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Diario politico. Si leva urlo in tutto Paese Adesso il governo ha preso a governare Sì della Camera alla riforma di Università Studenti in piazza, ma la giusta direzione Poi sanzioni agli enti locali inadempienti ‘Mossa unilaterale, antifederale’: ma ‘c’è’ E allora i finiani: forse il 14 ci asteniamo Ma dopo, Silvio, bisogna continuare così

dicembre 1, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it, un altro grande Diario firmato Ginevra Baffigo. Scelte discutibili, quelle dell’esecutivo. La riforma Gelmini è imperfetta e tende ad una certa qual “privatizzazione” dell’università che non è necessaria – e nemmeno auspicabile – nello sforzo, che però va fatto, di garantire efficienza e merito nei nostri Atenei, che come scrive ItaliaFutura non possono rappresentare l’ennesimo “postificio” pubblico e tanto meno un parcheggio per chi non riesce a farsi strada altrove; l’Italia, ritrovando l’orgoglio di sé, deve puntare all’eccellenza in primo luogo per ciò che riguarda lo Stato, e tanto più nella sua ramificazione decisiva, più delle altre, per la costruzione del futuro, quella appunto dell’università, da un lato, e della ricerca, dall’altro. Qui, dove si decidono le sorti del Paese, la priorità dev’essere data al rendimento del sistema e non a ragioni di ordine sociale; anche perché rifare grande l’Italia significa mettersi nella condizione di rispondere anche a queste esigenze, anche se non (più) in una chiave assistenziale. La bozza della Lega con le “punizioni” agli enti locali è unilaterale in un doppio (anzi triplo) senso (e scusate il gioco di direzioni): è unilaterale nel metodo, perché gli enti locali non sono stati coinvolti nella sua formulazione, e i comuni e le regioni non sono certo, per così dire, la ruota sgonfia del carro-Italia per cui si tratta di decidere senza di loro o non si decide. E’ unilaterale (perciò) nel “fare giustizia” della spesa pubblica e dell’amministrazione dello Stato, perché colpisce solo la parte non meno virtuosa della “macchina”. Ed è unilaterale (quindi) dal punto di vista concettuale, nel senso che le punizioni sono una parte ma non possono esaurire gli sforzi per far quadrare i conti e rendere efficiente il sistema statale. E tuttavia è un atto di governo, come (appunto) la riforma dell’uni- versità. In tutta Italia si leva un grido (silenzioso): l’esecutivo ha (ri)cominciato a lavorare. L’appello, ora, è a che tutto questo non serva solo a superare il 14 dicembre o a vincere (?) le elezioni. Anche perché, facendo così, si supera il 14 e si arriva alla fine del mandato. Facendo il bene del Paese. Il racconto, ora, all’interno, della nostra vicedirettrice.

Nella foto, Silvio: non è convinto

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di Ginevra BAFFIGO

La soglia di Montecitorio si trasforma nello spartiacque delle diverse posizioni sulla riforma universitaria. Al di là della sede del ramo basso del Parlamento, la folla di studenti e precari del sapere è in protesta. Non mancano manganellate da parte delle forze dell’ordine né, dall’altra parte della barricata, il lancio di oggetti contro l’Aula.

Oltrepassate le porte della Camera, il verdetto finale riflette però un’altra verità, altrettanto italiana. Il governo dopo un’iniziale battuta d’arresto, riesce infatti a far passare la contestatissima riforma dell´università: 307 sì contro 252 no.

Per Maria Stella Gelmini è un importante successo, rispetto al quale non teme ostentare una certa soddisfazione: «L’approvazione della riforma è un fatto importante, una tra le più importanti della legislatura. Spiace averlo dovuto fare in un clima di tensione sociale», prodotto «della incapacità del Pd e dell’opposizione di affrontare i problemi dell’università con senso di responsabilità e non solo con con la lente della demagogia o dell’ideologia».

Il dibattito si sposta rapidamente dalla riforma alla contestazione, ed è su questo che si registrano i più aspri attriti fra maggioranza ed opposizione. Bersani non aspetta tempo per sferrare un attacco all’esecutivo: «Mi pare che nella stragrande maggioranza studenti e ricercatori si sono mossi in modo pacifico. Ha impressionato la città militarizzata, mai vista Roma così, e se si è arrivati a questa tensione è per irresponsabilità del governo che ha perso la testa e la presa sui problemi del paese». E poi: «non saranno in grado di portare a termine questa riforma nella sua applicazione».
Il segretario Democratico prende le parti di chi protesta in piazza, ed in risposta all’affermazione del governo, sul fatto che dietro le proteste ci siano i ‘baroni’ degli atenei, stigmatizza: «E’ stato intollerabile e offensivo, e ha suscitato indignazione e ribellione. Stanno perdendo un po’ la testa…».
Dal governo, ovviamente, suona un’altra musica. Quella del fuoco incrociato: «Non è pensabile solidarizzare, come ha fatto la sinistra dai banchi parlamentari con gli atteggiamenti violenti che si sono registrati all’interno delle manifestazioni» osserva il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Dello stesso avviso anche Gianfranco Fini, caustico nei confronti degli «estremisti che hanno bloccato Roma e causato gravi incidenti». Questi, continua Fini, «non hanno reso un buon servizio alla stragrande maggioranza di studenti scesi in piazza con motivazioni non totalmente condivisibili, ma certamente animate da una positiva volontà di partecipazione e di miglioramento delle condizioni della nostra università».

La replica a questo punto si sposta decisamente a sinistra, dove troviamo Nichi Vendola, presidente di Sinistra ecologia libertà, che sulla gestione dell’ordine pubblico da parte del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, scaglia una severa condanna: «Roma è stata assediata da una vera e propria tenaglia militare, che ricorda altre epoche e altre capitali: Roma blindata e sequestrata come Santiago del Cile ai tempi di Pinochet». Maroni non tollera il paragone con il dittatore: «Io ho il compito di gestire l’ordine pubblico e evitare incidenti e l’assalto ai luoghi sacri della democrazia, come avvenuto la scorsa settimana in Senato. E mi pare che tutto sta avvenendo con grande responsabilità delle forze dell’ordine che hanno subito violenza e stanno gestendo una situazione molto complicata». Dal Centro ovviamente parte l’invito alla cautela. Pier Ferdinando Casini chiosa a nome del partito: «Chi protesta pacificamente non può essere liquidato con marchio del terrorista o dell’infame perché questo non vuol dire avere equilibrio».

L’intervento del premier. Non sembra raccogliere il suggerimento centrista, il presidente del Consiglio, che alla folla in protesta grida un poco calcolato «andate a studiare». «Gli studenti veri stanno a casa a studiare – continua Berlusconi contro una folla ormai inferocita – quelli in giro a protestare sono dei centri sociali e sono fuori corso».

Parole a cui Bersani replica sibilinamente: «Non riapriamo il tema di chi è fuori corso perché creerebbe nella maggioranza più imbarazzi di quelli provocati da Wikileaks». Il premier, però, difende la riforma ingiustamente lapidata dal manipolo di studenti: «Favorisce gli studenti, i professori e più in generale tutto il mondo accademico e dunque deve passare se vogliamo finalmente ammodernare l’università – dice – meglio di così non si poteva fare».

Emendamenti: rosso alla Camera per il governo. Con il sì alla Riforma l’esecutivo può dirsi al sicuro, almeno finché avranno i finiani dalla loro. Montecitorio, ancora una volta, assiste alla dimostrazione di forza del neonato gruppo parlamentare, fondamentale per la tenuta del governo.

L’appoggio degli uomini del presidente della Camera costa però una serie di emendamenti. Il primo, a firma di Fabio Granata, prevede che non si possano portare “oneri aggiuntivi” anziché “nuovi o maggiori oneri” sugli assegni di ricerca. Dal Pdl si minimizza: “Nulla di grave – sostiene la relatrice Paola Frassinetti – era solo un emendamento tecnico”.

Ma non passa molto che il governo va sotto su tre emendamenti identici, firmati dal Fli, Api e Pd, dove viene richiesta la soppressione della “clausola di salvaguardia”. ‘Bocciata’, sembra proprio il caso di dirlo, la norma che prevedeva una sorta di “commissariamento” per il Ministero dell’Istruzione da parte del ministero dell’Economia, nel caso di maggiori spese rispetto al budget annuale.

Il governo abbozza sugli emendamenti Fli, ma incassato il voto non può nascondere una certa soddisfazione. Berlusconi stesso riprende la parola per commentare: «Altro obiettivo raggiunto, la riforma è un colpo mortale a parentopoli. Siamo il governo del fare». Passa infatti, con il voto di maggioranza e opposizione (Idv esclusa), la cosiddetta norma “anti-parentopoli”. Non si potranno candidare parenti e affini «fino al quarto grado compreso. Di un professore appartenente al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata; o del rettore, il direttore generale o con un consigliere di amministrazione dell’ateneo».
Approvato inoltre l’emendamento, sempre a firma di Futuro e Libertà, con il quale verranno ripristinati gli scatti meritocratici per professori e ricercatori meritevoli. Un testo che «autorizza la spesa di 18 milioni di euro per l’anno 2011 e di 50 milioni per gli anni 2012 e 2013». Ma la vera vittoria del Fli si gioca su un altro campo di battaglia: dopo una serie di scontri tra Fli e governo passa l’emendamento della discordia, ovvero quello che prevede l’assunzione di 1500 associati all’anno per gli anni 2011, 2012, 2013. Dalle opposizioni si chiosa la “presa in giro”: a detta del centrosinistra mancherebbero infatti le risorse per la norma in questione, contenute nel ddl stabilità ancora alla seconda lettura del Senato.

E guardando a palazzo Madama… Il Pd ne richiama l’attenzione del titolare: «Schifani vorrebbe arrivare all’approvazione definitiva del ddl al Senato prima del 13 dicembre. Noi abbiamo risposto chiaramente che, in questo caso, salterebbe ogni accordo sui tempi per l’approvazione del ddl di stabilità. Ricordo che in Commissione sul ddl di stabilità il Pd ha presentato solo 19 emendamenti su 300″. Il presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, al termine della Conferenza dei capigruppo del Senato, avverte in questo modo la maggioranza: una calendarizzazione accelerata sul ddl università sarebbe infatti possibile solo con l’unanimità dei gruppi.

Ogni decisione è rinviata a giovedì mattina, per quanto il ministro Gelmini avverta: «Se vi sarà la volontà politica da parte della maggioranza, ci sono i tempi per approvare la riforma dell’Università prima del 14 dicembre».

La riforma fuori dal Palazzo. La riforma passa, ma è una vittoria a metà per l’esecutivo, l’ennesima sconfitta per le opposizioni e la disfatta per le migliaia di studenti scesi in piazza per protestare, per gridare il loro “no” ad una riforma «che toglie il futuro».

Roma, Bologna e Genova si fanno teatro di tafferugli, anche molto violenti. Aspri momenti di tensione tra i manifestanti e le forze dell’ordine, che però si dissolvono in protesta sorda all’udito del potere.

All’occupazione dei monumenti, oggi è seguita l’occupazione di 18 stazioni e delle autostrade. Nella Capitale i manifestanti non riescono a raggiungere piazza Montecitorio, meta del corteo partito dalla Sapienza. Si trovano davanti un muro di camionette, che inutilmente gli studenti tentano di forzare. I manifestanti fermi in via del Corso procedono così al lancio di uova, petardi e lacrimogeni. Bastano pochi attimi perché la situazione scivoli di mano.

Altri scontri con le forze dell’ordine si verificano poi davanti alla Prefettura di Genova, con un giovane colpito al labbro da una manganellata e una secchiata di sterco buttata all’interno dello stand di Monte dei Paschi nella centralissima Piazza De Ferrari. Tredici contusi, tra poliziotti, carabinieri e studenti anche a Bologna, dove i manifestanti hanno bloccato il traffico sul tratto cittadino dell’A14, per poi dare l’assalto alla stazione ferroviaria. E così in tutta Italia, blocchi stradali, monumenti occupati, cortei per le arterie cittadine.

Ma a fine giornata, con l’amaro in bocca, non resta altro da dire se non “tanto rumore per nulla”.

Sindaci e governatori in rosso fuori gioco. Bisogna prestare più attenzione ai conti, se si vuol restare sul più alto scranno delle giunte. Questo il monito della Lega, che oggi presenta la bozza del decreto attuativo del federalismo fiscale sui premi e le sanzioni agli enti locali, approvata in via preliminare dal Cdm.

“Se mandi il bilancio in rosso, devi lasciare il posto”. Più o meno questo il mantra giuridico del testo leghista. Ma non solo, governatori e sindaci spendaccioni saranno ineleggibili per 10 anni. E come?

Da quanto si apprende dalla bozza, per il governatore che fa sballare i conti della propria Regione è previsto una decurtazione del 30% del rimborso delle spese elettorali della lista che lo ha sostenuto. Mentre per quel che concerne l’ineleggibilità, si legge all’articolo 6 o “sul fallimento politico del presidente di provincia e del sindaco”, che gli amministratori, che la Corte dei Conti avrà ritenuto responsabili, anche in primo grado, di danni da loro prodotti con dolo o colpa grave nei cinque anni dopo i quali c’è stata la deliberazione del dissesto dell’ente locale, «non sono eleggibili, per un periodo di dieci anni, alle cariche di sindaco, di presidente di Provincia, di presidente di Giunta regionale, nonché di membro dei consigli comunali, dei consigli provinciali, delle assemblee e dei consigli regionali, del Parlamento, e del Parlamento europeo».

Nella bozza, si parla anche “inventario di fine legislatura” per le Regioni che nella legislatura in corso alla data di entrata in vigore del decreto o in una successiva sono assoggettate a un piano di rientro della spesa sanitaria. Un rendiconto di fine mandato nel quale verrà riportata la descrizione dettagliata delle principali attività normative e amministrative svolte durante la legislatura. Particolare attenzione verrà prestata alle «azioni intraprese per contenere la spesa sanitaria e stato del percorso di convergenza ai costi standard; situazione economica e finanziaria del settore sanitario, quantificazione certificata della misura del relativo indebitamento regionale; stato certificato del bilancio regionale per la parte relativa alla spesa sanitaria».

Bonus e Malus, perché nel provvedimento sono anche previsti incentivi per favorire l’impegno degli enti locali nella lotta all’evasione fiscale. «Per potenziare l’azione di contrasto – si legge nelle anticipazioni della bozza divulgate dall’Ansa – la partecipazione delle regioni e delle province all’accertamento fiscale è incentivata mediante il riconoscimento di una quota pari al 50 per cento delle maggiori somme relative a tributi statali riscosse a titolo definitivo, a seguito dell’intervento della Regione o della provincia che abbia contribuito all’accertamento stesso».

E’ solo una bozza, ma già non piace. «Abbiamo sempre richiesto e sostenuto la necessità di incentivi per gli enti virtuosi e di penalizzazioni per quelli che non rispettano le regole – afferma il presidente dell’Associazione dei Comuni Italiani, Sergio Chiamparino – Ma questa deve essere una regola valida per tutti». «Assistiamo invece – continua il sindaco di Torino – ad atti dello Stato centrale che giudicano e penalizzano le realtà locali, autoassolvendo nel contempo le inadempienze dei Ministeri». «Per i Comuni – sostiene ancora – già oggi esistono norme che individuano costi standard per le prestazioni (cosa che non esiste per i ministeri) ed a breve gli enti locali saranno chiamati a rispondere del loro mancato rispetto, mentre i ministeri potranno continuare indisturbati a sperperare risorse pubbliche». Mentre Vasco Errani, dalla presidenza della Conferenza delle Regioni, si spende in una breve chiosa, in cui questa bozza non è che il manifesto «di atto unilaterale contrario al federalismo».

Quando infine prende la parola Francesco Boccia, coordinatore delle Commissioni Economiche del Gruppo del Pd alla Camera, si raggiunge la definizione di «pasticcio elettorale». «Se il federalismo esalta le autonomie – afferma – la reazione di Comuni e Regioni dimostra che il decreto approvato oggi va in direzione completamente opposta. Il Consiglio dei ministri è riuscito nell’unico obiettivo di mettersi contro tutti, varando un provvedimento unilaterale che va completamente riscritto: è solo un gran pasticcio da campagna elettorale».

Ginevra Baffigo

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