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Milano rischia di essere Caporetto del Pd Popolari: pronti a terzo polo con Albertini ‘Sosteniamolo insieme, o ce ne andiamo’ A questo punto c’è una (sola) via d’uscita Bersani nomini Civati capo di segreteria E cominci la (nuova) fase-2 verso futuro

novembre 17, 2010 di Redazione 

Il terremoto milanese, e quello annunciato alle primarie per la scelta del candidato premier, rischiano di far morire/regredire (allo stadio primordiale di ultima spiaggia della trafila Pci-Pds-Ds) la forza che, lo abbiamo scritto più volte, ha invece il compito storico di assumere la leadership del processo politico che può portarci a salvare e rifare grande questo Paese. I moderati del Pd, in fibrillazione dalle Regionali, sono infatti (di nuovo, ancora) pronti a fare il passo (più corto della gamba) verso il terzo polo. Il motivo? La sostenuta “presa in ostaggio” del partito di Bersani da parte di Sel e Idv. Un fantasma che si fa minacciosamente reale nella misura in cui nel capoluogo lombardo si prepara la (ri)candidatura dell’ex sindaco oggi parlamentare europeo in grado di rappresentare quel traino maggioritario che può dare concretezza alle ipotesi terzopoliste e (a rimorchio) scissionistiche (nel Pd). In questo quadro, la gestione ordinaria, le rassicurazioni non possono bastare più. L’attuale dirigenza Democratica è chiamata a compiere una svolta. E il Politico.it ha ieri ancora una volta indicato il modo migliore per farlo: cogliere la palla al balzo delle dimissioni di Penati – un primo, chiaro segnale della presa di coscienza della necessità di una discontinuità, non solo a livello locale – per aprire la transizione verso il futuro avviando una condivisione alla guida del partito tra l’attuale leadership (che veda confermato ovviamente il ruolo di Bersani) e le nuove generazioni Democratiche. Bersani, in parti- colare, nomini il numero due dei rottamatori, Civati, capo della sua segreteria. E sullo sfondo si prepari una possibile discesa in campo di Renzi alle primarie del centrosinistra. Il Pd riavrà la sua unità, progressivamente una rotta, senza strappi tra vecchi e nuovi, nel segno della saggia condivisione. E, grazie al sindaco di Firenze, può prepararsi non solo a ritrovare la propria egemonia (culturale) e il proprio ruolo di guida dei progressisti, ma aspirare ad un allargamento della coalizione che scongiuri la possibile alleanza (mortale) terzo polo-Pdlega dopo le elezioni, e, soprattutto, a vincere le elezioni per poi governare l’Italia costruendo il suo futuro. Pietro Salvatori, intanto, all’interno, racconta per il Politico.it e per Liberal i maldipancia che se il Pd ci darà – come fa – ascolto potranno tramutarsi da segnali di una possibile fine nella leva del rilancio. (M. Patr.)

Nella foto, Gabriele Albertini: «No, così fate finire tutto»

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di Pietro SALVATORI

Il Partito democratico sta vivendo ore per lo meno turbolente, se non drammatiche. Dopo il voto delle primarie di domenica scorsa, che hanno visto il candidato ufficiale del Pd, Boeri, sconfitto dal vendoliano Pisapia, nelle mani di Bersani è scoppiata la grana di Milano. Come abbiamo visto l’ultima brutta notizia, almeno in ordine di tempo, sono state le dimissioni dal proprio incarico di Filippo Penati. Che non solo possiede la golden share del partito in Lombardia, ma che era anche il capo della segreteria politica del segretario. «Rinuncio all’incarico nazionale per dedicarmi solo a Milano», è la giustificazione ufficiale.

Quello del voto milanese non è il solito scossone che segue ogni volta che si celebra l’ibrido rito delle primarie. Ai «fenomeni» Vendola e Renzi, per essere veramente dirompenti, mancava un elemento. Che nello scenario milanese, al contrario, si va strutturando in modo chiaro: un terzo competitor che potesse attrarre, oltre i voti in libera uscita da berlusconiani delusi, anche quelli dei moderati del Pd. Un’area di centro, insomma, che potesse realmente competere per la vittoria, non solamente in corsa con l’obiettivo di contribuire alla sconfitta di qualcuno.

Proprio il timore di fare la figura dell’«utile idiota», e di ottenere l’unico risultato di permettere a Pisapia di arrivare al ballottaggio è l’unico freno che blocca ancora Gabriele Albertini. Una lista civica, sostenuta da quello che sempre più strutturalmente sta assumendo la fisionomia del Terzo polo, vale a dire da Futuro e libertà, Udc e dall’Api di Rutelli, è il progetto che sta prendendo corpo sempre più concretamente in queste ore. A renderlo particolarmente interessante e potenzialmente dirompente per i due grandi partiti di minoranza relativa nel Paese, che sempre più velocemente vedono tramontare l’ipotesi bipolare e bipartitica, resta il fatto che, fino a prova contraria, Albertini è stato sindaco del capoluogo lombardo in quota Forza Italia, sostenuto dall’intera Casa delle libertà di allora. E, ancora, che l’ex-sindaco oggi ricopre l’incarico di parlamentare europeo, eletto sulla scorta di migliaia di preferenze personali nell’ambito delle liste proprio del partito di Berlusconi.

La candidatura di Albertini, inoltre, sta gettando sempre di più nella confusione il Pd milanese, che non trova d’altra parte un preciso indirizzo di fronte al tentennamento dei vertici nazionali. Lunedì la segreteria meneghina del partito, che appoggiava Boeri alle primarie di coalizione, ha rimesso il proprio mandato nelle mani di Bersani. Ma quello che è più grave è che mentre nel Pdl la linea per ora assunta è quella del fare quadrato attorno alla candidata in pectore Letizia Moratti (che pure non ha ancora ottenuto un endorsement ufficiale da parte della Lega), nel Pd le perplessità ad appoggiare la candidatura di un ex parlamentare di Rifondazione, espressione dell’area più radicale e movimentista, sono molte.

Se nei giorni scorsi sono filtrati i mal di pancia dell’area popolare dei Democratici, in particolar modo quelli della senatrice ex-Margherita Emanuela Baio Dossi, la voce giunta ieri parla addirittura di una disponibilità di Maria Pia Garavaglia, collega della Baio Dossi a Palazzo Madama, di correre come vice di Albertini. La senatrice ci va cauta: «La mia casa è il Pd, e gli sarò leale, senza però rinunciare a confrontarmi con i vertici». Ma ricorda con decisione che «le primarie sono uno strumento che si è dato il nostro partito. E in presenza di scelte di vertice e non di popolo come quelle che hanno portato alla candidatura a Milano bisogna aprire un dibattito, che Vendola non ha alcun titolo a fermare».

E se non è una sconfessione per il vincitore Pisapia, poco ci manca: «Pisapia conosce bene la città, e potrebbe essere un ottimo amministratore. Ma non è l’uomo che ci vuole per battere la Moratti». Se domandi alla senatrice quale sarebbe la soluzione ideale, non ha esitazioni a rispondere: «Albertini. Occorre appoggiarlo per vincere. Un terzo polo milanese non schierato a destra, ma con le forze moderate e riformatrici del Paese, potrebbe essere l’esperimento decisivo per sganciare il Pd dall’influenza dell’area massimalista di Sinistra e Libertà e dell’Italia dei valori». E anche se il partito non la seguirà su questa strada, la Garavaglia si dice comunque disponibile «a votare Albertini se a capo di uno schieramento non di destra».

La posizione delle senatrici ex popolari rischia di essere dirompente, a fronte delle dichiarazioni di Ignazio Marino, per il quale il Pd deve essere pronto a «sostenere unitariamente Pisapia». Non solo per la possibilità che si trascinino dietro settori importanti del partito. Ma anche perché rischiano di aprire un lacerante dibattito sul senso delle primarie per il centrosinistra. Tra i Democratici, l’area veltroniana è disposta ad alzare le barricate su questo punto, mentre, a quanto sembra, ampi settori popolari continuano a contestarne l’efficacia. Tutto questo a pochi mesi da un possibile voto.

Ma in effetti è grande la confusione che regna anche Roma. Dopo mesi passati a invocare un governo tecnico che mettesse mano alla legge elettorale, la dirigenza di Sant’Andrea delle Fratte si è accorta di non avere una linea comune sul tema, correndo così il rischio di sfaldarsi di fronte all’incapacità di gestire il dopo Berlusconi proprio su uno degli argomenti su cui più gli esponenti democratici hanno insistito negli ultimi tempi. Si spiegano così le parole tranquillizzanti che si sono sentiti rivolgere i pontieri del Pdl quando hanno cercato una mediazione sulla legge di stabilità. «Votiamo contro, ma nessuna ostruzione», è stato in sintesi il ragionamento del principale partito d’opposizione. Il regime provvisorio, dovuto a una mancata approvazione della finanziaria, sarebbe un argomento fortissimo per un governo di unità nazionale, che il Pd, al contrario di quello che va affermando in giro, eviterebbe volentieri. Anzi, i capigruppo delle opposizioni hanno comunicato ieri alle presidenze di Camera e Senato di volersi adoperare affinché la manovra venga licenziata entro novembre.

Pietro Salvatori

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