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Primarie, vittoria di Pisapia su Boeri a MI Il dato chiave è oggi la minore affluenza Nel ’06 c’era la speranza di Prodi, oggi Pg Tutto ciò non dimostra voglia di sinistra Ma che (invece) ha votato “solo” sinistra

novembre 15, 2010 di Redazione 

Tafazzi è tornato. Il Pd perde un’altra elezione primaria e ha la tentazione di lasciarsi definitivamente andare alle derive pidiessine. Così il terzo polo è pronto a diventare il primo. E, dice il giornale della politica italiana, giustamente (per il Paese). Ma l’Italia ha bisogno (invece) del Pd. Ecco dunque un’analisi che – venendo da fuori – è libera dai riflessi condizionati di chi, da quando è nato (ma per colpa dei genitori, non del bambino, direbbe Ber- sani, potendolo), non fa che darsi la zappa sui piedi.

Nella foto, Giuliano Pisapia, candidato del centrosinistra a sindaco di Milano

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Andiamo con ordine. Primo: non facciamo paragoni con la doppia affermazione di Vendola in Puglia. Ci sono almeno tre (grosse) differenze: la prima è che qui c’era un supercandidato alternativo a quello “vendoliano”, un candidato portatore di una idea complessiva e di idee chiare su cosa e come fare. In Puglia qualcosa di meno. La seconda è che Pisapia non è Vendola (anche se è sostenuto da Nichi, e qui sta il punto, a cui ora arriviamo). La terza è che Pisapia, a parte una parola-chiave: «generosità», non dice nulla che non sia ideologia. Vendola, anche se continua tutt’oggi a difettare sul piano della progettualità concreta (che è necessaria e non è la morte delle idee, ma ciò in cui le idee devono consistere!), è un intellettuale, in grado di proporre una visione (di mondo; in tutti i sensi. Qualcosa che va oltre il puro retaggio ideologico). Proprio l’onda lunga del vento in poppa di Vendola è, piuttosto, uno dei due lati della medaglia dell’affermazione di Pisapia. La sinistra radicale del centrosinistra è oggi mobilitata al massimo; lo dicono tra l’altro anche i (nostri) sondaggi che su scala nazionale danno Sel quasi al 6%. E tira con sé nella riserva indiana anche tutta un’area “grigia” (in tutti i sensi?) di incerti (e mentre scriviamo pensiamo in primo luogo ad una classe dirigente – ?) che sta con un piede nel Pd ma con la testa e con il cuore con Vendola (e si dichiara infatti pronto a votarlo alle primarie per la scelta del candidato premier). Per contro, ed è questo che segnala la bassa affluenza, l’elettorato Democratico, o comunque quella parte più onestà e responsabile del Paese che crede in una politica italiana che faccia il bene di tutti, è smobilitato, tant’è che va a votare in minor numero di quanto fece nel 2006 in una situazione, oggi, molto più propizia (ma che evidentemente nemmeno Boeri è riuscito a trasformare in un moto emotivo). Perché? Perché nel 2006 c’era un’altra onda lunga, quella di Prodi candidato premier e di un centrosinistra che si apprestava (sembrava…) a vincere le politiche. A questo giro c’è solo il riflusso di un Pd (quello di oggi) che non va (e che infatti l’ultimo sondaggio di Crespi dà al 23 per cento…). Morale: quella di Boeri è stata la scelta giusta (anche se, appunto, Stefano è apparso forse un po’ troppo algido, un po’ troppo distaccato, anche se le sue idee esprimevano una grande passione politica e civile). Per la genialità del candidato (che ha offerto a Milano l’opportunità di contare finalmente su delle idee). E per la sua sensibilità. Il Pd è il partito di tutti gli italiani. E’ in questo modo che torna a vincere (lui, e non Vendola – solo nelle primarie di coalizione). Ed è proponendo un progetto di futuro – quello che il Politico.it racconta ogni giorno – che fa il bene dell’Italia, e non chiudendosi nella riserva indiana di un’identità novecentesca o puramente ed esclusivamente di matrice solidale (pure nobile e importante). Adinolfi ha scritto che la vittoria di Pisapia rischia di provocare una serie di scelte sbagliate – da parte del Pd – a livello nazionale. Pigi, tutto questo ti dice che c’è bisogno di un Partito Democratico più forte e coraggioso, e (proprio) che la tua linea iniziale delle alleanze-prima-di-tutto e del “ritorno alla sinistra” era semplicemente fallimentare. E’ il momento di uno scatto per rifare grande il Pd e con lui il Paese, e non per abbandonarsi definitivamente alla deriva. L’Italia spera che tu lo abbia chiaro.

P.S.: Un’ultima considerazione sulle primarie. La sconfitta del Pd a Milano – di quel Pd che le ha introdotte in Italia e che aveva un candidato di valore – non indica che sono uno strumento da buttare, ma solo che applicare l’ingegneria alla politica non è la strada giusta. Ovvero: le primarie sono uno strumento nato in una democrazia compiuta come quella americana, nella quale le persone-elettori sono libere (in tutti i sensi) e, tra l’altro, votano liberamente e vanno a votare “sempre”. Assumere lo strumento delle primarie da noi pensando che sia la soluzione a tutti mali senza concepire contemporaneamente un’operazione culturale per il rafforzamento della democrazia (che si fa con la politica, e non semplicemente con le regole: le regole vanno bene per mantenere un ordine, ma se l’ordine non c’è sono insufficienti) è come mettere il motore di una Ferrari su una bicicletta: che dite, funzionerà male?

M. Patr.

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