Top

Cruciani: ‘Gli studenti non sanno perché’ Ora vi spieghiamo riforma e controversie Bersani: ‘Governo la ritiri e correggiamo’ Sì, perché merito e efficienza sono valori Università e ricerca d’eccellenza il futuro

novembre 26, 2010 di Redazione 

L’Italia si salva non solo se si ridà una rotta, ma anche se questa rotta è tale da moderniz- zarla e rifarla grande. In questa chiave qualche sacrificio è necessario. Un’università d’eccellenza non è più rinviabile; e così una ricerca che funzioni e non rappresenti solo uno spazio da occupare (in tutti i sensi). Per questo non è pensabile il mantenimen- to dello status quo. Da che punto di vista? Il numero degli atenei, il numero dei corsi sono superiori alle necessità e alle possibilità. L’università accessibile a tutti è un presupposto imprescindibile, ma poi devono subentrare meccanismi di selezione meritocratica. La ricerca deve produrre, o non è; e a questo fine è necessario trovare un equilibrio tra eccessiva precarizzazione e posto fisso improduttivo. Ginevra Baffigo, all’interno, ci racconta il ddl Gelmini.

Nella foto, Maria Stella Gelmini

-

di Ginevra BAFFIGO

Da Nord a Sud, dunque, manifestazioni e cortei contro la riforma Gelmini. Occupati il Colosseo, la Torre di Pisa, la Mole Antonelliana. A Roma, sit-in davanti a Montecitorio. Nel capoluogo lombardo la protesta sale sul tetto della facoltà di Fisica della Statale, dove decine e decine di studenti passeranno la notte per ribadire il proprio ‘no’ alla riforma degli Atenei.

Ma provando a sviscerare il tema, cos’ha provocato tutto questo? Che cosa non piace di questa Riforma in particolare?

Il testo Gelmini consta di 25 articoli, suddivisi in tre titoli. Primo fra tutti, una nuova organizzazione del sistema universitario, che dovrebbe riavviare il settore dell’istruzione terziaria. A seguire, un’ampia delega al governo, già impegnato nella stesura di decreti su qualità ed efficienza, tale da rilanciare il merito. Ed infine, nuove regole per il reclutamento dei docenti e dei ricercatori, colpo letale – sostiene l’esecutivo – contro la piaga del baronato, in cui molti esponenti della maggioranza riconoscono il mandante delle proteste.

Ma al di là della sovrapposizione con un insorgente, quanto sospetto, baronato ‘attivo’, la critica degli accademici e di molti esponenti del mondo della Cultura è altra: si guarda con terrore e rabbia alla deriva aziendalistica dei futuri atenei insita, a detta dei manifestanti, nel testo della Riforma. Altrettanto grave è lo sguardo che si posa sulla definitiva precarizzazione della ricerca universitaria e dei ricercatori, nonché sull’indebolimento delle attuali misure a tutela del diritto allo studio.

Secondo il disegno partorito da palazzo Madama, a capo degli atenei del futuro ci saranno i rettori alla presidenza di organismi, quali ad esempio i consigli di amministrazione, nei quali sederanno soggetti esterni al corpo accademico assieme a nuclei di valutazione, per esaminare qualità ed efficacia dell’offerta formativa. La figura del rettore si ammanterà così di nuovi onori e oneri: sarà il rappresentante legale dell’ateneo e delle funzioni di indirizzo, di iniziativa e di coordinamento delle attività scientifiche e didattiche.

A tal proposito, per spiegare i timori di prof e ricercatori, vi riportiamo le parole dell’Associazione dei docenti universitari: «Occorre impedire la confisca degli atenei statali da parte della Confindustria e dei rettori della Crui. Con l’Anvur (l’agenzia nazionale per la valutazione di università e ricerca, ndr) e il ministero dell’Economia si vuole commissariare il sistema nazionale dell’università, con i rettori-sovrani assoluti, affiancati dai rappresentanti delle oligarchie locali economico-politiche, si vogliono commissariare gli atenei, trasformati in Asl».

Il ministero ha però pensato di introdurre anche altre novità per migliorare la qualità, l’efficienza e l’efficacia dell’attività didattica e di ricerca gli atenei. Tra le norme riguardanti ‘qualità ed efficienza’ troviamo infatti la costituzione di un Fondo per il merito, il cui fine sarà quello di promuovere l’eccellenza ed, appunto, il merito fra gli studenti grazie a borse e premi di studio. Ma anche su questo il Corpo Accademico italiano ha da ridire: sarà infatti il ministro Gelmini, per mezzo di decreti ad hoc, a stabilire le modalità di accesso e l’ammontare dei premi. La delega al governo “in materia di interventi per la qualità e l’efficienza del sistema universitario” è così ampia, che neppure il versamento di finanziamenti statali e privati, riuscirà a distrarre i preoccupati docenti e studenti italiani.

Con uno o più decreti-legislativi il governo potrà «introdurre meccanismi premiali nella distribuzione delle risorse pubbliche» agli atenei e riesaminare «la normativa di principio in materia di diritto allo studio». Ma l’ottimismo del ministro evidentemente non è contagioso, vista la risposta di studenti e ricercatori: «Epocale sarebbe la cancellazione del diritto allo studio, con i tagli, l’abbattimento della qualità dell’insegnamento e l’emarginazione o chiusura della maggior parte degli Atenei». La preoccupazione per i fondi è un nervo scoperto: i finanziamenti per il 2010 non sono stati ancora versati, e a dar conferma del buco nero che si apre sul fronte Università arrivano le parole di Tremonti che promette un rifinziamento di 800 milioni di Euro da formalizzare nella legge di stabilità.

Per diventare docente di prima o seconda bisognerà ottenere l’Abilitazione scientifica nazionale, attribuita da una commissione sorteggiata da appositi elenchi nazionali in base ai titoli e alle pubblicazioni. Si dovrà poi mantenere fede ad un contratto che richiede a professori e ricercatori mille e 500 ore di insegnamento se a tempo pieno, 750 se a tempo definito. I contratti a tempo determinato soffriranno di nuove incertezze. Viene infatti spostato ulteriormente il traguardo del posto fisso: il contratto di 3 anni sarà rinnovabile solo una volta, dopo di ché o ci sarà una migrazione nel ruolo di associati oppure si sarà estromessi dall’Ateneo. Metà dei 24 mila ricercatori italiani si sono dichiarati “indisponibili”, quest’anno, all’insegnamento. “Quando vedremo intere linee di ricerca cancellate e interi corsi di laurea aboliti da consigli di amministrazione composti da provetti amministratori aziendali – scrive la Rete29aprile – sapremo chi ringraziare”. Temono la “rottamazione”.

E per i ‘vecchi’ ricercatori? Il ruolo è ad esaurimento posti. Per quanto il ministero abbia assicurato un numero elevato di concorsi per diventare associati. A fronte dei nuovi tagli nascono comunque nuovi fondi, uno per gli studenti meritevoli, uno per i docenti ed i ricercatori migliori. Ma come per le matricole ribelli anche per i prof sarà previsto un “collegio di disciplina”, che potrà avviare nei confronti degli stessi l’azione disciplinare.

E per chi ambisce ad una cattedra? Saranno i singoli atenei a chiamare i docenti, in base ad un bando pubblico. Saranno sempre gli atenei poi a conferire gli assegni di ricerca e a stipulare i contratti, a titolo gratuito o oneroso, per le attività di insegnamento. Potranno inoltre assumere ricercatori a tempo determinato, con contratti triennali prorogabili una sola volta.

***

A Montecitorio però la Riforma sembra a questo punto meno certa. Il governo è stato nuovamente battuto alla Camera. L’emendamento di Futuro e libertà all’articolo 16 del disegno di legge di riforma dell’università, firmato Granata, su cui l’esecutivo aveva dato parere contrario, passa con 261 no, 282 sì e tre astenuti.

Il voto finale di Montecitorio sul provvedimento, previsto per il pomeriggio, slitta così a martedì, e solo dopo il ddl potrà approdare in Senato.

Mariastella Gelmini, di fronte al nuovo stop della Camera, minimizza con eleganza: non era un emendamento «particolarmente significativo, ma se saranno votati emendamenti il cui contenuto stravolge il senso della riforma, mi vedrei costretta a ritirarla». Bersani non se lo fa ripetere due volte: «Gelmini ritiri subito il ddl e iniziamo a discutere come correggere alcune distorsioni di questa legge e come trovare risorse per sostenere diritto allo studio e alla ricerca».

Dario Franceschini, capogruppo del Pd, legge piuttosto nel risultato un risvolto di politica politicante: «I numeri per la sfiducia ci sono: si tratta solo di verificare la volontà politica di far cadere il governo». A questi segue immediata la replica del capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto: «La maggioranza non è in balia di nessuno. La verifica vera sulla sua esistenza o meno ci sarà il 14 dicembre: se ci sarà una maggioranza occasionale, provocatoria o raccogliticcia, chiederemo al presidente della Repubblica di tornare dal corpo elettorale». Il ministro Alfano sostiene piuttosto la tesi della Gelmini: «Si trattava di un emendamento del tutto ininfluente rispetto alla legge, ma rientra in un copione: una o due volte al giorno bisogna far andare sotto il governo per dimostrare l’indispensabilità di Fli».

Confindustria: Emma Marcegaglia chiede «a tutte le forze politiche di approvare nel più breve tempo possibile la riforma dell’università, pur se è perfettibile, perché introduce elementi importanti per una governance più efficiente e per una migliore valutazione del merito. Sarebbe veramente inaccettabile che per litigi interni cadesse».

Bersani 110 e lode. Il leader Pd, in aula, si dilunga sulla querelle con il ministro, «mi dà dello studente ripetente» rimarca l’oltraggiato segretario, che per questo lancia subito la sfida: «Domani metterò su internet il mio voto di laurea e di tutti gli esami sostenuti. Mi aspetto che Gelmini faccia altrettanto, compreso – e qui Bersani consuma quel piatto che va servito freddo – il giro turistico a Reggio Calabria». Il ministro ha infatti sostenuto il proprio esame di Stato di abilitazione all’avvocatura in quel del capoluogo calabrese, pur essendo di Brescia. E si dice non senza qualche aiuto.

Ginevra Baffigo

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom