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Apriamo la nuova settimana con gioco (?) E’ il governo che può rifare grande Italia Un esecutivo “monocolore” Democratico D’un Pd che si faccia “partito del Paese” Governo di(/che vogliono) tutti gli italiani

dicembre 6, 2010 di Redazione 

E siccome l’organigramma è figlio dell’idea, e non viceversa, ecco che la delineazione dei compiti di ciascun (nuovo) ministro è l’occasione per rigenerare il programma. Qui si parla solo di Italia. E lo si fa con una capacità di vedere il futuro che non ha eguali nel nostro Paese. La firma è del nostro direttore di MATTEO PATRONE

Nella foto, il simbolo della nazione

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di MATTEO PATRONE

Presidente del Consiglio: il Politico.it

Sottosegretario alla presidenza del Consiglio: Franco Laratta. E’ il mentore (nel senso letterale, di “fedele amico”) del presidente del Consiglio, il capo di gabinetto, il numero due, l’uomo che fa funzionare la presidenza del Consiglio.

Vicepresidente del Consiglio e ministro della Cultura: Pippo Civati. E’ uno dei due perni del progetto del giornale della politica italiana. Ha il compito di preparare – sul fronte principale, quello della (ri)generazione culturale – il possibile, nuovo Rinascimento dell’Italia. Ha le (attuali) deleghe alla scuola, all’università e alla ricerca, e al catalizzatore della rivoluzione culturale: la televisione pubblica, oltre ad avere il compito di spingere la diffusione della rete. Predispone quello che potremmo definire un anno zero attraverso il quale scuola e università possano diventare – progressivamente – ? – il punto più avanzato dell’istruzione nel mondo. Per questo la scuola deve aprirsi ai nuovi modelli di insegnamento, e nella scuola primaria e secondaria si predispongono laboratori di scrittura, chiave dell’apertura del pensiero. Per questo, e soprattutto per l’università – e, vedremo, anche per la ricerca – si rende necessario un ricambio ispirato a principi meritocratici e di qualità. Si dimenticano completamente le tentazioni sindacali dell’attuale Partito Democratico che vuole affidare la selezione del personale decisivo per la costruzione del futuro dell’Italia a criteri di ordine sociale. Lo stesso vale per la ricerca (pubblica e privata), alla quale il ministro della Cultura lavora e interagisce insieme al ministro dell’Economia. L’innovazione, lo abbiamo detto, deve diventare il vertice del triangolo del sistema-Paese. Certamente per la ricerca pubblica è necessario quell’annozero immaginato per la scuola e l’università per il quale chi non ha finora prodotto risultati – o che comunque non si trovino elementi per considerare una risorsa da mantenere assolutamente – deve rientrare in un giro di concorsi e selezioni aperti che motivi (ma già tutto questo, e quello che vedremo dopo, è motivo perché questo avvenga) il rientro dei nostri migliori ricercatori all’estero. Sì ad un’iniezione di merito nei meccanismi di conferma e ricambio nella ricerca introdotti dalla riforma Gelmini. Stiamo parlando del motore del Rinascimento – economico, e culturale – italiano: non può essere questo il “postificio” nel quale sistemare persone. Qui deve (sub)entrare soltanto l’eccellenza. La ricerca privata dev’essere stimolata e sostenuta, nel modo che vediamo ora per e in sinergia con il ministro dell’Economia.

Ministro dell’Economia: Matteo Renzi. Sostituisce il ministro per lo Sviluppo economico e comprende le deleghe dell’attuale ministro dell’Economia ad eccezione del “bilancio” (ovvero del piano di risanamento dei conti) per il quale viene istituita una figura ad hoc che vedremo dopo. E’ l’altro perno del progetto del giornale della politica italiana (per una parte sulla quale, del resto, si ritrova tutta l’eccellenza del nostro Paese). Trasforma il sistema delle imprese in Italia nel più avanzato sul piano dell’innovazione. Lo fa interagendo con il ministro della Cultura per ciò che riguarda la ricerca che deve diventare un rigeneratore delle imprese che devono essere stimolate ad investire (anche nel pubblico, con forme di sponsorizzazione ovviamente a risultato “garantito” che già si stanno sperimentando per, ad esempio, aspetti più marginali come il rinnovo della strumentistica scolastica: l’obiettivo, rifare grande l’Italia e con essa ciascuna delle sue parti, è comune, e la divisione della “torta” è connaturata alla ricetta) su questo su questo così come per ciò che riguarda il lavoro (e la forza-lavoro) che deve essere portato a rinnovarsi (continuamente) attraverso un (possibile) sistema di formazione permanente, (ri)fondato sull’attuale collocamento informatizzato e messo in rete. Le imprese che fanno ricerca e che puntano all’innovazione già oggi fanno formazione permanente al loro interno, per riadattare continuamente le proprie risorse umane alle nuove esigenze di una produzione che, appunto, si modernizza. Lo Stato deve partecipare e mettere a sistema questo sforzo delle imprese puntando così anche a risolvere il problema della mancanza di lavoro: chi non lavora si forma – e ottiene l’indennità di “disoccupazione”, che non è più (esattamente) tale, assolutamente vincolata alla partecipazione alla formazione – per prepararsi a nuovi lavori che la possibile crescita economica da tutto questo determinata e il coordinamento e la compartecipazione con le imprese dovrebbero rendere più numerosi e più accessibili da questa porta del sistema della formazione permanente. Tutto ciò – ed è un altro dei compiti del ministro dell’Economia, che ingloba in sé anche le deleghe del ministro per il commercio estero – può attrarre investimenti e dislocazioni non dall’Italia all’estero ma nel senso opposto: è la tesi di Marchionne, per cui oggi non conviene – nemmeno alla Fiat – mantenere le sue fabbriche qui, ma domani può essere vantaggioso – non solo per minori diritti del lavoro, ma perché il sistema è vitale, e lo Stato partecipa allo sforzo delle imprese per diventare grandi – portarcene delle altre. Per questo sì anche ad un diritto del lavoro che, civilizzando – e quindi non regredendo da questo punto di vista – il lavoro in Italia – e dunque impegno totale per garantire la sicurezza, ad esempio – metta però le imprese – e i lavoratori, che ne hanno un doppio beneficio, come parte, che va coinvolta, delle imprese stesse, e come italiani, che vedono il loro Paese risorgere, e loro con esso – nella condizione di essere produttive e competitive.

Postilla sul ministro della Cultura: detto del piano dell’istruzione, della ricerca e dell’innovazione – questi ultimi in sinergia con il ministro dell’Economia – ha il compito di catalizzare la rigenerazione culturale del Paese anche su altri due piani: la cultura popolare e la produzione culturale tout court. Il Paese, lo abbiamo detto, deve diventare un grande campus a cielo aperto, per l’innovazione nel sistema dell’istruzione e della ricerca ma anche perché tutta l’Italia torna a respirare cultura. In questa chiave, è la nostra tesi, la rete, certo, alimentatore del futuro, ma – oggi, ancora – la televisione pubblica deve diventare un modello e uno stimolatore di rigenerazione culturale. Lo diciamo per pura chiarezza, tutto il ragionamento muove da una intenzione positivo-costruttiva e non dalla volontà di negare qualcosa di precedente, che come sapete consideriamo una forma di pigrizia intellettuale che non aiuta la costruzione del futuro: la Rai, e con essa le altre televisioni spinte ad una competizione virtuosa su questo piano, possono fare ciò che Berlusconi ha fatto nel senso di uno smembramento della cultura popolare italiana nel senso “opposto”: restituire agli italiani la capacità di pensare, la voglia di conoscere, il gusto per l’apprendimento e lo studio, e generare così un Paese che si prepara al suo nuovo Rinascimento. Per il quale è decisivo, poi, il ruolo della produzione culturale tout court, o meglio d’eccellenza: l’Italia, che torna ad avere un’idea e un respiro assoluto, vuole diventare la culla della civiltà anche perché crea le condizioni per un Rinascimento culturale, letterario, artistico. Sempre nella chiave di un investimento sul futuro, e dunque non a “fondo perduto”, deve creare appunto le condizioni – offrendo gli strumenti di base, ricreando, con la cultura popolare, il clima e la motivazione giusta – perché il nostro Paese torni ad offrire pezzi del futuro del mondo, e della sua Storia.

Ministro del Bilancio. Tommaso Padoa-Schioppa, Giuliano Amato o Romano Prodi. E’ l’unico ministero affidato ad una personalità che ha più di 45 anni. Un grande economista, di quelli che hanno già assicurato la tenuta e un inizio di ripianamento del debito. I conti dell’Italia sono affidati ad una figura sapiente, esperta, sicura. Una garanzia per il governo dei giovani che, anche per questo, rifarà grande l’Italia, cancellando – o cominciando a cancellare, progressivamente – questa macchia prodotta dai nostri padri (?) sul nostro vestito di oggi, che dobbiamo riconsegnare intonso agli italiani di domani, che (non solo per questo, ma anche per tutto quello che abbiamo detto finora) vivranno in un Paese nuovo, rinato, nella culla della civiltà (in tutti i sensi).

Ministro dell’Interno: Cristiana Alicata. Il ministero dell’”ordine pubblico” è affidato all’onestà specchiata e alla grande cultura della giovane scrittrice romana.

Ministro degli Esteri: Ivan Scalfarotto. Il più cosmopolita e “americano” dei giovani Democratici assume su di sé l’incarico, delicatissimo, di capo della diplomazia.

Ministro per l’Unificazione europea: Sandro Gozi. L’Italia, la cui politica “estera” è storicamente la più convintamente europeista, cambia passo e si fa carico della leadership per il processo di unità politica. Un compito, quello del ministro per l’Unificazione europea (o per l’Europa) che è anche rivolto all’interno, ad armonizzare il lavoro del governo italiano all’azione esecutiva e legislativa europea, che incide largamente, oggi, sul nostro Paese.

Ministro dell’Ambiente: Domenico Finiguerra. E’ l’ambientalista brillante della cui storia vi abbiamo raccontato. Ambiente non più solo come “territorio” ma anche come dimensione urbana. Ambiente non più solo come difesa incalzata della bellezza incontaminata minacciata ma come riconquista di bellezza, nelle campagne e nelle città. A Cassinetta di Lugagnano Domenico ha proposto una ricetta semplice, ora ripresa – in parte – anche da Matteo Renzi a Firenze: stop al consumo di territorio, niente nuove costruzioni, recupero – alla bellezza e alla fruibilità – dei centri storici, di quelle “vecchie”. Un Rinascimento che passa anche attraverso la bellezza, e la riappropriazione delle nostre città. Per le quali può essere chiamato ad un lavoro comune con il ministro della Cultura per riportare la vita, la cultura popolare nelle piazze, per riappropriarci della nostra dimensione urbana, come già abbozzato dal geniale Stefano Boeri (“compagni” milanesi, ma che avete fatto?) a Milano. Ministro dell’Ambiente che lavora in sinergia anche con il ministro dell’Economia per la riconversione di una parte dell’economia nelle rinnovabili: non ideologicamente, ma se tutto questo serve – in prospettiva – al Paese.

Stop. Pochi ministri, “ridisegnati” in funzione del progetto. Un governo al servizio dell’idea, e non più un’idea (?) al servizio del governo. Un governo – e un’idea – al servizio dell’Italia.

MATTEO PATRONE

P.S.: Il ministro dell’Economia, in sinergia con quello del Bilancio, è chiamato anche ad operare un drastico taglio della spesa pubblica, cancellando tutti gli sprechi, in questo caso sì, con un colpo di macete, senza guardare in faccia a nessuno. come sempre, non in chiave ideologica, ma per il bene del Paese.

Commenti

3 Responses to “Apriamo la nuova settimana con gioco (?) E’ il governo che può rifare grande Italia Un esecutivo “monocolore” Democratico D’un Pd che si faccia “partito del Paese” Governo di(/che vogliono) tutti gli italiani”

  1. Francesco Cerisoli on dicembre 6th, 2010 15.25

    iI candido a sottosegretario Universita’e Ricerca. Considerato che adesso se ne occupano Gelmini, Viceconte e Pizza vado benissimo…

  2. Marco on dicembre 6th, 2010 16.23

    pretty. sono anche d’accordo coi pochi ministri, ma almeno almeno difesa e giustizia, mi sa che ce li vogliono.

  3. Redazione on dicembre 6th, 2010 17.48

    Naturalmente. Diciamo che era importante il messaggio. Che è (tra il resto) quello che rileva lei: pochi ministri, ma perché il governo dev’essere fondato sull’idea, e i ministri devono servire – strettamente – a realizzarla. Che poi è un altro modo per dire che devono essere al servizio dell’Italia, e non viceversa. Su Difesa e Giustizia non avevamo – ancora – cose in particolare da dire e abbiamo glissato. Ribaltiamo per un momento lo schema, solo per gioco, e per rendere onore ad uno dei protagonisti del rinnovamento Democratico: alla Giustizia vedremmo bene, of course, Debbie Serracchiani (M. Patr.).

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