Top

***La polemica***
SAVIANO, VIENI VIA CON SCIASCIA
di ANNALISA CHIRICO

novembre 22, 2010 di Redazione 

Terza puntata di Vieni via con me. Il filo conduttore è il discorso sulla criminalità organizzata. Ma c’è una questione, rimasta sullo sfondo, inevasa, della quale (“solo”) si occupò, a fine anni Ottanta, lo scrittore di Racalmuto: quella dei «professionisti dell’antimafia», ovvero coloro che sul (presunto) impegno – culturale, giornalistico e/o giudiziario – contro le mafie costruiscono una carriera. Sciascia fu oggetto di duri attacchi e di un vero e proprio ostracismo da parte dell’allora sinistra (post?-)comunista, che non aveva mosso un dito (anzi) per difendere Giovanni Falcone dalla cosiddetta «macchina del fango», secondo alcuni osservatori “messa in moto”, tra gli altri, dall’allora sindaco di Palermo e oggi portavoce di Italia dei Valori Leoluca Orlando. Oltre destra e sinistra. Onestà e responsabilità. Per essere liberi – di vedere, e di dire e sostenere solo ciò che è vero e giusto. E’ la lezione (implicita) dell’autore di Todo modo, ripresa oggi dalla giovane esponente Radicale sul giornale della politica italiana, che ne è il propugnatore attuale. di ANNALISA CHIRICO

Nella foto, Roberto Saviano

-

di ANNALISA CHIRICO

Fabio Fazio e Roberto Saviano confezionano un prodotto che funziona. Eppure, anche dopo la prima puntata non sono mancate le critiche per le numerose lacune contenute nella ricostruzione della macchina del fango contro Giovanni Falcone. In particolare, Filippo Facci e Lanfranco Pace hanno imputato allo scrittore campano, corteggiato a destra e a sinistra, una serie di omissioni niente affatto casuali, volte a coprire le pesanti responsabilità del gruppo di Leoluca Orlando e della stampa di sinistra, Repubblica e Unità in testa.

E´ stato citato l´attentato dell´Addaura, quando la cricca di Orlando sostenne pubblicamente che si trattava di un´abile operazione orchestrata dallo stesso Falcone per farsi un po´ di pubblicità piazzando cinquantotto candelotti di tritolo in mezzo agli scogli vicino alla sua casa al mare. E´ stata citata la vicenda del “corvo”, autore di lettere anonime per danneggiare il magistrato palermitano; peccato però che Saviano non abbia aggiunto un particolare importante, cioè che un altro magistrato, Alberto di Pisa, fu colpito dall´ingiusta e infamante accusa di essere il “corvo” per essere poi assolto in tribunale. Si raggiunse probabilmente l´apice della diffamazione quando nel 1990 Orlando si scagliò contro Falcone, già direttore degli Affari penali per il Ministero di Martelli, accusandolo di tenere “chiusi nei cassetti” alcuni documenti su delitti eccellenti della mafia. Uno smacco durissimo per la reputazione e la carriera del sempre più isolato magistrato.

Delle parole dolorose di Ilda Boccassini, Saviano ne ha riportate solo alcune. Non ha citato, per esempio, queste: “Avete fatto morire Giovanni Falcone, lo avete fatto morire con la vostra indifferenza”. Oppure queste altre, riportate in un´intervista a Repubblica del 2002: “Non c´è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità. Eppure le cattedrali e i convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di “amici” che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito”. E ancora più esplicito fu Paolo Borsellino nel 1992: “Il vero obiettivo del Csm era eliminare al più presto Giovanni Falcone”.

A me Saviano piace. Ne apprezzo la prosa, la passione civile, la scelta consapevole di vivere in uno stato di libertà “limitata”, in nome di un ideale che diventa una ragione di vita. E stimo la tenacia di un ragazzo che s´è fatto da sé. Tuttavia, posso dirmi immune dalla “savianite” acuta. Desidero, invece, mettere in guardia lui, e con lui quanti brandiscono come armi ideologiche di massa le ormai celebri “agendine rosse” (sebbene sia stata smentita l´idea, già di per sé poco credibile, che Borsellino andasse in giro con un´agendina su cui appuntava nientemeno che i segreti del rapporto tra Stato e mafia), desidero metterli in guardia da quella degenerazione che Leonardo Sciascia, già parlamentare radicale, denunciò nel celebre articolo pubblicato sul Corriere della Sera nel gennaio del 1987 e intitolato “I professionisti dell´antimafia”.

Tra i bersagli di Sciascia c´era anche l´oggi dipietrista Orlando, il sindaco della “primavera” palermitana, che, secondo l´autore de “Il giorno della civetta”, utilizzava la battaglia contro la mafia per fare carriera trascurando i suoi doveri amministrativi. Del resto, diceva Sciascia, chi mai si sarebbe messo contro di lui, presentando una mozione di sfiducia o sfidandolo apertamente? Nessuno, pena la taccia di mafioso.

Più avanti, nello stesso articolo, Sciascia parlava di Paolo Borsellino divenuto procuratore capo a Marsala, sebbene, come veniva espressamente indicato nel Bollettino straordinario n. 17 del Csm, gli altri contendenti vantassero una maggiore anzianità di servizio e una altrettanto indiscussa onorabilità e capacità professionale. A favore di Borsellino, però, c´era la sua “specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata e di quella di stampo mafioso in particolare”. Mica quisquilie.

Per Sciascia, però, era come se il Csm si fosse dichiarato disposto a sacrificare i criteri con cui normalmente provvedeva ad affidare gli incarichi, in nome di una “specializzazione” meritevole, a differenza di altre, di una maggiore considerazione civile. Era come se per il Csm la candidatura di Borsellino fosse più “giusta” della “regola” (discutibile, ma correntemente applicata) che l´organo di autogoverno dei giudici era chiamato a rispettare. E questo non portava ad adeguare, ma ad aggirare la regola, a fare dell´anti-mafia, dentro gli stessi palazzi della giustizia, un´eccezione particolarissima, alla stregua della mafia.

Per Sciascia, che era sensibilissimo all´idea della legalità come “rispetto della regola”, questo era un segno dei tempi, e non dei più promettenti. L´anti-mafia non era solo impegno civile e culturale, ma poteva diventare conformismo, profitto e “carriera”. Anzi, lo era già diventata.

L´Italia si divise. Sciascia l´eretico o Sciascia l´uomo libero? I “compagni” divennero i difensori dei dogmi dell´antimafia, in una tempesta di intolleranza. Secondo il Coordinamento antimafia, presieduto da Carmine Mancuso (poliziotto amico di Orlando), Sciascia era un “quaquaraquà” da collocare “ai margini della società civile”. Qualcuno aveva osato toccare l´intoccabile; qualcuno aveva osato affermare che l´antimafia, senza il rispetto delle garanzie dello stato di diritto e ingabbiata in un discorso puramente ideologico, diventa uno strumento di potere speculare alla mafia, anche in un sistema democratico. L´emergenza mafiosa come base dell´emergenzialismo anti-mafioso, a cui Sciascia, garantista a 360 gradi, non voleva rassegnarsi, avrebbe portato alla disfatta dello Stato di diritto.

Saviano, che è autore non banale – e per questo “merita” le bastonate di Travaglio che gli rimprovera di non partecipare alla guerra civile nelle truppe regolari della resistenza anti-berlusconiana e di scartare di lato troppo spesso – dovrebbe approfondire le parole di un irregolare come Leonardo Sciascia, che non a caso è stato proprio Gianfranco Fini, in questo periodo, a ricordare, ammonendo i giovani palermitani durante una manifestazione pubblica: “Ricordatevi di lui che aveva visto tante cose giuste, ad esempio sui professionisti dell´antimafia”.

ANNALISA CHIRICO

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom