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***Monicelli e l’Italia***
UNO DEGLI ZII DELLA NOSTRA NAZIONE
di FABRIZIO ULIVIERI
Immagine di copertina di CARLO TRAINA

novembre 30, 2010 di Redazione 

Uno degli unificatori – e dei (ri)generatori – della nostra cultura (popolare). Il ricordo. di CARLO TRAINA e FABRIZIO ULIVIERI

Nella foto, di Carlo Traina, Mario Monicelli alla manifestazione del Popolo Viola il 27 febbraio 2010

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di FABRIZIO ULIVIERI

Monicelli faceva parte della mia vita, della mia cultura, del mio corpo oserei dire. Io sono nato che già lui esisteva. Io sono cresciuto con lui che dominava il cinema, i giornali e la cultura. Andandosene, come ogni volta che se ne va qualcuno, io perdo un pezzo di me, un riferimento, una certezza di questa mia condizione umana.

Un uomo che aveva firmato ben 66 film e quasi 90 sceneggiature era un pezzo costante della mia esistenza quotidiana. Era quasi, per usare un termine della filosofia stoica, un logos spermatikòs, una “ragione seminale” della mia vita, un principio vivente ed attivo (poioun) che si era diffuso nella cultura italiana in generale e nella mia in particolare, garantendo la mia unità all´esistenza quotidiana di questo paese e viceversa.

Ecco perché non muore solo un Maestro, ma anche e soprattutto una parte di storia mia personale oltreché nazionale.

Io dico sempre che nei figli si ripercuote come una memoria storica per cui tendono a ripetere nel tempo i comportamenti dei genitori, e Mario Monicelli ha deciso di uccidersi come lo fece suo padre. Vorrei solo immaginare che l´abbia fatto per amore o ad onore della scelta che fu del padre per sentirsi a lui più vicino nel momento terminale della sua vita. Nel momento in cui ha sentito, forse, l´Unità stessa della ricongiunzione a quel padre morto tanti anni prima e che, voglio sperare, non aveva mai dimenticato. I figli sono gli ultimi a portare la memoria storica dei genitori. Dopo i figli quella memoria ha buona possibilità di essere cancellata dalla memoria del Mondo. E per sempre.

Il Mondo (almeno quello cinematografico) si era comunque dimenticato di Mario Monicelli, lo aveva tagliato fuori dai ritmi del lavoro e della modernità e di questo lui certamente ne soffriva: “La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena” aveva affermato in un´intervista.

Toscano come me, profondo conoscitore di Firenze che immortalò nelle scene di “Amici miei”, me lo voglio ricordare così, come è in questa foto (sotto): sospeso in aria sopra questa città teatro delle sue riflessioni cinematografiche dal riso amaro e teatro della mia vita quotidiana, non sempre felice.

FABRIZIO ULIVIERI

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