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***Diario politico***
DOPO LA FINANZIARIA IL GOVERNO CADRA’ (?)
di GINEVRA BAFFIGO

novembre 12, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. «Se Silvio non dà le dimissioni lo dimissioniamo noi», dice Casini, conclamando una crisi finora solo abbozzata dai finiani. Due settimane prima del voto finale sulla manovra: l’ultima spiaggia per il premier. Che non si fida delle «soluzioni pilotate», ma a questo punto dovrà tentare qualcosa. Perché è vero che chi, della maggioranza, pigia il pulsante della fine di questo governo «se ne assume la responsabilità di fronte agli elettori», ma la verità è che la crisi può portare a qualsiasi sbocco, e anche il verdetto delle urne è del tutto imprevedibile. Il presidente del Consiglio lo sa e non vuole, per quanto possibile, correre il rischio. Ci racconta gli ultimi sviluppi e ci spiega a che punto, oramai, ci troviamo la nostra vicedirettrice. di G. BAFFIGO

Nella foto, il presidente del Consiglio: spera in una soluzione positiva (?)

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di Ginevra BAFFIGO

«Nel mio paese in questo momento ho qualche difficoltà». Silvio Berlusconi dal G20 di Seul prova così a sdrammatizzare, o quanto meno minimizzare, la situazione lasciata a casa: una legislatura appesa ad un sottilissimo filo di lana e la sua stessa postazione a palazzo Chigi messa in discussione.

Il Cavaliere però, malgrado l’allarmante stato di salute della sua maggioranza, dice di non avere alcuna intenzione di dare le dimissioni. Gianfranco Fini potrà sfiduciarlo in Aula, ma dovrà poi risponderne agli italiani.

La posizione dell’esecutivo, dopo il summit tra Bossi e Fini, non poteva che essere ribadita. Berlusconi non intende abbandonare «al momento» la linea di qualche giorno fa: alla crisi, si potrà rispondere solo con la conferma dell’attuale governo o con le urne. Il Popolo della Libertà non contempla quindi le ipotesi di una crisi pilotata e meno ancora quella del governo bis. I vertici del partito lo mettono nero su bianco in una nota: sarebbe «inaccettabile» proseguire la legislatura con un differente premier e un differente governo. «I coordinatori, i capigruppo e la delegazione del Pdl al governo – scrivono – in questo momento, con posizione compatta e coesa ritengono inaccettabile che la legislatura possa proseguire con un differente premier e un differente governo. Chiunque voglia coltivare ipotesi diverse dovrà passare dall’inequivocabile verdetto della sovranità popolare».

E Cicchitto dagli studi Mediaset ribadisce: «Un punto fermo è la continuità per la leadership Berlusconi alla presidenza del Consiglio, dopo di che il confronto è aperto, ma quello è un punto fermo dal quale nessuno può recedere». E se si dicesse “Tremonti premier”? Cicchitto quasi inorridisce: «In questa legislatura la cosa mi sembra sia impraticabile e non proponibile». Ignazio La Russa conferma che bisogna «andare avanti, senza tuttavia escludere l´allargamento» della maggioranza.

Bossi-Fini. Umberto Bossi, al termine dell’incontro con il presidente della Camera, lancia l’ipotesi di un reincarico al premier agitando, volente o nolente, le acque della maggioranza. «Lo spazio c’è ancora per non andare a una crisi al buio» chiosa il Senatùr, mandando un’indiretta a levante. «Molto meglio una crisi pilotata che una crisi al buio». E Fini è d’accordo? «Abbastanza» risponde vago il leghista.

La Lega perciò, sarà sempre (?) fedele al presidente del Consiglio, ma in sostanza si dimostra aperta all’ipotesi di un reincarico a Berlusconi. A quali condizioni? che il diretto interessato ac-’consenta’ e che l’Udc ne resti fuori, o meglio per citare il non troppo diplomatico Bossi: l’Udc «può andare al mare». E Berlusconi potrebbe dare le dimissioni se garantito nel reincarico? «Altre volte – ricorda Bossi – è avvenuto così. Il presidente del Consiglio è andato dal presidente della Repubblica per avere il reincarico».

Il summit Lega-Fli siamo certi sia stato uno, ma le versioni ufficiali sembrano raccontare due incontri diversi. Le posizioni espresse dal presidente della Camera e dai suoi delineano uno scenario ben diverso e non sembrano rispondere a quanto riferito dal leader del Carroccio. «Le cose sono molto più complicate di come le presenta Bossi» contesta lo stesso Fini. Il leader futurista non ritratta al pari del ex-alleato in quel di Seul: non si potrà avviare una fase nuova se non dopo le dimissioni del premier. Onde evitar fraintendimenti, il capogruppo Fli alla Camera, Italo Bocchino, risolve adamantino: «Fini ha chiesto le dimissioni di Berlusconi, altrimenti noi usciremo dal governo. Queste due cose sono certe, per tutto il resto aspettiamo che Berlusconi decida se dimettersi o meno». E in uno slancio di zelo, aggiunge dallo studio di Santoro: «Il presidente del Consiglio lunedì troverà sulla sua scrivania le dimissioni dei nostri membri del Governo. E questo è assodato» e «se la prossima settimana ci sarà un voto di fiducia sulla manovra non parteciperemo al voto».

Da Futuro e Libertà suona una musica ben diversa rispetto a quella intonata dai leghisti. Per il vicecapogruppo Giorgio Conte «non si è risolto nulla». Mentre come sempre è più drastica la chiosa di Fabio Granata, per il quale «si apre una fase piena di incognite per la politica italiana». I finiani attenderanno quindi il rientro di Berlusconi da Seul, ma ormai è deciso: formalizzeranno la loro uscita dal governo.

Sempre dagli scranni di Fli Della Vedova rincara la dose: «Se Berlusconi al ritorno dal G20 di Seul non ha nulla di nuovo da dire è inevitabile che i nostri ministri si dimettano».

La lettura di Bersani. Per il segretario Democratico quel che serve ora al Paese è «un governo di transizione perché – spiega il leader del Pd – vogliamo una ripartenza, non una nuova palude, perciò il tratto evidente dovrà essere la discontinuità».

Ormai «c’è una crisi conclamata» e «tutti quelli che lo negano o traccheggiano fanno un danno a questo Paese. Al ritorno da Seul il presidente del Consiglio dovrebbe prendere qualche decisione. Chi si auto proclama statista e si è paragonato anche a De Gasperi, dovrebbe rendersi conto della situazione e non tenere il Paese in questa immobilità». Quanto alle “difficoltà” ammesse al G20 da Silvio Berlusconi, è un giudizio «largamente arrotondato per difetto», sostiene Bersani, «ma da chi promette un miracolo al giorno è già uno sforzo che va riconosciuto». Quanto al tentativo di ricucire lo strappo ad opera del Senatùr, il segretario è quanto mai scettico: «Qualsiasi incontro sposta di poco la situazione che è quella che è». E se al termine dell’incontro neppure Roberto Maroni ha qualcosa da dire… «Se non ha nulla da dire lui… io resto convinto che non possiamo stare alle increspature – chiude Bersani – Seguo con relativo interesse questi abboccamenti, la crisi è conclamata, noi faremo anche le iniziative parlamentari necessarie, ma adesso basta».

Mentre dall’Udc lapidario e conciso Pier Ferdinando Casini ribadisce: «Se Berlusconi non si dimette lo dimissioniamo».

Ginevra Baffigo

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