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Sondaggio Crespi (vedremo): su Sel e Fli Viaggio nei partiti dei 2 candidati premier E Annalisa Chirico a Bastia Umbra da Fini

novembre 11, 2010 di Redazione 

Dopo aver scoperto (quel che al momento si può scoprire) della piattaforma di Vendola, ci trasferiamo alla convention di Futuro e Libertà dov’è stata per noi la giovane esponente di Radicali italiani e segretaria Studenti Luca Coscioni. «Responsabilità nazionale» è forse la parola-chiave della proposta finiana. Una Radicale a Perugia. Sentiamo. di ANNALISA CHIRICO

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Nella foto, Annalisa Chirico

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di ANNALISA CHIRICO

Ho preso parte alla Convention di Fli a Bastia Umbra, in provincia di Perugia. In macchina con il mio amico di sempre. Per esplorare, per ascoltare.

Non bisogna essere dei politologi per capire che il movimento all’interno del centrodestra è il segnale di una crisi sistemica destinata a sparigliare le carte per tutti. Io, da radicale e liberale, ho voluto “mettermi in ascolto”, seduta tra gli altri diecimila partecipanti (tutti a proprie spese!) a questa tappa del percorso fondativo del nuovo partito targato Fini.

Un’altra delle sigle “dominanti”, per dirla con Marco Pannella, destinata a scomparire nel giro di qualche anno? Dipenderà dal coraggio di Fini e dalla qualità delle persone, che daranno corpo e voce al movimento. Dipenderà dalla capacità di proporre una politica nuova, liberale, europea, non ingabbiata nei tatticismi da Prima Repubblica. Ammetto che il richiamo alle grandi personalità di quel periodo, da Aldo Moro a Enrico Berlinguer, non mi ha entusiasmato, sebbene abbia compreso il senso profondo della critica, ben poco velata, ai “personaggi”, che occupano oggi la scena politica nazionale.

Uno stridente contrasto. Non trovo convincente neppure il discorso sulla questione morale, e ho già avuto modo di spiegare il perché. Tuttavia, va detto che Fini ha riconosciuto che si tratta di “temi scivolosi” definendo il moralismo “una delle peggiori attitudini di tanti sepolcri imbiancati”. Meglio di niente.

Sono arrivata in questa immensa fiera. A salutarmi gli amici di Libertiamo con una bella iniziativa contro l’abuso degli stage non retribuiti. Poi lo stand di FareFuturo, la fucina culturale del movimento; lo spazio del Secolo d’Italia con una battagliera Flavia Perina in jeans impegnata a raccogliere firme contro il taglio dei contributi al suo giornale. Mi porgono il libro delle dichiarazioni e io scrivo: “I contributi, se proprio devono essere, siano per tutti. E non a intermittenza per soffocare la voce fuori dal coro”. Del resto, tra i partecipanti alla Convention si respira un senso di rivolta contro chi per tanto tempo ha soffocato una miriade di voci, di iniziative, di idee. Rivolta a tratti smaccatamente antiberlusconiana, a tratti ricca di orgoglio per un’autonomia ritrovata, per una serietà della politica restaurata.

Ci sono i “finiani da sempre” e i “finiani da mai”. Tanti, lo ricorda anche Fini dal palco, hanno storie politiche le più disparate, talvolta con nessuna storia politica alle spalle. E’ un pullulare di movimento, gruppuscoli organizzati, associazioni di volontari, volantini, giornaletti e i mitici gadget del presidente. Perché la politica oggi è persona.

Si susseguono gli interventi dei dirigenti, quelli di sempre e quelli di oggi. Ognuno deve stare nei 5 minuti di tempo disponibili e un maxi schermo fa il conto alla rovescia.

Luca Barbareschi legge il Manifesto per l’Italia. “Noi amiamo l’Italia, la nostra Patria e la vogliamo orgogliosa e consapevole”. I toni sono patriottici, non mi appartengono per cultura e formazione. Tuttavia, man mano che si articola il dibattito, capisco che la responsabilità nazionale non è sguaiato patriottismo etnico. Qualcosa di più, qualcosa (per me) nuovo. Vengono citati Thomas Jefferson e i padri costituenti americani fino al poeta Saint-Exupery; perifrasi di scrittori latini, immagini tratte dalla tradizione classica antica. Il gusto dell’arcaico si mescola con le pennellate del moderno. Ed ecco che si parla di cittadinanza breve per gli immigrati, ai quali riconoscere gli stessi diritti dei cittadini italiani, purché si assumano i relativi obblighi. Ecco allora che il patriottismo si concreta nell’esaltazione della “responsabilità nazionale”: l’immagine del Paese all’estero; le ragioni di governo che vengono prima della gestione partitica del potere; libertà e responsabilità individuale come pilastri dell’azione politica.

L’aggettivo “liberale” c’è, è presente, palpita. Fini riesce a stupire: non gioca di rimessa, ma alza la posta in gioco. Fli si candida a diventare il soggetto del centrodestra italiano, guarda oltre il Pdl. Per un partito liberale di massa. Dal garantismo incarnato da Chiara Moroni all’afflato liberale impersonato da Benedetto della Vedova fino al rifiuto esplicito di ipotesi terzopoliste. Convinti bipolaristi, così si professano i futuristi. In economia, messo da parte un concetto un tantino vetusto come la dialettica tra capitale e lavoro, la proposta è liberale. Più concorrenza, no alle rendite di posizione, avanti col merito. Addirittura Fini propone salari agganciati alla produttività e norme trasparenti per le gare di appalti pubblici.

“Se un tempo si diceva “è discusso, ma porta molti voti”, oggi dobbiamo dire “porta molti voti, ma è discusso”. Una politica pulita, senza i “parassiti” del sottopotere locale. Certo, un compito arduo, ma non impossibile. Torna a più riprese il tema della “laicità positiva”, dei diritti civili da riconoscere a tutti. A dirlo non è soltanto Benedetto della Vedova, che parla “da radicale”, come dice lui stesso (e io sento una punta di nostalgia); lo dicono anche altri massimi dirigenti e lo stesso Gianfranco Fini, che rilancia sul riconoscimento delle coppie di fatto. Applausi scroscianti.

“Dimettiti o usciamo dal governo”. Parole forti e coraggiose. Il coraggio, che trapela anche dalle parole della senatrice Barbara Contini, ex governatrice di Nassiriya. Forse la più applaudita, dopo Fini. “Siamo molti di più di quelli che s’aspettavano, e saremo molti di più di quelli che non s’immaginano”. Sa infiammare le truppe. Si scaglia contro “l’Italia che non sa decidere”. E i rottweiler della parte opposta li chiama chiwawa. Lei non ha paura.

Si chiude la Convention e io mi rimetto sul treno. In testa un puzzle di messaggi e di immagini. Incluse le note di Ennio Morricone in Nuovo Cinema Paradiso. E’ un’impresa ambiziosa e ardua quella che si pone Fli, un soggetto malleabile perché ancora in divenire. Necessariamente inclusivo.

A parte il richiamo di Tremaglia, la parola “partitocrazia” non appartiene al lessico dei futuristi. Così come una certa retorica della patria non appartiene al mio lessico, a quello radicale. L’Italia, però, non ha bisogno di vocaboli complessi. Liberale ed europeo. E’ questa la politica di governo, di cui abbiamo bisogno. Torno con questa certezza e poche altre. Convinta che, per ritrovare la capacità di crescere e di innovare, dobbiamo guardare oltre gli steccati politici. Serve il coraggio di chi vuole mettersi in gioco.

ANNALISA CHIRICO

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