quando c’era da rilasciare un’intervista c’era Storace, quando bisognava accalappiare la poltrona giusta, era sempre il fondoschiena del buon Francesco a piazzarcisi. Come quando ci fu da dare l’assalto alla regione Lazio. Una battaglia persa, secondo Fini, che in questo modo sperava di far abbassare le pretese della propria, rumorosa, minoranza interna. Con Alemanno a guidarne la campagna elettorale, Storace superò Badaloni, e ottenne una vittoria storica. Gianni venne ripagato l’anno successivo, quando divenne, sempre in quota Destra sociale, ministro delle Politiche agricole e forestali. È a partire dal 2001 che il futuro sindaco acquista sempre maggiore autonomia dal suo ingombrante mentore. Quest’ultimo è caduto, come ben sappiamo, nel dimenticatoio. Mentre il buon Gianni ha acquistato lentamente la stima e il favore della destra romana, che lo ha portato a salire trionfalmente (e in un tripudio di braccia tese al vento) sul Campidoglio nel 2008. La polemica che lo sta investendo in questi giorni rischia di incrinarne anche la fama di pontiere che si stava ritagliando all’interno del Pdl. Non è un caso che proprio in questi ultimi mesi il senatore Andrea Augello, influente figura nella sezione romana del partito, che ne aveva curato la campagna elettorale, si sia gradualmente allontanato dal sindaco. Quella che prima era la più affiatata coppia di mediatori tra finiani e berlusconiani, quando ancora la rottura non era stata consumata, oggi è solo un pallido ricordo. E si dica anche che Augello ha resistito alle sirene di Fli per rimanere al fianco di Berlusconi. Non una rottura politica dunque. Piuttosto Augello si è smarcato da quell’uomo che in larga parte gli deve il proprio successo personale, probabilmente fiutando in anticipo che qualcosa nell’amministrazione capitolina non andava.

Pietro Salvatori

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