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Diario della crisi. Marchionne detta linea: ‘Adesso è in corso, è aperta oppure no? Mancanza di chiarezza è cosa poco seria’ E fiducia (solo) fra 1 mese: perché (mai)?

novembre 17, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it, trasformata nella riserva della nostra politica autoreferenziale di oggi che si fa rito da vecchia politica macchiato (in tutti i sensi) di tentazioni mercatistiche (e non è una scelta liberale). Si può “stare” con Berlusconi o (solo in questo caso) contro il suo governo, pensare che questa legislatura sia stata vuota di contenuti e che il Paese abbia diritto ad essere governato come credere (come fa ad esempio l’ex finiano Angeli che, da deputato, torna nelle file del Pdl pronto a votare la fiducia) che siano stati fatti dei passi in avanti: la sola cosa che non si può fare è accettare che il Paese si fermi per altri 27 giorni, tra Montecitorii vuoti e deputati che intervengono in aula ascoltati da nessuno, e l’Italia che va – in declino. Il giornale della politica italiana ha fatto (fino ad ora) tutto quello che doveva fare: ha lanciato per primo l’allarme: o cambiamo subito completamente direzione e passo o il Paese muore; ha fornito strumenti, spunti, contenuti, persino strategie per uscire da tutto questo (peraltro ascoltato dalla nostra politica di cui è, oggi, ormai, il consigliere più autorevole e, appunto, ascoltato). Se la nostra politica autoreferenziale di oggi, nonostante le dichiarazioni d’intenti, vuole continuare a non occuparsi del nostro Paese, se ne assumerà la responsabilità (storica). Noi siamo pronti a cambiare direzione. Il racconto delle ultime ore, all’interno, è di Ginevra Baffigo.

Nella foto, Sergio Marchionne: è (ironicamente) perplesso

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di Ginevra BAFFIGO

Poco più di un’ora. E’ la durata del colloquio capace di mettere il punto definitivo all’attuale legislatura. Le tre massime cariche dello Stato, sedute allo stesso tavolo al Quirinale, dopo aver tirato le somme della crisi in cui si è arenata la maggioranza, hanno sancito le date della (possibile) fine.

Come scrive il Colle in una nota ufficiale, con l’incontro tra Napolitano, Fini e Schifani si è potuto «registrare la concorde adesione delle forze parlamentari all’esigenza di dare la precedenza, nei lavori della Camera e del Senato, all’approvazione finale delle leggi di stabilità e di bilancio per il 2011». Tale esigenza «era stata nei giorni scorsi richiamata dal capo dello Stato in nome dell’interesse generale del Paese nelle attuali difficili vicende finanziarie internazionali».

Renato Schifani e Gianfranco Fini segnano una serie di deadlines sul calendario: entro la prima decade di dicembre palazzo Madama dovrà concludere l’esame della legge di stabilità. La mattinata del 13 dicembre, invece, farà da teatro alle già annunciate comunicazioni che il presidente del Consiglio intende rivolgere ai senatori, mentre i deputati dovranno attendere il primo pomeriggio per dibattere sulla mozione di sfiducia presentata da Pd e Idv. Altra giornata di fuoco per la politica italiana è prevista invece per il 14 dicembre, giorno in cui avranno luogo le votazioni di fiducia al Senato e quelle di sfiducia alla Camera. Sempre per il 14 è in agenda l’udienza della Corte sulla questione di costituzionalità della legge sul legittimo impedimento approvata dalla maggioranza.

Ma se la marcia forzata verso la (possibile) fine sembra concretizzarsi in date e luoghi c’è chi dall’opposizione grida al lassismo: «15 giorni di troppo». «Non capisco perché – dichiara Pierluigi Bersani- traccheggiando ancora, facendo melina sulla legge di stabilità». L´unica via, per il leader Democratico, è quella di un governo di transizione «che possa fare la legge elettorale nuova e affrontare la crisi. Fuori da questa strada non ci sono soluzioni positive». «Un mese è pure troppo per il mercato, per la compravendita dei parlamentari» aggiunge grave la eco di Antonio Di Pietro.

La preoccupazione del Colle verte a sua volta sul trascinarsi della crisi: «Spero di non essere costretto, da qui al 2013, a rifugiarmi in questa Biblioteca del Quirinale (inaugurata da Napolitano in mattinata, ndr) come in un’oasi rispetto a un mondo politico e istituzionale perennemente perturbato. Mi auguro di potere venir qui serenamente».

La reazione del premier. «Era quello che chiedevo» commenta Silvio Berlusconi nelle stanze di palazzo Chigi. Il perdurare del suo silenzio acquistata la fisionomia di una nube sempre più carica di pioggia minacciava all’orizzonte. Un orizzonte palpabile, che ora scroscia e si confonde in una pioggia torrenziale. Confermato infatti il «patto di ferro» tra i due principali alleati, Bossi e Berlusconi, che prevede che se questo governo non avrà la fiducia si tornerà alle urne, l’attenzione della platea è tutta rivolta alla puntata di Matrix, scalata, in concomitanza con il nuovo calendario del Parlamento, al 14 dicembre. Il Cavaliere, stando ai retroscena raccolti dai media, avrebbe detto: «Io vado in tv e parlo direttamente agli italiani». Ma la versione ufficiale non è proferita in prima persona, ma la si rimanda a Paolo Bonaiuti: «Considerato che è stata fissata per il 14 dicembre la votazione di fiducia, il presidente Berlusconi, per il rispetto che si deve al Parlamento, ha deciso di parlare prima alle Camere. Per questo motivo è stata spostata alla sera del 14 dicembre la sua partecipazione al programma televisivo Matrix».

Ma la Lega insiste per le idi di Marzo. «Il governo durerà fino al 27 marzo, quindi…». Sul Federalismo a rischio la Lega si stringe nei ranghi. In compagnia di un non troppo simpatico Bossi (che prima di entrare al ristorante del Senato, nel tentativo di scherzare con un giornalista in dubbio sui tempi del federalismo, fa una battuta infelice: «Sei un uomo morto…»), Roberto Calderoli si rivolge supponente ai cronisti: «Studiatevi le leggi, così non fate queste domande a vuoto». Per il Senatùr, peraltro, la soluzione proposta dal Colle del voto contestuale a Camera e Senato sul governo Berlusconi «paga un po´ di qua e un po´ di là»: «bisogna mantenere la pace».

Ripensamenti in casa Fli. «Mai e poi mai sarò in vendita. Torno nel Pdl perché amo l’Italia e credo che Berlusconi qualcosa stia facendo per questo Paese». Così Giuseppe Angeli, forte di una nuova, o semplicemente rinnovata convinzione, rientra nei ranghi Pdl e Fli perde un “pezzo” alla Camera. Il deputato sulla soglia degli ’80 anni, lo annuncia stamani in una conferenza stampa a Montecitorio, assieme ai coordinatori del Pdl Denis Verdini e Ignazio La Russa e a Daniela Santanchè.

Non passano pochi neanche pochi minuti che le accuse di “campagna acquisti” dei pidiellini si propagano di palazzo in palazzo: «Il rapido ed inaspettato passaggio di Giuseppe Angeli al Pdl è frutto di una sapiente strategia del pescatore portata avanti dall’entourage pidiellino per pescare letteralmente le anime pie che sono uscite fuori dal seminato in questi mesi» sostiene il retorico “futurista” Di Biagio. Il ritorno di Angeli segna «l’avvio della nostra controffensiva di verità», commenta di contro La Russa, che ha rivolto un appello a Fli affinché «ci pensi bene» prima di votare la sfiducia al governo. Mentre per la Santanché è il momento di dire tutta la verità(?): «Ho ricevuto telefonate da componenti di Fli, alcuni di loro mi hanno detto di dire a Berlusconi che non voteranno sfiducia. Oggi sono venuti allo scoperto».

L’onorevole Angeli dalla sua prova a giustificare la scelta: quando «Fli mi ha chiamato dopo la rottura col Pdl anche se non mi piaceva quella “spaccatura”, per correttezza sono rimasto con Fini. Oggi però non mi piacciono le cose che vedo. Se ci sarà una fiducia, il mio voto sarà per il Pdl, perché Berlusconi, piaccia o no, sta facendo qualcosa per l’Italia».

Vieni via con me: boom di ascolti e di polemiche. Nove milioni e 31 mila telespettatori. Il 30.21% di share, ovvero l’ascolto record assoluto per Raitre per la seconda puntata del programma con Fabio Fazio e Roberto Saviano. Un’audience clamorosa, cui ha senz’altro contribuito la folta schiera di oppositori che ne hanno contrastato la messa in onda. Il direttore generale della Rai, Mauro Masi, da ultimo aveva messo all’Indice la decisione dei conduttori di invitare il leader di Futuro e Libertà, Gianfranco Fini, e il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, affinché leggessero ciascuno un elenco di valori relativi all’essere di destra e all’essere di sinistra. Fazio e Saviano però non hanno cambiato né la scaletta né gli ospiti illustri e proprio gli interventi dei due uomini politici, così come il primo monologo di Saviano sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta al Nord, hanno avuto un seguito medio di oltre 10 milioni di spettatori.

Se Masi si era opposto preventivamente alla presenza in studio di Fini e Bersani, é il ministro dell’Interno, Roberto maroni, ad alzare i toni una volta spenti i riflettori. L’intervento di Saviano sulla ‘ndrangheta non è piaciuto al leghista, che ora chiede a gran voce il diritto di replica in quello stesso studio: «Vorrei – chiede minaccioso il Viminale – un faccia a faccia con lui per vedere se ha il coraggio di dire quelle cose guardandomi negli occhi». Maroni non intende sorvolare: parla di accuse infamanti e menzognere, soprattutto nel passaggio in cui lo scrittore raccontava approcci della criminalità organizzata con un consigliere regionale leghista. «Chiedo risposta – insiste il ministro – anche a nome dei milioni di leghisti che si sono sentiti indignati dalle insinuazioni gravissime di Saviano e quindi auspico che mi venga concesso lo stesso palcoscenico per replicare ad accuse così infamanti che devono essere smentite».

Senza troppa sorpresa parte la replica del capostruttura di Raitre Loris Mazzetti, che non intende invitare il ministro: «Se il ministro Maroni – dichiara Mazzetti – ha qualcosa da dire e si è sentito offeso, essendo un ministro ha la possibilità di parlare in tutti i programmi e in tutti i telegiornali, quindi si organizzi in qualche maniera. Noi stiamo facendo un programma culturale e quindi non credo che ci sarà la possibilità di replicare. Se noi abbiamo detto cose non vere, cose smentibili se lo abbiamo ingiuriato o offeso, si rivolga direttamente alla magistratura».

E sulla presa di posizione di Maroni si pronunciano anche frange del Parlamento. L’Italia dei Valori grida forte: «Nessuno tocchi Saviano». Il portavoce Leoluca Orlando insiste: «Dal ministro Maroni arriva un’intollerabile intimidazione ad uno scrittore che vive sotto scorta per la sua denuncia coraggiosa di tutte le mafie. Il ministro dell’Interno, invece di reagire in maniera scomposta, faccia pulizia all’interno del suo partito e cacci i disonesti».

Mentre dal Pdl suona tutt’altra musica. Per il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, la trasmissione sarebbe un misto di «settarismo e mediocrità». Mentre Maurizio Gasparri bolla l’intervento di Fini sui valori della destra come un «compitino di quinta elementare».

Cupa e seria la campana che suona per Masi da Articolo21, dal quale Giuseppe Giulietti muove una durissima critica: «Non siamo particolarmente appassionati alla guerra dei numeri ma di fronte ai risultati conquistati con le unghie e con i denti e persino con il gruppo dirigente della propria azienda che remava contro non si possono che ringraziare gli autori, Raitre e tutti quelli che ci hanno regalato una serata di qualità e di impegno civile e gli oltre nove milioni di italiani che hanno scelto la trasmissione e che, con il loro gesto, hanno dato un segno inequivocabile contro tutti quelli che vorrebbero mettere bavagli e censure a quei programmi che non piacciono al signor padrone del conflitto di interessi». «I cittadini – dice ancora Giulietti – hanno già espresso il loro voto di sfiducia al direttore generale. In qualsiasi altra azienda non sarebbe neanche necessario chiedere le dimissioni, sarebbero già state consegnate. Oggi è un’ottima giornata per farlo».

Ginevra Baffigo

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