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Ogni settimana al cinema con il Politico.it Oggi è la volta di politica internazionale Italia vale più di “amico Putin” e + truppe La nostra civiltà sarà al servizio di tutti

novembre 21, 2010 di Redazione 

La politica delle relazioni interpersonali del presidente del Consiglio. Il gioco di prestigio dell’invio di un contingente numeroso in Libano del governo Prodi. Di cui pure l’allora segretario generale dell’Onu Kofi Annan riconobbe la leadership. E che era tornato a mettere in campo una vera diplomazia. Del resto la colpa non è nemmeno dei protagonisti della nostra politica autoreferenziale di oggi (non direttamente almeno). Se non abbiamo un peso rilevante sullo scacchiere internazionale non è tanto per il valore più o meno assoluto delle nostre attuali scelte di politica estera (che pure fanno la differenza, in tutti i sensi), bensì perché – sia ben chiaro, così che possiamo superare tutto questo - non contiamo più nulla. E non, perché i nostri militari non si facciano valere (anzi). Ma perché la nostra è una potenza (economica, culturale) (appunto) decaduta e in declino. Quando, nell’estate del 2006, l’allora presidente del Consiglio Prodi decise di inviare il più vasto contingente a presidiare i confini tra Libano e Israele dopo la pioggia di razzi di Hezbollah e la dura risposta militare israeliana, guadagnandosi il diritto del comando della coalizione internazionale nel Paese dei cedri, il nostro Paese – tutti noi – ebbe per un momento l’illusione di essere tornato quello di cui, come scriveva Berchet, una volta tutti avevano rispetto e persino timore (reverenziale, non certo per una disposizione bellicosa che, deviazioni mussoliniane a parte, non è nel nostro DNA: noi siamo la nazione della civilità, della cultura, della competizione, sì, ma all’insegna del progresso e per il bene di tutti). Ma era solo un’illusione. Come racconta il prof. Parsi a Pietro Salvatori sul giornale della politica italiana, inviare più soldati è un modo per sopperire alla mancanza di peso politico e diplomatico, un modo di trovare a valle ciò che non si riesce a costruire a monte – ma così arriviamo solo laddove i processi vengono finalizzati; siamo degli esecutori. Mentre il nostro ruolo è una leadership illuminata. Come recuperiamo peso? Tornando grandi. Recuperando (anzi, scoprendo, per la prima volta nella nostra Storia) il senso della nazione e gettandoci a capofitto nel nostro nuovo Risorgimento di cui il Politico.it è il principale avamposto per la costruzione del possibile, nuovo Rinascimento. E credendo, puntando nell’Europa come – potremmo dire – nostra proiezione – proiezione della nostra civiltà, insieme a quella di tutti i nostri (futuri) connazionali europei – nel confronto con le altre nazioni. L’Italia può tornare ad essere la culla della civiltà. E, con essa, del mondo. Ulivieri ora, con un’anteprima e un film nelle sale in queste ore. Terrorismo e regime di Hussein. il Politico.it è anche il giornale del cinema, che torna a svolgere il proprio ruolo civile e (in senso lato, e quindi stretto) politico. Il giornale di Attilio Palmieri, tra i più brillanti giovani studiosi italiani. E del nostro critico. Buona domenica, buon cinema e – soprattutto – buona politica con il giornale della politica italiana.

Nella foto, 2006, conferenza di pace sul Libano: l’Italia torna al tavolo dei grandi. Ma non ci sarebbe potuta “restare”. Per potere tornare a contare, dobbiamo rifarci grandi (nel nostro seno)

Anteprima

Carlos

REGIA:
Olivier Assayas

ATTORI:
Edgar Ramirez
Alexander Beyer
Julia Hummer
Nora von WaldstättenAnna Thalbach

GENERE: Drammatico

DURATA: 330 min. (Versione originale)

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di FABRIZIO ULIVIERI

Un colosso da tre ore per la storia di Ilich Ramirez Sanchez, alias Carlos (Édgar Ramírez), la rock star del terrorismo. Così ce lo presenta Olivier Assayas, il regista. Un viaggio interminabile ma affascinante (accompagnato da belle musiche rock) nei meandri del terrorismo internazionale degli anni Settanta: gruppi rivoluzionari e servizi segreti all’opera in ogni parte del mondo. Una rock star, Carlos, sempre al servizio del suo ideale: la causa palestinese e la lotta all’imperialismo ed al sionismo.

Sono gli anni Settanta, gli anni, come li definisce Assayas, della velocità della sopraffazione del politico sul privato. Ed in effetti il film si muove su questa linea. In Carlos non esiste il privato: esistono donne, sesso e alla fine anche l’amore per la sua compagna e poi moglie, Magdalena Kopp (Nora von Waldstätten). Ma la sua vita è votata alle armi, che sono un’estensione del suo corpo come la chitarra lo era per Jimi Hendrix. Una vita votata all’azione e al combattimento.

Il film salta da Parigi a Londra, Vienna, Algeri, Baghdad, Berlino, Damasco fino ai campi di addestramento palestinesi. Ci sono proprio tutti i servizi segreti: Stasi, KGB, servizi segreti siriani e tutti si muovono per il Lebensraum (spazio vitale) del Comunismo. Ci sono le famose RZ, Revolutionäre Zellen che collaborarono attivamente con Carlos, forse anche per la strage di Bologna del 2 agosto 1980; c’è la Bewegung 2. Juni (Movimento 2 giugno) un gruppo tedesco di guerriglia urbana che prese il nome dalla morte del 2 giugno 1967 di Benno Ohnesorg, studente a Berlino ovest, ad opera del poliziotto Karl-Heinz Kurras, rivelatosi poi un agente della Stasi.

E’ un film che si potrebbe pensare girato per la TV, ma alla fine non lo è. Si avvicina invece molto al modo di girare di Uli Edel (Der Baader Meinhof Komplex).

E ciò che sorprende fin da subito è la visione globale del regista Assayas, che padroneggia sapientemente le fitte connessioni internazionali del terrorismo internazionale figlio della Guerra Fredda che negli anni Settanta insanguinò l’Europa di allora come ora quello Islamico.

Alle azioni rappresentate nel film vengono affiancati filmati d’epoca che conferiscono profondità e velocità (cambio di passo). Un film ben documentato, come emerge soprattutto dai dialoghi, che sa ricostruire bene gli scenari e i costumi (abitudini, moda, stile di vita) di quegli anni. Si respira veramente l’atmosfera degli anni Settanta, anni irripetibili, a torto o a ragione, per molti motivi.

Carlos nel film si muove come una rock star (pare proprio Bono degli U2), in particolare si veda la resa agli algerini dopo il fallimento del sequestro degli ostaggi della conferenza Opec a Vienna del 21 dicembre 1975. Epocali le scene in aereo nella fuga da Vienna. La tensione del gruppo di Carlos a causa del “tradimento” degli algerini, del rifiuto dei libici di accogliere l’aereo e dell’indifferenza dell’Iraq che volta loro le spalle dopo avere promesso il sostegno.

Bravo l’attore, Édgar Ramírez, grande il regista, Olivier Assayas. Un film che merita almeno quattro stelle e mezzo se non altro per la storia che riesce a mettere in scena in modo fresco e moderno. Una storia forse sfiancante per la lunghezza ma affascinante per i contenuti. Un film imperdibile, che vi consiglio assolutamente di vedere non appena uscirà in Italia.

FABRIZIO ULIVIERI

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Nelle sale

I fiori di Kirkuk

REGIA:
Fariborz Kamkari

ATTORI:
Morjana Alaoui
Ertem Eser
Mohammed Bakri
Mohamed Zouaoui
Maryam Hassouni

Titolo originale Golakani Kirkuk

GENERE: Drammatico

Durata: 115 min.

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di FABRIZIO ULIVIERI

1988 il regime di Saddam Hussein inizia una epurazione del popolo curdo. Najla che da anni studia medicina in Italia, a Roma, ritorna a Baghdad per ritrovare Sherko, il suo ragazzo, un medico curdo che è rientrato in patria per aiutare il suo popolo e fuggito da Najla per non metterla in pericolo: essere curdo è una colpa ed aiutare un curdo è ancora più grave per un’araba.

Najla è una ragazza dai costumi ormai occidentali. Si è italianizzata e per la ricca famiglia dello zio dove vive dopo la morte dei genitori è un problema, soprattutto per il cugino Rasheed, con il quale avrà molti scontri a causa del suo amore per Sherko che è curdo, la razza odiata dagli iracheni che li considerano a livello di animali.

Il film vorrebbe essere, forse, una bella favola d’amore a metà strada fra Bolly e Holly – wood, che però finisce per narrare l’ostinata ingenuità di una ragazza che non conosce il senso della realtà, quello che sta succedendo nel suo paese. Il film ha delle spinte drammatiche belle, ma scade di tono nel volerci presentare la versione di una Giulietta&Romeo story, made in Iraq, con frasi talora assai ricercate, che insistono a indicare bellezza e poesia, ma di fatto risultano troppo sdolcinate e grossolane.

E in tutta onestà ci vuole anche una buona dose di pazienza per seguire le vicende uterine di questa ragazza, testarda, capricciosa, ostinata e ribelle, incapace di ragionare. Cieca di un amore assurdo, dipinto troppo di rosa, che esiste solo nei film. E non rende nemmeno giustizia alle donne dipingendole, in modo così stereotipato, come diaboliche in amore fino ad accettare di convivere con il male (Najla infatti accetterà di lavorare con i servizi interni – la Stasi di Saddam Hussein) in nome di un bene che è solo quello dell’amato, che dopo averlo salvato con tutte le arti femminili a disposizione abbandonerà inspiegabilmente per andare a farsi fucilare senza una ragione valida tranne quella di una nuova ischemia uterina.

La nota positiva di questo film? Che ci fa vedere e capire dall’interno come funzionava il regime di un boia.

Due stelle.

FABRIZIO ULIVIERI

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