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Politica politicante, finiani hanno lasciato Sfiducia, e ora ecco cosa può succedere Ma è chiaro che stiamo perdendo tempo

novembre 15, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il laboratorio della nuova politica del futuro. Quella che rifarà grande l’Italia. A quanti bramano di vedere il nuovo Rinascimento che il nostro Paese può conoscere – quando non un nuovo classicismo – la partita a scacchi per la conclusione di questa legislatura riesce come un fastidioso rivoltarsi su se stessi da parte di uomini politici che hanno a cuore più la «poltrona» – chiediamo scusa ogni qual volta usiamo questo linguaggio un po’ populistico, ma rende bene l’idea – che non il Paese. Anche quelli che dichiarano di amare l’Italia. Chi lo sente agisce da subito per concorrere a rifarla grande, perché non c’è più tempo da perdere. Ma siamo pur sempre il giornale della politica italiana e questa è, ancora per poco (speriamo) la politica che si svolge in palazzi che dovranno tornare ad ospitare ben altro. E va raccontata. Cosa che facciamo. E già che ci siamo, come sempre, lo facciamo meglio degli altri, spiegando la ratio delle ultime mosse del presidente del Consiglio e in che modo possono cambiare il corso di questa crisi. Ce ne parla Andrea Sarubbi.

Nella foto, la pattuglia di finiani al governo, fino a pochi minuti fa: i quattro – da sinistra Urso, Menia, Ronchi, Buonfiglio – hanno appena rassegnato le proprie dimissioni

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di ANDREA SARUBBI*

Dietro a questa vicenda delle mozioni e contromozioni si nasconde, come avrete capito, un tentativo di Berlusconi per restare in piedi. Appena noi abbiamo presentato la nostra (di sfiducia) alla Camera, il Pdl ne ha presentata una sua (di fiducia) al Senato, per votare subito lì dove l’attuale governo ha qualche possibilità in più di salvarsi. Cambierebbe qualcosa, se poi – fra due o tre settimane – la Camera sfiduciasse il premier? Apparentemente no, perché il governo cadrebbe comunque; nelle sottigliezze della politica di professione, invece, non sarebbe la stessa cosa.

Senza questo escamotage del Senato, tra nove o dieci giorni (martedì 23 novembre, o al massimo mercoledì 24) Berlusconi si presenta da noi, per poi farsi mandare a casa. A quel punto, sale al Quirinale e il capo dello Stato avvia le consultazioni per verificare la possibilità di una maggioranza alternativa in entrambi i rami del Parlamento. Lì tutto può succedere: un Berlusconi-bis, un governo Letta (o chi per lui), un governo tecnico, e così via.

Invece, dopo la mossa di sabato, il presidente del Consiglio dimissionato si dovrà comunque presentare al Colle, ma ci andrà per dire a Napolitano che non possono esistere maggioranze alternative: che il Senato, cioè, si è già espresso per lui, ossia per la coalizione Pdl-Lega, e dunque non c’è alternativa alle elezioni anticipate.

È un modo per mettere all’angolo il presidente della Repubblica, che a quel punto, se decide comunque di avviare le consultazioni, finisce al centro di una campagna di fango perché accusato di complottismo con gli usurpatori.

Ma c’è un altro aspetto da sottolineare, in tutta la vicenda, e riguarda espressamente i numeri: se si vota prima alla Camera, i senatori disponibili a un governo alternativo – e nel Pdl ce ne sono diversi, abbastanza per garantire una nuova maggioranza – hanno le mani libere; se invece si comincia dal Senato, è molto più difficile che quegli stessi senatori si prendano la responsabilità di votare contro la maggioranza che li ha portati in Parlamento: voteranno dunque la fiducia a questo governo e, per le ragioni che dicevo prima, verranno utilizzati da Berlusconi per dimostrare l’impossibilità di un’alternativa.

Discorso chiuso, allora? No, non del tutto. Perché in politica vale il principio del “mai dire mai”, dunque il premier sa che in queste ore sono in corso abboccamenti e trattative fra l’area finiana e i senatori ballerini del Pdl: così, per rassicurarli sul loro futuro, Berlusconi si è inventato ieri che il Senato resterà al suo posto e si voterà solo per la Camera dei deputati.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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