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Diario politico. Toujours autoreferenziale – Non bastava una legislatura buttata via – Non bastava mese per il voto di fiducia Ora si discute di chi si alleerà con chi (?) Ma dove sono le proposte per il Paese? Non si concepiscono a tre giorni dal voto

novembre 18, 2010 di Redazione 

Perché i progetti per il futuro dell’Italia devono essere frutto (innanzitutto) dell’assunzione di responsabilità di leadership illuminate ma che (sono tali purches)siano libere dalla pressione della caccia al consenso, e maturare e verificarsi (in tutti i sensi) in una prospettiva di lungo corso nel tempo. Come si può affidare il nostro Paese a chi decide cosa fare a tre mesi dalle elezioni, seduto ad un tavolino, con non uno ma due occhi rivolti a cosa fa prendere un voto in più? Questa politica italiana deve cambiare completamente registro. Deve passare dalla discussione su di sé e sul cosa ad una discussione giorno per giorno sul come, in cui ciascuno propone un proprio piano (possibilmente complessivo) ed entra nel merito non solo delle questioni, ma di come affrontarle (nell’ambito del piano complessivo, in chiave generale: non si tratta di entrare nelle tecnicalità). E non basta, appunto, che ciò avvenga con la “pistola puntata” della scadenza elettorale perché ciò dimostra che non c’è nessun interesse per le idee e quindi per l’Italia. E quelle (poche) proposte che finiranno nella discussione non saranno le migliori possibili, perché figlie di una forzatura e non di una riflessione culturale. Se oggi la nostra politica si diletta di alchimie elettorali è solo perché è sempre quella politica italiana autorefe- renziale che da quindici anni – con le brevi parentesi dei governi di Romano Prodi – tiene in ostaggio un Paese che se continua così è avviato ad un declino inarrestabile che ci farà finire in fondo a quelle classifiche i cui bassifondi già cominciamo a frequentare. Il che si traduce in povertà: povertà economica, (quindi) sociale, (quindi) culturale, quindi di nuovo economica e nel circolo vizioso si sa quando si entra ma non quando (eventualmente) si uscirà. E’ necessario un colpo di reni, un cambio di passo, e il momento per cominciare a farlo era… ieri, ma siamo ancora (per poco) in tempo. Allora lanciamo un appello alla nostra politica autorefe- renziale di oggi: a partire da oggi, parlate di ciò che volete fare per il nostro Paese; non importa se ancora non si sa se si va al voto e quando. Il punto è proprio questo: non dipende da ciò. L’Italia aspetta questo da decenni. Cominci un grande dibattito di merito, e sarà stato fatto un piccolo passo verso il superamento dell’attuale condizione. Il nostro è un grido disperato: sappiamo che difficilmente questa nostra politica, incancrenita ormai da troppo tempo, potrà trovare (dove?) le risorse per questo colpo d’ala. E del resto non è un colpo d’ala in sé che serve ma questo come avvio di un impegno stabile e duraturo. A questo fine non tutti hanno una chance, ma il Pd e l’Italia ce l’hanno: Bersani ascolti il nostro suggerimento, invece di baloccarsi in ipotesi di alleanze con la sinistra o con il centro. Fate un passo indietro. E’ per il nostro Paese. Il racconto delle ultime ore, all’interno, è di Ginevra Baffigo.            

Nella foto, il paradigma dell’autoreferenzialità: l’abbraccio (soffocante, per il Paese, perché fine a se stesso) tra Casini e D’Alema

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di Ginevra BAFFIGO

Count-down per la legislatura: l’attenzione della politica italiana è tutta rivolta al punto interrogativo che pende su palazzo Chigi. Fiducia o voto: queste le uniche due opzioni contemplate dal premier. Silvio Berlusconi oggi, infine, mette in chiaro la propria posizione rivolgendosi direttamente ai cronisti: il 14 dicembre sarà «il giorno in cui si deciderà se l’Italia può avere quella stabilità importante per resistere alla crisi». «Non credo che si possa fare un Berlusconi bis – ribadisce il presidente del Consiglio – Serve la fiducia, serve un governo solido, non possiamo contare su chi non garantisce la stabilità. Senza la fiducia andremo al voto».

Cambiamenti in formazione. Ma da oggi al 14 dicembre tutto può succedere. Soprattutto in un’arena politica agitata come quella italiana: i due schieramenti non fanno che comporsi e ricomporsi in instabili geometrie, che poi ognuno è pur legittimato a leggere ed interpretare a proprio vantaggio.

Il Cavaliere è infatti convinto di poter incassare la fiducia sia al Senato che alla Camera, per quanto c’è chi sostiene che questo sia matematicamente impossibile. Proprio così: i numeri, che solo in politica diventano relativi e opinabili, a Montecitorio non ci sono. O almeno non ancora. Alcuni finiani, come abbiamo visto martedì, potrebbero sentire la pressione della potenziale fine della legislatura (per così dire) e rientrare nei ranghi, quelli del Pdl ovviamente.

A tal proposito torna a calcare l’arena Daniela Santanchè, che affiancati i coordinatori La Russa e Verdini, porta avanti una vera e propria campagna-recupero degli scismatici. Quello dell’onorevole Angeli sembra dunque non un caso isolato: altri sarebbero pronti, a detta della Santanchè, a seguirne la scia. Non c’è per questo alcun «calciomercato», ci tiene a precisare Daniela: «E’ partita una controffensiva. Noi non telefoniamo: ci telefonano. Sono esponenti di Futuro e Libertà che avrebbero promosso una riunione al loro interno per dire che mai voteranno la sfiducia al governo Berlusconi». Ma per quanto da casa Pdl smentiscano il “calciomercato parlamentare”, il totonomi è ormai di pubblico dominio: “a rischio” c’è, tra gli altri, Giuseppe Consolo: «Non ho ancora deciso quello che devo fare: dipende molto da quello che Fli deciderà di votare su determinate questioni. Leggo il mio nome nella lista dei “calciatori in vendita”: sono tutte baggianate. Noi non siamo una caserma, siamo allineati per stima, affetto e amicizia (e la politica?, ndr) a Fini ma non prendiamo ordini».

14 dicembre vs 27 marzo. Mentre la crisi resta in sospeso, c’è chi insiste sulla tenuta della maggioranza. Umberto Bossi martedì aveva ribadito che «duriamo fino al 27 marzo». Oggi interviene La Russa a dargli man forte: sarebbe più che plausibile nel caso in cui la fiducia non fosse confermata. Altri rumors di palazzo indicano invece nel 10 gennaio la possibile data di scioglimento del Parlamento. Una conferma sembra darla anche il primo cittadino della Capitale. Gianni Alemanno, partecipando al vertice alla Camera tra coordinatori e capigruppo della maggioranza, chiosa: «il Pdl scalda i motori per le elezioni».

Il monito dal Colle. Giorgio Napolitano torna a rivolgersi all’Esecutivo anche oggi. Riferendosi alla giudiziosa priorità data alla legge Finanziaria, il capo dello Stato non riesce a trattenersi: «Avremo bisogno di altri segni di questo senso di responsabilità anche nei tempi a venire». Berlusconi non manca di recepire l’indiretta e prontamente replica ai microfoni dei cronisti: «Mi sento assorbito da questa responsabilità. Del resto non ho proferito nessuna parola nei confronti di questo nuovo gruppo, di questo nuovo partito. Sopporto tutto, guardo sempre al problema della stabilità, dei titoli che ogni giorno dobbiamo vendere: sono 250 miliardi il prossimo anno».

Ma altre sono le “responsabilità” che bussano alla porta di casa Berlusconi. Il 14 dicembre infatti la Consulta dovrà esprimersi sulla costituzionalità del legittimo impedimento (la via “legale” per sospendere i processi Mills, Mediaset e Mediatrade).

Querelle Saviano-Maroni. Dopo lo scambio stridente di martedì fra il ministro dell’Interno, Roberto Maroni e gli autori della trasmissione televisiva Vieni via con me, la notizia di oggi dovrebbe far sfumare i toni del dibattito in un grande, e fin troppo atteso, sospiro di sollievo.

‘O Ninno è stato arrestato. La lunga latitanza di Antonio Iovine, il boss della camorra, uno dei criminali più pericolosi nella lista del Viminale, è finita.

Il ministro Maroni è il primo a diffondere la notizia e nel farlo non nasconde la propria soddisfazione: «Oggi è una bellissima giornata per la lotta alla mafia». «È un giorno felice – conferma il procuratore capo di Napoli, Giandomenico Lepore – anche perché l’operazione dimostra che forze dell’ordine e Dda di Napoli riescono a ottenere importanti risultati sul territorio. Iovine – continua Lepore – era uno dei due latitanti più importanti dei Casalesi, l’altro è Michele Zagaria. Ora ci resta da arrestare anche lui». «Firmerò subito la richiesta di 41 bis» è l’annuncio del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che da subito si unisce al coro di giubilo. «Questa è una ulteriore conferma – aggiunge il Guardasigilli – che la squadra Stato vince e l’antimafia giocata batte quella parlata. L’arresto di Iovine è la migliore risposta a tante chiacchiere».

Una notizia di tal calibro non poteva che rappacificare gli animi dunque. Oppure no?

Di certo il blitz non ha avuto un effetto immediato in questo senso. Prima di arrivare a chiedere un armistizio («Deponiamo le armi» è la richiesta di Roberto Maroni volta a Roberto Saviano) si è consumato un durissimo botta e risposta, seguito da una querela minacciata e da parallelismi sin troppo facili alla manipolazione.

Tanto rumore per nulla. Il titolare del Viminale prova poi a mettere il punto: «Spero che con l’arresto di oggi, il boss latitante delle terre di Saviano – dichiara Maroni – si possa chiudere questa brutta pagina. E continuare tutti insieme la lotta alla criminalità». «Conosco Roberto Saviano, e lo stimo – aggiunge Maroni – per questo sono rimasto sorpreso da lui: Saviano dovrebbe essere al mio fianco, non dovremmo litigare, per questo mi sono arrabbiato. Ma l’arrabbiatura ora è passata e vorrei dirgli di deporre le armi che lui ha imbracciato contro di me».

Roberto Saviano intanto esternava un sincero plauso: «Aspettavo questo giorno da quattordici anni. L’arresto di Antonio Iovine rappresenta un passo fondamentale nel contrasto alla criminalità organizzata. Iovine è un boss imprenditore, in grado di gestire centinaia di milioni di euro. Ora – continua Saviano – spero che si possa fare pulizia a 360 gradi. Come dimostrato dalla relazione della Dia di oggi, bisogna aggredire il cuore dell’economia criminale, la Lombardia, dove le mafie fanno affari e influenzano la vita economica, sociale e politica».

Inizialmente lo scrittore e giornalista non era dunque entrato nel merito della disputa con il ministro leghista, e per un breve momento era sembrato che le armi fossero state deposte in nome di una battaglia vinta. Una battaglia importante, tale da contribuire ad avere la meglio in una guerra che Saviano e Maroni combattono dallo stesso fronte.

Eppure il leghista non aveva ancora dimenticato la faccenda: «Ho scritto al presidente della Rai, che è il mio interlocutore, e da lui mi aspetto delle risposte». «Aspetto le decisioni del Cda e vedremo cosa propone – dichiara il responsabile del Viminale – La mia richiesta è chiara, io chiedo che sia concesso al ministro dell’Interno uno spazio all’interno della trasmissione per dire la sua e parlare di mafia. E non mi accontento certo di video preregistrati o fogliettini con dichiarazioni lette da altri che poi possono essere conditi e commentati come loro sanno ben fare».

E così lo scrittore non ha resistito alla tentazione di soffiare sul fuoco: «La risposta del ministro Maroni mi ha ricordato un altro episodio – è quanto racconta Saviano a Repubblica – quello in cui dopo aver scritto una lettera al boss della camorra “Sandokan” Schiavone l´avvocato di questi rispose: “Voglio vedere se Saviano ha il coraggio di dire queste cose guardando Sandokan negli occhi”. Per la prima volta da allora ho riascoltato questa espressione. E sulla bocca del ministro dell’Interno certe parole sono davvero inquietanti». La discussione prende allora una piega amara: «È troppo grave che Saviano mi paragoni a un boss della camorra»: «Chiedo a Saviano di smentire, altrimenti mi riservo ogni azione utile per tutelarmi di fronte a una frase così infamante». Nel tentativo di abbassare i toni il ministro ironizza subito dopo: «Se dovessero invitarmi andrò vestito da Sandokan».

Maroni non contento aveva cercato con il mirino altri dello staff di Vieni via con me. “Imputato” anche Loris Mazzetti, capostruttura di Raitre, che ieri replicava duramente alla richiesta di intervenire in trasmissione del ministro, consigliandogli di rivolgersi ad un ufficio legale. Oggi Maroni ha voluto rispondergli: «Ebbi già a che fare con lui nel gennaio del 2002 – ricorda Maroni – in piena bufera sull’articolo 18. Enzo Biagi invitò Sergio Cofferati in trasmissione che fece un comizio contro la riforma dell’articolo 18 e contro di me. Chiesi anche allora una replica in quanto ministro del Welfare e Mazzetti mi rispose, ben tre giorni dopo, che il tema non era più di attualità. Pochi mesi dopo, a marzo ammazzarono Marco Biagi…».

Ma ora che «l’arrabbiatura ora è passata», come ammette il ministro in persona, possiamo ben sperare che questa importante vittoria nella lotta alla criminalità organizzata venga accolta come la vittoria di tutti, ministri, scrittori e soprattutto italiani.

Ginevra Baffigo

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